INIMICIZIA, CONFLITTO E BLOCCO SOCIALE
1. In relazione
all’esito delle elezioni presidenziali americane è stata ripetuta la tesi –
formulata oltre vent’anni fa da Christopher Lasch – che le élite dirigenti sono
vieppiù separate dal popolo; e che queste non riescono a comprenderlo, né a
capire le ragioni per cui ciò è avvenuto, né perché il tutto permane. La frattura ormai è
consolidata: il giudizio, condiviso da tanti, che Trump ha perso le elezioni ma
il trumpismo è quanto mai in buona salute (a differenza di quanto avviene per
altri movimenti populisti – come i 5 Stelle) lo corrobora.
La tesi di Lasch
(e di altri) è essenzialmente sovrastrutturale,
e cioè relativa a differenze nei modi di pensare, negli stili di vita, nei
valori di riferimento della classe dirigente e del popolo, più che strutturale, cioè dipendente dai
rapporti di produzione o economici in genere. Il che caduca comunque la
distinzione marxiana della lotta di classe nell’età capitalista come conflitto economico tra proletariato e borghesia.
Se comunque è
condivisibile la tesi della caducazione/neutralizzazione della lotta borghesia/proletariato
come distinzione politica prevalente nel “secolo breve”(ora non più)
occorre vedere se, nell’attuale contrapposizione emersa (e in parte emergente) globalisti/populisti
ci sia un conflitto d’interessi economici che se non determina, rafforza ed enfatizza un contrasto cui concorrono vari elementi sovrastrutturali di guisa da
trasformarlo – congiuntamente - in discriminante
politica prevalente.
2. Scriveva
Berlinguer in un noto saggio, di poco successivo al golpe di Pinochet contro il Presidente Allende che “tra proletariato e la grande borghesia – le due classi
antagoniste fondamentali nel regime capitalistico – si è infatti creata, nelle
città e nelle campagne, una rete di categorie e di strati intermedi, che spesso
si sogliono considerare nel loro complesso e chiamare genericamente «ceto
medio»” e che “per gruppi decisivi di ceto medio il passaggio a nuovi rapporti
di tipo socialista o socialisti non avverrà che sulla base del loro vantaggio
economico e del libero consenso, e che in una società democratica che si
sviluppi verso il socialismo sarà
garantita la loro attività economica” (il corsivo è mio); ne deduceva la
necessità di una strategia di alleanze (con i ceti medi): “la strategia delle
riforme può dunque affermarsi e avanzare solo se essa è sorretta da una
strategia di alleanze. Anzi, noi abbiamo sottolineato che, nel rapporto tra
riforme e alleanze, queste sono la condizione decisiva perché, se si restringono le alleanze della classe
operaia e si estende la base sociale dei gruppi dominanti, prima o poi la
realizzazione stessa delle riforme viene meno”. La politica di alleanze
inizia con la ricerca di punti di convergenza tra la classe operaia e le altre
forze sociali “di modo da non sospingere in posizione di ostilità vasti
strati di ceti intermedi, ma riceva invece, in tutte le sue fasi, il consenso
della grande maggioranza della popolazione… Questo è certamente uno dei
problemi vitali che ha dinnanzi a sé un governo
di forze lavoratrici e popolari” (i corsivi sono miei). Concludeva con la
proposta del “compromesso storico” e il rifiuto di un’alternativa di sinistra.
3. In quel saggio
del segretario del PCI oltre a Marx c’è tanto altro, Gramsci soprattutto, con
la sua teoria del blocco storico e
dell’egemonia, esercitata attraverso la direzione ideale e il consenso che la
classe dirigente riscuote, e non solo nel potere praticato attraverso gli
apparati coercitivi statali. Quanto al blocco storico (maggioritario) questo è
il sistema di alleanze sociali della classe operaia che guarda, nello specifico
della situazione italiana (di allora), ai contadini del Nord e del Sud. Il
proletariato, scriveva Gramsci «può diventare classe dirigente e dominante
nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classe che gli
permetta di mobilitare contro il capitalismo e lo Stato borghese la maggioranza
della popolazione lavoratrice, ciò che significa, in Italia, nei reali rapporti
di classe esistenti, nella misura in cui riesce a ottenere il consenso delle
masse contadine»”. Tale blocco storico (operai del nord – contadini del sud)
era speculare a quello dirigente, composto da industriali del nord ed agrari
del Mezzogiorno. Per Gramsci il blocco storico è collegato alla concezione del
Partito come “moderno Principe” e (ancor di più) alla funzione dell’intellettuale organico, peraltro di
difficoltosa applicazione alla situazione italiana contemporanea,
caratterizzata da partiti sicuramente più leggeri
di quello bolscevico (e anche del Partito comunista di Gramsci); e neppure
giovantesi dell’opera di intellettuali
organici (semmai di non – o poco – intellettuali e neppure tanto organici).
Tuttavia appare abbastanza coeso un “blocco sociale” o almeno socio-politico di
orientamento sovran-popul-identitario, largamente maggioritario, che perdura ed
ha una continuità a dispetto delle vicende e degli insistenti tentativi –
interni ed anche internazionali – di dividerlo, così da ridurne la capacità
d’incidenza.
4. Il tutto è
evidente da quanto capitato negli ultimi decenni in Italia. Dopo il risultato
delle politiche del 2018, i partiti che esprimevano le aspirazioni dei gruppi
sociali riconducibili al “blocco” (grillini, leghisti e Fratelli d’Italia)
hanno avuto un elettorato costante e fidelizzato più che al singolo partito,
all’insieme di appartenenza. Se le
somme dei tre “attori” principali – ancorché qualche punto in più lo si ottiene
sommando le liste minori – era alle politiche 2018 di circa il 55%, alle
europee del 2019 del 57,5%, mentre nelle successive elezioni regionali e
sondaggi è all’incirca pari alle europee, il totale complessivo è costante, anzi
in lieve aumento. Accompagnato, negli ultimi sondaggi, da un trasferimento di
gradimento dalla Lega e dal M5S a Fratelli d’Italia, ormai oltre il 16%.
Consegue da questi dati che la base sociale dei partiti “populisti” è fluida al
loro interno, ma solida verso
l’esterno. D’altra parte a fare la somma dei partiti globalisti, cioè essenzialmente PD + LEU+ FI e minori, la somma non
oltrepassa mai un terzo (abbondante) dell’elettorato: anch’essa è relativamente
stabile, attestata su un’inferiorità di almeno 20 punti percentuali rispetto
agli avversari.
In questa
situazione, la mossa di far nascere il Conte-bis staccando il M5S dall’alleanza
è, come ho ripetuto, l’applicazione di una delle regole fondamentali della
politica: dividere gli avversari. Da sempre praticata, dal divide et impera dei romani al “mai la guerra su due fronti” del
Quartiere generale tedesco del secolo scorso.
Tuttavia, anche in
tal caso, la persistenza dello schieramento anti-establishment è continuata, con: a) il progressivo svuotamento del M5S a favore dei partiti
affini più coerenti nella contrapposizione all’establishment b) nelle difficoltà del governo, almeno a prendere
decisioni incidenti sul crinale
discriminatorio (v. MES e “aiuti europei”). Né cambia molto che,
attualmente, Lega e Fratelli d’Italia siano alleati di un partito disomogeneo
allo schieramento populisti versus
globalisti come FI, perché il di esso ridimensionamento costante e progressivo
lo rende meno rilevante, nè è facile per Berlusconi, indicato per un ventennio
come l’arcidiavolo dalla sinistra (ora sostituito, nel ruolo, da Salvini),
raggiungere un accordo con gli storici
avversari.
È interessante,
anche in rapporto a situazioni non dissimili di altri paesi occidentali,
chiedersi le ragioni di tale persistenza e in che misura rifletta la
differenziazione economico-sociale tra i rispettivi elettorati.
5. Mi è capitato
più volte di notare come, dopo il crollo del comunismo, il discrimine politico,
nel senso della distinzione amico-nemico, era passato da quello marxiano (nel
secolo breve) cioè borghesia/proletariato a un altro, non percepito come
economico – almeno in gran parte – ma socio-culturale, come anticipato da
Lasch. Tuttavia, senza trascurare i voti degli operai bianchi americani,
(passati, secondo quanto si legge, da un voto - in maggioranza - ai democratici
a quello a Trump – v. risultati negli Stati della Rustbelt) la “crescita” economica italiana, successiva al crollo
del comunismo, è stata la peggiore dell’area UE come dell’area euro.
Il ristagno dei
redditi, delle aspettative di vita (e molto spesso la loro riduzione),
politiche economiche volte a favorire il capitale (finanziario, in primo luogo),
il trasferimento di capitali, l’importazione di manodopera a basso costo (le
migrazioni), la delocalizzazione, l’aumento (e la distribuzione) degli oneri
fiscali ha provocato, in Italia (e non solo, ma soprattutto) una serie di
cambiamenti nell’ultimo trentennio i quali, negli aspetti più rilevanti sono:
elevato tasso di disoccupazione, incremento della pressione fiscale (e
para-fiscale), peggiore distribuzione della stessa, contrazioni delle
prestazioni previdenziali e assistenziali, oltre alla consueta scarsa
efficienza dell’apparato amministrativo.
In gran parte
dovute a scelte che colpiscono soprattutto (o soltanto) i ceti medi e gli
strati popolari (ossia a basso reddito).
E il tutto
evidentemente, non è molto distante da quanto praticato in altri paesi, se la
tesi che le élite dirigenti in occidente hanno “tosato” i ceti medi e popolari
è stata, in modo non tanto dissimile espresso da molti: dal filosofo spagnolo
Dalmacio Negro Pavon, il quale ha affermato come la crisi economica, successiva
al 2008 è stata fatta pagare ai ceti medi, al socialista proudhoniano francese Jean Claude Michéa, per il quale (come per
molti altri) sono stati i “perdenti della globalizzazione”, ossia quell’80-90%
della comunità che non fa parte delle élite né del loro seguito sociale a
sostenere il costo.
6. In Italia
abbiamo avuto la sfortuna del governo Monti, il cui pregio maggiore è di aver svolto la politica più coerente
nell’accollare ai “perdenti della globalizzazione” gli oneri, senza peraltro
riuscire ad avviare una ripresa, anzi, peggiorando il deficit (e così facendo
da levatrice all’alternativa).
Restano i fatti:
l’IMU – con gettito quasi triplicato rispetto all’ICI – colpisce gran parte
della popolazione, essendo gli italiani - a leggere le statistiche – all’80%
proprietari di casa; le pensioni “d’oro” e “d’argento”, così sono denominate
rispettivamente, le pensioni superiori agli € 2.500 e a € 1.300,00 (netti) mensili,
sono bloccate o semi-bloccate da ormai 8 anni, a carico quindi dei ceti medi (e
non solo); l’aumento del prelievo fiscale che all’epoca del governo “tecnico”
raggiunse il livello più alto; la legislazione volta a dilazionare i pagamenti
pubblici (questa e il precedente praticati anche da gran parte dei governi
della “seconda repubblica”) il c.d. “rigore” che riduceva, oltre alla
possibilità di ripresa anche l’occupazione. E si potrebbe continuare con molto
altro, praticato da Monti (e, in misura minore, dai governi successivi)
ispirato dalla medesima filosofia. Il
tutto condito dalle consuete litanie
o meglio, paretianamente – derivazioni - (ce lo chiede l’Europa…così fan tutti,
ecc. ecc.), una delle quali è – in particolare - rivelatrice dell’espediente tattico d’indicare ai
contribuenti il nemico cui addebitare il prelievo: l’evasione fiscale. Pertanto
attribuita, dai salmodianti (al servizio delle élite) ai lavoratori autonomi.
Così il nemico, il rapace predatore
non è l’esattore, ma l’idraulico, il ragioniere, il geometra, il medico.
Manifesto artifizio volto a dividere
l’opposizione sociale e politica e a sterilizzarnene preventivamente la resistenza.
Di fronte a ciò le
misure economiche del governo Conte 1 costituivano – anche se nella durata
breve di tale esecutivo – un limitato, quanto deciso cambio di direzione. Le
modifiche alla legge Fornero e l’aumento della soglia del prelievo forfettario
ai lavoratori autonomi hanno dato un sollievo ai ceti medi (e non solo); il
reddito di cittadinanza a quelli più disagiati come i disoccupati. Tutti tartassati
o trascurati dai governi precedenti, e in qualche misura, rappresentati dalle due componenti del governo; Lega e M5S.
E preconizzava
così un nuovo “blocco storico” al governo, fondato sull’alleanza tra classe
media e ceti popolari. Data la dimensione
di tali gruppi sociali, la
maggioranza elettorale era (ed è tuttora) assicurata. Di qui l’esigenza vitale di dividerli e la nascita del
Conte 2.
7. Le vicende
successive – in cui un ruolo perturbatore
è stato svolto dalla pandemia – stanno dimostrando tuttavia che, sia pure
riuscito il processo di divisione al vertice,
non lo è altrettanto alla base. L’elettorato sta semplicemente trasmigrando dai grillini agli anti-establishment più conseguenti.
L’opposizione politica e sociale alle élite non demorde e nemmeno si attenua. I
provvedimenti (spesso discriminatori) presi dal governo PD-grillini, a quanto
pare, la stanno attizzando.
Il carattere
discriminatorio degli – effettuati ed annunciati – “ristori” relativamente
protettivi per i lavoratori dipendenti, molto meno per le imprese (termine che
ricorre con preoccupante frequenza
nelle dichiarazioni al miele dei
politici), e quasi nulli per i lavoratori autonomi (che spesso sono piccole imprese) conferma l’espediente
di dividere il blocco sociale; ma come detto, almeno finora, al culmine della
“seconda ondata” del Covid, pare non riuscito. Anzi è socialmente diffusa una diffidenza
e crescente insofferenza, rappresentata dalla stampa mainstream come (addirittura) negazionista (della pandemia, del
virus, ecc. ecc.), ma in effetti rivolti contro le insufficienti misure –
perché a carattere non generale, più che economicamente insufficienti. Si
aggiunge a ciò che, per alcune categorie il ristoro è pieno (o quasi); anzi
tenuto conto della pratica dello smart-working
la prestazione lavorativa è così ridotta e/o più comoda;
pertanto a parità di retribuzione, il lavoro prestato è minore.
8. È comunque
evidente che, a con-causare la contrapposizione, è anche un conflitto
economico-sociale. Conflitto
antico, almeno quanto quelli enumerati nell’apertura del “Manifesto” di Marx ed
Engels, e spesso considerato in epoca moderna, dai pensatori italiani (e non
solo): quello di appropriazione delle risorse tra governanti e governati.
All’uopo è utile
ricordare che studiosi italiani di scienze delle finanze da Pantaleoni in poi
distinguono i rapporti economici tra governanti e governati in tre categorie: tutoriali, quando le scelte dei
governanti sono orientate alla salvaguardia dell’interesse di tutti; parassitari (i governati sono sottomessi
e sfruttati al fine di procurare durevole vantaggio a favore della élite
dirigente e delle categorie da questa preferite); predatori (dove prevale l’interesse delle classi dominanti ad
aumentare il proprio utile, in particolare “a breve periodo”), laddove
l’appropriazione delle risorse è sregolata e soprattutto depressiva della ricchezza della comunità.
Nella c.d.
“seconda repubblica”, le cui forze politiche prevalenti sono quelle ora in
costante diminuzione elettorale, l’andamento è stato predatorio più che parassitario.
L’aumento fiscale rispetto al PIL è
stato tra i più alti in Europa ossia +3,2%, più del doppio della zona euro (+
1,5%); nel periodo 2008-2017 l’aumento è stato dell’1,3%.
Nello stesso periodo l’aumento del reddito individuale degli italiani è stato
mediamente dello0,3% l’anno, ma è crollato dopo il 2008, aiutato nella discesa
dalle politiche “rigorose” del governo Monti (e successive).
Dalla persistenza
e dalla irreversibilità da ciò derivano due conseguenze: dalla stagnazione/recessione
che il reddito degli italiani è stabilmente
in calo; all’altra che il prelievo fiscale è, altrettanto stabilmente in aumento.
La somma di tali
risultati è che gli italiani – salvo minoranze privilegiate – sono più poveri.
Il rapporto debito/PIL che sarebbe stato il motivo per le politiche rigorose poi è sempre in aumento, ad
onta della scienza e tecnica profuse
per ridurlo.
Tanto e durevole sconquasso non poteva sfuggire
alla maggioranza degli italiani malgrado gli sforzi fatti per nasconderlo o edulcorarlo,
sviando così l’attenzione. Piuttosto, di fronte all’argomento decisivo dei governi di centro-sinistra che
i lavoratori autonomi evadono di più (paghiamone meno, paghiamole tutti) pare
che gli italiani, sospettino che se grandi imprese nate e cresciute in Italia
mettono la sede in Olanda, qualche beneficio societario e fiscale lo dovrebbero
avere, altrimenti sarebbero amministrate da minus
habentes. Ma un beneficio legale
a favore di colossi economici a quante evasioni di “partite IVA” corrisponde? A
qualche centinaia di migliaia cadauno?.
Non è da escludere che l’elusione fiscale di grandi imprese sia pari a
centinaia di migliaia di contribuenti. E che l’aumento delle imposte e
l’istituzione di nuove sia dovuta – anche – a ciò.
9. Ciò stante
occorre, per concludere, chiarire la “natura” del conflitto, e non solo delle
cause – plurime – che l’hanno indotta e alimentata.
Miglio sosteneva
che il concetto marxista di classe è di limitata utilità per spiegare il
conflitto politico.
Con un giudizio che ricorda Gramsci (oltre Hegel) scrive “La verità è che una
classe diventa traente – qui uso il
concetto in senso hegeliano – una classe diventa ‘generale’ in un processo
storico, quando riesce a trascinare anche le altre”;
e le classi sociali “sono protagonisti ‘occasionali’ della storia. Di fatto,
protagonista della storia è invece soltanto la classe politica, con le sue
frazioni e il loro continuo alternarsi… le classi economico-sociali contano in
quanto diventano seguito di frazioni di classe politica e operano nella storia
essenzialmente come seguiti di classe politica”;
ma la classe sociale, non è tanto costituita dall’appartenenza a un gruppo
(imprenditori, operai, redditieri, ecc. ecc.) ma dalla rappresentazione da
parte dei componenti dell’appartenenza stessa, ossia “l’autoascrizione e la
consapevolezza, in cui giuoca l’elemento politico dell’identificazione”. Se si sviluppano
queste valutazioni di Miglio a determinare il blocco storico è
principalmente e politicamente la
condivisione del nemico, interno ed esterno.
Per l’Italia del
XXI secolo, le élite della seconda repubblica hanno, con le loro politiche,
alimentato l’ostilità (a loro) di vasti strati sociali – largamente
maggioritari – come sopra (brevemente) ricordato. Con l’emergenza Covid il tutto
è peggiorato: basti notare che, se altre categorie sono state appena toccate
(gli impiegati pubblici); altre relativamente protette (i dipendenti privati);
altre ancora risarcite al minimo come
i lavoratori autonomi,
infine taluni – qualche trascurabile
milione di cittadini - non ha ricevuto né riceverà nulla (neanche le mascherine
gratuite). É significativo notare poi che per le categorie più trascurate, si
provveda non a cali d’imposte, ma a rinvii per pagare le medesime. Come a dire
che comunque i gruppi sociali alimentati dall’apparato pubblico (tax-consommers) e che non sono solo i
dipendenti, ma, soprattutto, i beneficiati dalle spese, devono essere
salvaguardati al meglio (ossia, in realtà, alla meno peggio); gli altri assai meno, e, talvolta, niente.
In questa
situazione di crisi nella crisi e (in parte conseguente alla stessa) di
contrapposizione occorre concludere se si tratti di un conflitto concausale
(politico – economico – culturale) o di altro in che misura sia componibile
(istituzionalizzabile).
Quanto al primo
quesito, il conflitto populisti/globalisti è concausale - cioè a cause
plurime. Resta comunque evidente che è politico, coinvolgendo essenzialmente e
complessivamente situazioni di tale natura (e intensità). Ad esempio: la
stagnazione e poi la contrazione del PIL e del reddito individuale negli ultimi
trent’anni in Italia è un fatto non soltanto economico, perché se, come
sosteneva Miglio, l’oggetto dell’obbligazione politica e la garanzia del futuro,
a lungo andare di futuro per la comunità e gli individui non ce ne sarà o sarà
un futuro di miseria ed asservimento.
Analogamente può
dirsi per il calo demografico mutatis mutandis;
in prospettiva si vede la fine dell’esistenza
comunitaria. Se la politica è soprattutto un’attività di garanzia
dell’esistenza e lo scambio politico, come scriveva Hobbes è tra protezione
(dei governanti) e obbedienza (dei governati) l’affare è a perdere. Così per i modi di esistenza e gli stili di vita, che
coinvolgono la cultura, già attentamente evidenziato non solo da Lasch, ma
anche da qualche film italiano (negli aspetti di costume).
Il fatto che la
distinzione amico-nemico sia originata da una pluralità di cause concorrenti,
non la depotenzia, ma semmai la rafforza. Se il nemico è non solo colui che mi
opprime e/o mi minaccia, ma anche mi sfrutta economicamente, sottraendo
risorse, e pretende di farlo perché ha la laurea e sa come ci si comporta in
società, il senso di alterità e di contrapposizione è potenziato.
D’altra parte la
politicità e la robustezza della contrapposizione nell’aver cementato gruppi sociali differenti è
data dalla di essa solidità, a scapito (e a differenza)
dei movimenti politici che la rappresentano e la organizzano. La sorte del movimento 5 stelle è emblematica: ha
perso circa metà dei propri voti, quasi tutti a favore della LEGA, con il
governo Conte 1, perché Salvini si è dimostrato assai più determinato, energico
e coerente nel combattere il nemico e
perseguire obiettivi condivisi; col governo Conte 2, originato da un ribaltone con il principale partito
globalista, ne ha perso almeno un altro terzo abbondante (v. risultati elezioni
regionali e locali). Già si legge che il
M5S sarà non la nuova DC (come taluno credeva 2-3 anni orsono) ma il prossimo
Partito radicale (soprattutto per le dimensioni).
In qualche misura
questa indifferenza tra comportamento della base sociale rispetto alla
(propria) rappresentanza politica da alla prima una coerenza e persistenza che
ne fa un soggetto (movimento sociale) autonomo il quale (diversamente dal
blocco storico di Gramsci) prescinde dalla (propria) istituzionalizzazione (in strutture
sia politiche-partitiche che statali).
Probabilmente
questa solidità della base sociale è
stata prodotta più dalla comunanza dell’avversario che dal resto; d’altra parte
l’effetto unificante del nemico su un
gruppo sociale è cosa risaputa da Eschilo in poi. Per questo appare di
efficacia assai modesta e non risolutiva il modello di reazione praticato dagli
avversari, connotato dal personalismo e dalla divagazione (varia, morale come estetica, etico-legalitaria come di
costume ecc. ecc.); anche se la manovra può riuscire con Salvini (come con
altri da Berlusconi a Trump), non risolve il problema, essenzialmente politico.
In sostanza perché morto un populista, il movimento sociale ne genera un altro.
E l’opposizione continua.
Teodoro Klitsche
de la Grange
La confluenza
delle due serie (meno reddito + pressione fiscale) è, probabilmente, unica in
Europa). Ad andare a vedere le statistiche di altri Stati europei, quanto
all’incremento del PIL abbiamo: Svezia 41,7%, Francia 20,7%, Germania 28,7%,
Spagna 23,9%, Grecia 13,5%, Portogallo 19,1%, Italia 1,9% (fonte Termometro
politico).