venerdì 10 luglio 2015

Il “populismo” di Marco Tarchi recensito da Teodoro Klitsche de la Grange. Ridefinizione di un termine abusato.

Marco Tarchi, Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Il Mulino, Bologna 2015.

Questa è la nuova edizione, molto ampliata e rivista, date le vicende dell’Italia contemporanea, che hanno confermato la vitalità dei movimenti – e fenomeni – populisti, di un libro apparso nel 2003. Scrive Tarchi che “nel frattempo quella moda (del populismo) è dilagata, rompendo ogni argine. Nei mesi che hanno preceduto le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo del 25 maggio 2014” è difficile scovare un termine più diffuso (e usato per stigmatizzare i soggetti politici più “scomodi”).

Quel che è cambiato è che, rispetto a qualche decennio fa, il termine populista è impiegato per connotare movimenti europei e, molto spesso, italiani (precedentemente radicati, per lo più, nelle aree non europee). Per cui l’Italia è divenuta “a parere di molti commentatori, una delle terre di elezione del populismo, ormai uscito dalla marginalità ed episodicità che in precedenza sembravano contraddistinguerlo”. “Questi dati di fatto autorizzano, e per certi versi obbligano, a porsi una domanda principale e alcune altre subordinate. Prima di tutto: quale percorso ha condotto la politica italiana, dopo quasi settant’anni di esperienza democratica repubblicana, a impregnarsi di una dose così forte di populismo?”. È stato un effetto del crollo del sistema dei partiti della “prima Repubblica”? “E ancora: a quale livello si situa  questa presunta invasione di elementi populisti nella politica italiana? Si limita a contaminare lo stile dei suoi attori di vertice o influenza anche i valori coltivati dall’opinione pubblica? Infine: a seconda che si accetti l’una o l’altra di queste ipotesi, quali effetti immediati sta provocando e quali ne saranno le conseguenze prevedibili in un prossimo futuro?”.

Dato che il termine viene impiegato preferibilmente per demonizzare gli avversari, cioè a scopo di lotta politica, la prima operazione scientifica da fare – scrive Tarchi - è “sottrarre il populismo all’alone sulfureo che lo circonda e ammetterlo a pieno titolo nel novero delle teorie politiche degne di attenzione e studio – non è  probabilmente il (compito) più arduo, ma resta comunque impegnativo. Da un lato, infatti, i mezzi d’informazione destinati al grande pubblico e gli esponenti della classe politica hanno fatto di questo termine un epiteto spregiativo”; e d’altro canto tra “i politologi, gli storici e i sociologi, che qualche anno addietro parevano propendere per un atteggiamento più pacato, volto a restituire al concetto la funzione descrittiva per cui era stato coniato e ad applicarlo senza i condizionamenti del pregiudizio ideologico e delle intenzioni faziose, oltre che senza ingenuità o minimizzazioni, pare tornata in auge la logica «militante» delle stigmatizzazioni”. Per cui “lo studio del populismo dimostra che la scienza politica è a volte una maniera di fare politica con altri mezzi. Il populismo è un argomento di polemica prima di essere un oggetto di analisi”. L’autore ricorda, al contrario, la lezione di Max Weber, sull’avalutatività – e neutralità - della scienza “almeno tanto attuale quanto trascurata nei fatti da un buon numero dei suoi sedicenti discepoli, e non ci deve stancare di applicarla anche, se non soprattutto, a oggetti di studio imbarazzanti”.

D’altra parte è chiaro che limitarsi, come fanno gran parte di coloro che ne parlano, a svalutare il populismo, non fa comprendere né perché il populismo esista e tanto meno perché si rafforzi.  Da meno del 10% dei voti del più antico dei fenomeni populisti del dopoguerra (cioè l’Uomo Qualunque) si è arrivati al 35% attuale dei grillini e della Lega (più qualche altra scheggia riconducibile a tematiche e attitudini populiste). Bel risultato di un’incomprensione che ha contribuito, in una certa misura, alla crescita del fenomeno. Per cui a certi pomposi demonizzatori del populismo, dovrebb’essere consegnata – da Grillo o da Salvini - una onorificenza al merito. 

In un’intervista tra le non poche rilasciate a seguito della pubblicazione del libro l’autore ha detto “il caso italiano presenta però una maggiore varietà di declinazioni di questo modo di pensare, che dai tempi dell’Uomo Qualunque ad oggi si sono manifestate a destra, a sinistra, al centro in svariate forme. Insomma, il carattere camaleontico attribuito a questo fenomeno da vari studiosi qui da noi si è svelato pienamente” . Nella recensione al libro scritto da Gianfranco Morra  si legge “Uno dei meriti della ricerca di Tarchi è di avere mostrato che il populismo non esprime solo la crisi della democrazia, ma anche il desiderio di guarirla. Lo stesso Pd, con la segreteria Renzi, ha assunto, in termini moderati, non pochi elementi di populismo: un linguaggio comprensibile a tutti, usato anche nei luoghi istituzionali, che afferma il primato del governo sul parlamento, critica burocrazie, tecnocrazie e banche, polemizza contro i vecchi partiti e la casta sindacale”.

La riedizione di quest’opera di Tarchi ha incontrato un’attenzione rilevante, rivolta in misura preponderante, com’è naturale, sia all’attualità del tema che alle “categorie” del pensiero politico e sociologico-politico; così come gli autori citati e presi in considerazione nel libro sono in prevalenza degli scienziati politici (da Isaiah Berlin a Ludovico Incisa di Camerana).

È tuttavia stimolante esaminare quanto scrive Tarchi e può essere  ricollegato a differenti discipline, autori e parametri di riferimento, che è opportuno specificare.

1) Populismo e forme d’integrazione. È noto che ogni soggetto politico (e quindi collettivo) realizza e si costituisce (il “principio del divenire dinamico dell’unità politica” di Carl Schmitt) attraverso l’integrazione. Rudolf Smend ne distingue le forme in tre fondamentali: l’integrazione funzionale, quella personale e quella materiale. La prima è ordinata attraverso procedure di coinvolgimento e partecipazione per lo più realizzantesi con procedure (elezioni, referendum, plebisciti); la seconda nel rapporto, più emotivo e non “organizzato” (e diretto) tra capo e seguito (tra governanti e governati); la terza per la condivisione di principi, valori (e norme) nella comunità politica. È evidente che nel populismo prevale l’integrazione personale. Ad altre forme politiche sono più connaturali (o comunque preponderanti) le altre.

Populismo e ciclo politico; intendendo per ciclo quello che Pareto, Mosca ed altri intendevano come conquista, mantenimento e perdita del potere da parte di (determinate) élites e delle conseguenti forme (e valori). Nel ciclo politico il populismo è d’incerta collocazione, ma preferibilmente si trova nello stato iniziale, Non tanto per lo stile (l’appello al popolo, il popolo come sede dell’armonia sociale e così via) quanto per il rapporto capo-seguito e il carattere solo parzialmente (e modestamente) organizzato della sintesi politica (per lo più dipendente da crisi). Scriveva Maurice Hauriou che: “ordinariamente, il diritto ricopre accuratamente il nocciolo metafisico come un involucro giuridico, e ci si ferma all’apparenza (surface). È quanto succede nella materia del potere di diritto. Ma quando l’involucro viene a mancare, come nel potere di fatto, si ricade sul nocciolo metafisico o teologico” . Ciò capita nei casi d’emergenza (rivoluzioni, colpi di Stato, insurrezioni, invasioni).

In questi frangenti chi conquista il potere ha anche la necessità di trasformarlo e così legittimarlo in potere di diritto: e i due elementi necessari a ciò sono il riconoscimento da parte del paese (i governati) e la ricostruzione di una situazione istituzionale stabile. Condizioni che mancano (o sono estremamente indebolite) durante la crisi che genera il governo di fatto.

Sta di fatto che, fin quando quelle condizioni non ci sono più, l’unica via percorribile (o comunque principale) è il rapporto di fiducia tra capo e seguito, mentre la mediazione dell’apparato istituzionale (debole e/o disorganizzato) è secondaria. In un secondo tempo, riconosciuto il nuovo potere e ricostruite le istituzioni la prevalenza del rapporto fiduciario si ridimensiona.

Populismo e carisma; per la stessa ragione il populismo è riconducibile, tra i tre classici tipi di potere distinti da Max Weber, preferibilmente a quello carismatico. Il “principe nuovo” può contare assai poco sull’organizzazione, di più sulla condivisione di valori, ma soprattutto si basa sul proprio carisma, in particolare nelle nazioni abituate a forme democratiche di esercizio del potere. In effetti a citare i più frequenti casi di populismo e di leader populisti, la maggioranza è di personaggi e movimenti che conquistano il potere e che quindi sono “allo stato nascente” (o meglio “giovanile”); con la trasformazione del carisma in “pratica quotidiana” si attenua il richiamo (e l’attitudine) populista, dovuto alla necessità conseguente alla debolezza di una strutturazione istituzionale, per cui il canale preponderante era quello del supporto – non mediato - tra governanti e governati.

Populismo e democrazia. Come sopra cennato l’autore fa notare sia che una certa dose di “populismo” è connaturale ad ogni democrazia e anche se in misura inferiore, a nazioni che di democrazia (e delle relative forme e procedure) hanno ben poco, sia che gli esorcismi verso il populismo nascondono – quasi sempre – il timore (e il disprezzo) verso il popolo e, c’è da aggiungere, verso le nuove elites emergenti. Esorcismi che sono quindi strumenti della lotta per il potere; per lo più (ma non sempre) impiegata dalla classe dirigente decadente contro quella in ascesa.
Populismo e consenso. Ricollegandoci al succedersi delle elites, il sintomo decisivo è il calo di consenso dei governati ai governanti, per cui quest’ultimi devono affidarsi principalmente all’apparato burocratico (per cui il regime risulta “zoppo” e poco vitale).

Il populismo può considerarsi, in tali frangenti, il mezzo per ricostruire un “circuito” di consenso (e legittimità) divenuto esangue.

Che questa sia la situazione prodottasi in Italia, in particolare a partire dalla cesura fondamentale, che non è tanto Tangentopoli (che ne appare una conseguenza, anche se di particolare importanza), ma il crollo del comunismo e dell’ordine di Yalta, è evidente. Non soltanto è confermato dai successivi risultati elettorali dei partiti classificati come populisti (ormai superiori a un terzo dei votanti) rispetto alle percentuali modeste che gli analoghi soggetti politici ottenevano in precedenza; ma anche dal fatto che, contemporaneamente diminuisce la percentuale dei cittadini che si recano a votare, ormai alle elezioni locali ridottasi a molto meno di due terzi del corpo elettorale. Tenuto conto del dissenso al “sistema” (oggi chiamato spesso “antipolitica”), misurato dai suffragi ai partiti populisti e dell’indifferenza allo stesso (e disgusto) degli astenuti, la percentuale dei “consenzienti” al regime è di poco superiore al un terzo della cittadinanza: troppo poco per sostenerlo e renderlo vitale. 

Teodoro Klitsche de la Grange

 Questo articolo esce contemporaneamente sul sito Behemoth. 



2 commenti:

gunther blumentritt ha detto...

Mi chiedo come mai nessuno commenti mai i suoi post. Tre le principali possibilita':
A)Sono argomenti troppo complessi per il pubblico
B)Non interessano a nessuno
C)Sono scritti in maniera barocca.

Antonio Caracciolo ha detto...

Sono appena rientrato per pochi giorni dalle ferie estive...
Ho trovato il suo commento, che pubblico senz’altro...

Non se se si riferisca a me o a Teodoro...

La risposta non è difficile e le sue tre ipotesi sono plausibili, ma non esauriscono le possibilità...

Intanto tenga conto che questo blog è "moderato”, ossia non tutto si pubblica, ma si valuta la legalità dei contenuti... Il sito è stato in passato oggetto di attacchi seguiti da sgradevoli conseguenze...

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Ognuno di noi ha pensieri nella testa, a volte si mettono per iscritto, più spesso non lo si fa...

Quanto poi alla qualità della scrittura è diversa a seconda che sia destinata alla pubblicazione tipografica o alla rete...

Io ad esempio, avendo poco tempo, scrivo di getto questa risposta a lei personalmente indirizzata: non ho il tempo per rivedere il testo, migliorare la forma, farne un “pezzo” letterario... Mi è sufficiente esser certo che il destinatario ne comprendo il senso...

Ecco vede... Viviamo in una mondo che insegue il “successo”... Io penso che questa ricerca sia una sorta di malattia morale non solo della nostra epoca...

Non ho concluso il discorso che la sua domanda mi ispira e devo però lasciarla, ma lei sa che mi trova sempre in questo luogo virtuale...

Saluti