giovedì 31 dicembre 2015

37. Letture: Aleksandr SOLGENITSIN: Due secoli insieme. Vol. 1° Ebrei e Russi prima della rivoluzione; Vol. 2° Ebrei e Russi durante il periodo sovietico. Controcorrente, 2007.

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I due grossi volumi di Aleksander Solgenitsin sono già stati da me interamente letti, ma devo ammettere che non ne conservo grande memoria. Devo perciò rileggerli per nuovi sollecitazioni che ricevo da altre letture. Mi occorre poi verificare come stiano per davvero le cose su quell’«antisemitismo» orientale che sarebbe poi l’altro grande alibi del sionismo: da una parte lo sfruttamento dell’«Olocausto» - cosa da ultimo ripetuta da Alan Hart, non da me, che mi limito solo a leggere ciò che gli altri scrivono, cosa peraltro già pericolosa -, ma prima ancora l’«antisemitismo» ottocentesco, sul quale in genere si sa poco: se ne sente sempre parlare, come un presupposto accettato e indiscusso, ma di cui poco si sa. Utile e preziosa perciò l’opera di Solgenitsin in due grossi volumi, apparsi in lingua russa nel 2002, e tradotti in italiano nel 2007, per pagine 630 il primo e 652 il secondo. Dalla quarta di copertina si riconosce intanto l’esistenza di un “popolo ebreo”, il cui ruolo “nella lunga e caotica storia umana” sarebbe stato “innegabile” e “persino considerevole”, cosa che varrebbe anche per la storia della Russia. Si tratta però di un ruolo che resta “un enigma storico”, non solo per tutti noi, ma “anche per gli ebrei”. L’Autore aveva da tempo in mente di scrivere questo libro ed ha rimandato finché ha potuto. Giunto però quasi al termine della sua vita, non ha più potuto rinviare. L’intenzione ci sembra molto seria e noi perciò rileggeremo il libro con più attenzione, pur non essendo noi né russi e tantomeno ebrei. Siamo tutti coinvolti.

Un’altra sollecitazione per una rilettura ci viene da questo brano di un articolo odierno di Saker, dove si analizzano fatti recenti della guerra in Siria, dove i russi che sostengono Assad lasciano inspiegabilmente bombardare dagli israeliani le postazioni degli Hizbollah, che combattono in prima linea, sul terreno, contro l’ISIS. Si tratta di qualcosa di sconcertante che ancora non riesce a trovare una spiegazione fra gli analisti. Ma Saker per spiegare il problema risale proprio a Solgenitsin: «Il recente assassinio di Samir Kuntar per mano israeliana ha acceso nuovamente la discussione sulla relazione tra Putin e Israele. Questo è un argomento estremamente complesso e quelli che vogliono risposte semplici o “preconfezionate” dovrebbero smettere subito di leggere. In verità la storia della relazione tra Russia e Israele e, prima ancora, quella tra russi ed ebrei, meriterebbe un libro intero. Infatti, un libro simile lo ha scritto Alexander Solzhenitsyn, dal titolo 200 anni insieme , ma a causa dell’influenza sionista sui media anglosassoni, non è ancora stato tradotto in inglese. Questo dovrebbe già farci capire qualcosa — un autore acclamato in tutto il mondo non riesce a far tradurre in inglese un suo libro, perché il suo contenuto potrebbe minare la narrativa mainstream sulle relazioni russo-ebree in generale e sul ruolo ricoperto dagli ebrei nella politica russa del Ventesimo secolo in particolare. Non sono necessarie altre prove sulla realtà della subordinazione dell’ex impero britannico agli interessi sionisti» (Fonte).

Saker continua il suo articolo con questa sorprendente affermazione: «...La seconda grande differenza è che grosso modo tra il 1917 e il 1939 una specifica sottocategoria di ebrei (ebrei bolscevichi) aveva il controllo quasi totale della Russia».  Perché sorprendente? Perchè in Ernst Nolte corrisponde perfettamente all’interpretazione storica secondo cui il nazismo si spiega essenzialmente come reazione al bolscevismo che era dunque interamente ebraico. Nolte è stato fatto ripetutamente oggetto di contestazione da fanatici veterostalinisti, che non leggono libri, pensano assai poco, e si muovono solo per obiettivi e demonizzazioni loro indicati o inculcati nelle loro teste. Sono episodi davvero spiacevoli, pur riconoscendo noi assoluta legittimità ad ogni posizione critica, purché razionalmente fondata e priva di argomentazioni in null’altro fondate che sulla violenza, la censura, l’insulto... Posizioni che mettono a dura prova la nostra fede nell’umanità.

Ma lasciamo ancora a Saker la parola: «Durante quel periodo gli ebrei bolscevichi hanno perseguitato i russi, specialmente i cristiani ortodossi, con un odio quasi genocida. Questo è un fatto storico del quale molti russi sono consapevoli, anche se questo è ancora considerato reato d’opinione in molti circoli occidentali. E’ inoltre importante sottolineare qui che gli ebrei bolscevichi non hanno perseguitato solo dei cristiani ortodossi, ma tutti i gruppi religiosi, tra i quali anche gruppi ebraici. Putin è molto più consapevole di tutti questi eventi che sono stati da lui menzionati mentre parlava ad un gruppo di ebrei a Mosca: Nel secondo degli articoli segnalati sopra ho discusso questi problemi, e ciò che intendo mostrarvi è come Putin sia veramente più consapevole di questo passato, e di come egli abbia l’onestà intellettuale di ricordare ciò agli ebrei russi». Infine, si noti che tutti i libri hanno una data, che non è tanto quella dell’anno in cui il libro è stato stampato, quanto quello in cui è stato terminato di scrivere, considerando che la sua redazione può poi estendersi nell’arco di parecchi anni. Sono importanti due date della prefazione dell’Autore: la prima, anno 1995; la seconda, anno 2000. Anni tragici per la Russia e ormai lontani dall’epoca presente, anno 2016, che vede la Russia impegnata in Siria e con un problema nuovo e inedito, nei rapporti fra Russia e Israele, dove negli ultimi decenni sono emigrati milioni di ebrei dalla Russia.

Sto rileggendo il testo dei due volumi, in modo sequenziale. Sono alla pagina 100 circa del primo volume. Ne viene fuori un quadro interessante che fa poi meglio capire tutta la narrativa sull’«antisemitismo» ottocentesco... Sarebbero già numerosi gli spunti su cui soffermarsi e scrivere delle riflessioni in margine al testo, ma il rischio è di non arrivare alla fine della lettura di tutta l’opera, in due grossi volumi. Alcuni brani, come quello che segue, sono però troppo suggestivi per non trarne subito delle citazioni. Così a pagina 99 del primo volume, dove si parla della particolare propensione degli ebrei ad arricchirsi con le bettole e la produzione di vodka che produceva alcolismo, indebitamente e rovina sui contadini russi, una piaga a cui il governo russo tentava di porre rimedio.
«Nel 1817, la Società missionaria inglese inviò in Russia l’avvocato Louis Weil, militante dell’uguaglianza dei diritti per gli ebrei, con lo scopo specifico di familiarizzarsi con la situazione degli ebrei russi: ebbe un colloquio con Alessandro I al quale consegnò una nota “Profondamente convinto che gli ebrei rappresentavano una nazione sovrana, Weil affermava che tutti i popoli cristiani, poiché avevano ricevuto la salvezza dagli ebrei, dovevano rendere loro i più alti omaggi e testimoniare loro la loro riconoscenza attraverso dei benefici”».
Esilarante! Incredibile, ma Solgenitsen così prosegue: «In quest’ultimo periodo della sua vita, colmo di disposizioni mistiche, Alessandro doveva essere a tali argomenti...».

(Segue)

lunedì 28 dicembre 2015

36. Letture: Ziyad CLOT: Non ci sarà uno stato palestinese. Diario si un negoziatore in Palestina. A cura di Diana Carminati e Alfredo Tradardi, Zambon, 2011.

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Anche questo libro è dell’editore Zambon, curato però dalla coppia Diana Carminati e Alfredo Tradardi, che per altro loro libro, uscito nello scorso mese di giugno («Gaza e l’industria israeliana della violenza», DeriveApprodi edizioni: vedi) hanno fatto in giro per l’Italia ben 42 presentazioni, ottenendo l’esaurimento della prima edizione in 1.500 copie. Zambon ha il grande pregio di fissare prezzi bassi di copertina, per libri ben stampati, ma la cui promozione e circolazione ci sembra deficitaria. Anche Tradardi si è scontrato con censure e ostacoli frapposti al suo ultimo libro, episodi da lui narrati e resi pubblici, ma la sua ostinazione è stata superiore: ben 42 presentazioni di “Gaza e l’industria israeliana della violenza”, un libro implacabile e documentatissimo. Un noto giornalista sionista, per ostacolarne la diffusione ha evocato addirittura i “Protocolli”, di cui il libro “Gaza e l’industria israeliana della violenza” sarebbero l’analogo. Il libro è stato presentato anche in sedi universitarie, dove si era pure tentato di impedire il dibattito.

Ma torniamo al giovane Ziyad Clot, nato in Francia nel 1977, con la sua famiglia materna di origine palestinese. Ha vissuto a Parigi, in Egitto, in Israele-Palestina, nei paesi del Golfo. Avvocato, si è laureato all’Università di Parigi II. Sua madre è nata 60 anni fa ad Haifa, dunque, suppongo, una “profuga” della grande pulizia etnica del 1948, come lo è Gada Karmi, per la quale appronteremo altre schede di lettura. Per dare immediatamente un resoconto del contenuto, che poi analizzeremo, la cosa più breve è copiare direttamente dalla quarta di copertina: «A Ramallah, Ziyad Clot, accetta un posto di consigliere giuridico dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e diventa un negoziatore, partecipando alle trattative che dovevano portare alla costituzione di uno Stato palestinese entro la fine del 2008. Ma si arrende rapidamente all’evidenza: “Il processo di pace è uno spettacolo, una farsa, che si gioca a danno della riconciliazione palestinese e al prezzo del sangue versato a Gaza. E io sto per diventare, mio malgrado, uno degli attori di questo dramma”. L’autore si immerge nel cuore del processo di pace, ne svela le ipocrisie, le manovre delle parti che si svolgono dietro le quinte e le rivalità interne e internazionali che contribuiscono ad alimentare il fantasma della soluzione due Stati... ». Il libro è di lettura scorrevole e non presenta difficoltà. Lo abbiamo già letto, con profitto, ricavando la convinzione che il “processo di pace” è un miserabile diversivo per consentire sotto i nostri occhi la prosecuzione del “processo della pulizia etnica”, di cui una prova vivente è lo stesso Ziyad Clot, nato in Francia, nel 1977, da madre palestinese, nata da genitori profughi della pulizia etnica del 1948.

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35. Letture: Gilad ATZMON: L’errante chi? - Un’inquitenante introspezione nella psicologia ebraica, Zambon, 2012.

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Sarà sfortuna editoriale, ma non mi sembra che il libro di Gilad Atzmon nella sua edizione italiana, uscita appena un anno dopo dall’edizione inglese, abbia avuto quell’attenzione e quella discussione che avrebbe meritato, considerata l’importanza del tema affrontato e dell’altissima competenza che l’Autore ha certamente sul tema della “identità ebraica”, di cui tutti parlano senza mai chiedersi o fa intendere di cosa propriamente parlano. Circa la mancata diffusione, è ormai noto come esista una ben individuata e collaudata strategia di silenziamento: nessuna recensione pubblicitaria sui mainstream, se si organizza qualche presentazione presso qualche istituto pubblico o privato che dovrebbe occuparsi di cultura, giungono telefonate e pressione perché la presentazione non abbia luogo e così quando il pubblico arriva in sala o bussa alla porta, gli si dice che l’evento è stato annullato... Poche volte lo si viene a sapere e si inscena qualche protesta, ma il più delle volte la cosa resta nascosta. Anche di questo “potere” occulto Atzmon parla nella sua analisi del “potere ebraico”, di cui è egli spesso vittima in Gran Bretagna, dove risiede da cittadino britannico, dopo aver abbandonato all’età di 30 Israele, dove era nato, ritenendo che quella terra sia stata ingiustamente sottratta ai palestinesi. Suo nonno era un “terrorista” dell’Irgun, come Atzmon stesso narra. A salvarlo dal sionismo di famiglia, che aveva bevuto insieme con il latte materno, è stata la sua passione precoce per il jazz, i cui maggiori autori erano addirittura dei neri, come con stupore ebbe poi a scoprire il giovane musicista che anche nell’esercito israeliano si salvò, riuscendo ad entrare nella banda musicale ed evitare i campi di battaglia nella guerra al Libano nel 1982. Fu in quest’anno, durante la visita a un campo militare israeliano, che maturò la scelta definitiva di Atzmon. Egli narra come vedendo delle gabbie di cemento di un mq per 1,30 m di altezza, era convinto che si trattasse di gabbie per i cani e non riusciva a comprendere tanta crudeltà per delle povere bestie. Gli fu invece spiegato che ci tenevano prigionieri palestinesi che dopo tre giorni di un simile trattamento, diventano devoti sionisti. Fu così che Gilad buttò via la divisa dell’esercito ed iniziò un suo percorso fatto di musica e di filosofia. Questi episodi sono narrati nel suo libro e nel suo blog dove si trovano sempre aggiornate le sue analisi filosofiche. Ad essi rinviamo per maggiore completezza ed esattezza. Qui iniziamo la rilettura del libro, per riflettere ora sull’uno ora sull’altro punto.

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34. Letture: Yakov M. RABKIN: Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo, Ombre Corte, 2005.

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 Per la verità, stavo cercando nei miei scaffali un altro libro, visto pochi giorni fa, e di nuovo sparito. È venuto fuori invece questo libri ed altri ancora che cercavo da tempo e non trovavo. Tutti libri già letti, non libri nuovi da recensire. In questo blog esiste una distinta rubrica per le classiche recensioni: hanno un loro senso e una loro validità. La rubrica “recensioni” verrà mantenuta e collegata a questa nuova serie che chiamiamo “Letture”. Si tratta nelle nostre intenzioni di libri tutte collegati fra loro, magari da un filo sottile. Sarà nostro compito far vedere questi collegamenti se non risultano immediatamente visibili ai miei Sei Lettori. Contro i maligni, che mi accusano di “ossessione”, rassicuro che questi non sono tutti e gli unici libri che abbia letto o intenda leggere. Non sono certamente inclusi in questa serie i libri della mia biblioteca di storia locale, o la serie linguistiche, che comprende grammatiche della lingua sanscrita o araba, ahimé appena sfiorate e che attendono... attendono... tempi più tranquilli. Il volume di Rabkin è stata da letto non una sola volta, ma più volte, ed ora lo sarà ancora una volta in più, perché si lega strettamente al volume appena uscito in traduzione italiana di Alan Hart, di cui abbiamo già detto in apposita scheda. Diciamo che Hart ricostruisce il problema in un quadro storico più ampio, mentre Rabkin si mantiene strettamente all’ambito teologico. Esiste purtroppo una pessima abitudine italiana di dare al libro tradotto un titolo diverso da quello originale, che nel caso di Rabkin è: Au nom de la Torah. Une histoire de l’opposition juive au sionisme, reso in italiano con: Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo. Non c’è nessuna “minaccia” nelle intenzioni dell’autore. Vi è invece una mia irritazione provocata da un provocatore nella pagina Facebook del deputato Cinque Stelle Manlio Di Stefano, nella quale rivolgendosi a un pubblico fra i quali mi sento di far parte, rimprovera loro di aver mai letto qualche libro. Ne abbiamo letto più d’uno, certamente non tutti quelli che esistono e sono stati stampati, ma con Cartesio riteniamo che un uomo dabbene non sia tenuto a leggere tutti i libri che siano stati stampati - cosa ancora possibile ai tempi di Cartesio - e che la Sapienza non consista nell’aver letto o nel leggere libri, che di per sé non danno sapienza, se questa non nasce per virtù sua propria del tutto autonoma dall’oggetto “libro stampato”. Pensavamo di introdurre lentamente, gradualmente, nuove schede di “Letture”, ma l’irritazione ricevuta ci induce ad accelerare la redazione di sempre nuove schede, purché nella mente ci appaia chiaro il filo che lega l’un titolo all’altro: se non sarà subito chiaro ai nostri Sei Lettori, ci faremo carico come prima cosa, in premessa, di indicare il nesso tematico, rinviando a poi le consuete annotazioni in corso di lettura.

Joseph Agassi
Il libro è preceduto da una Prefazione di Joseph Agassi, il quale deve esse un israeliano. Infatti, scrive: «Questa opera stimola il dibattito sul nazionalismo riguardo il mio paese. L’autore rivolge la sua attenzione alla messa in discussione del mito secondo cui Israele protegge tutti gli ebrei, costituendone così la patria naturale. Il libro dimostra, a buon diritto, che tale mito è antiebraico». È data così, in un periodo, il senso e il contenuto del libro, che non è in sé una “minaccia” per nessuno, o meglio non costituiscono una minaccia per nessuno quanti semplicemente vanno alla ricerca della verità e la sostengono. E prosegue: «La maggior parte degli israeliani scambia questo mito per il sionismo, sostenendo che potremo veramente raggiungere l’indipendenza solo il giorno della completa riunificazione delle diaspore. In tale contesto, la questione vitale per gli ebrei di tutto il mondo è se gli interessi di Israele coincidano o se invece entrino in conflitto con quelli della diaspora. Ma per l’attuale ideologia sionista si tratta di una questione tabù» (p. 7). Qui vi sarebbe una osservazione da fare sul termine “diaspora”, che viene anche usata da Alan Hart nella sua opera sul sionismo. Gliene viene contestata la legittimità da un suo critico: non esiste propriamente una “diaspora”. E lo si capisce dall’opera di Shlomo Sand, alla quale si rinvia con relativa scheda di lettura.

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giovedì 24 dicembre 2015

INTERVISTA a Gianroberto Casalleggio di Emanule Buzzi, dal Corriere della Sera, tratta dal blog di Beppe Grillo

Ci sembra opportuna e gradita una pubblicazione autonoma, con autonomo commento redazionale ed eventuale intervento degli Iscritti registrati al blog Civium Libertas, di una fondamentale Intervista che nella più stretta attualità offre ampia materia di analisi e riflessione politica. L’intervista è concessa al “Corriere della Sera”, ossia il principale e storico quotidiano d’Italia: non appare sul blog come unico organo del Movimento. Cosa significa? Che è venuta meno la prevenzione e diffidenza verso i media di regime? No... Direi è solo un momento tattico, nello scegliere il campo del nemico, allo scopo magari di ottenere maggiore visibilità: oltre a quella scontata del blog, anche il pubblico di chi il blog non lo legge e ancora non fa uso della rete come principale canale di informazione. Infatti, dice Roberto, in premessa: «...nonostante le falsità dell’informazione e la barriera messa in atto dai partiti in ogni forma possibile».

La domanda su Di Maio, insidiosa, non provoca una sorta di investitura senza che la risposta sia per nulla irrispettosa per Di Maio. La posta in gioco è il mantenimento del Movimento in quanto tale, ossia una spazio aperto e orizzontale, dove i cittadini sono presenti senza doversi mettere in fila per chiedere qualche favore o raccomandazione all’Onorevole di turno. Il Sistema-Regime sta operando da mesi in modo subdolo per ottenere la trasformazione del Movimento in un Partito tradizionale con la sua regia fatta da Leaders e da una loro corte. Per questo, dopo averli insultati e svillaneggiati in ogni modo, ora lisciano i Di Maio, Di Battista, ecc. Vogliono avere un Capo con suoi gregari: per meglio patteggiare e corrompere. Se il Movimento cadess in questa trappola, sarebbe la fine del Movimento, che certamente si deve sviluppare e organizzare meglio al suo interno, ma con un processo di ricerca e promozione di una sempre maggiore “qualità” – esiste addirittura una nuova scienza al riguardo, presente dentro il Movimento – e restando sempre un’aggregazione democratica di cittadini che un solo grande alleato ancora non sceso il campo: il Partito dell’Astensione. Quando i cittadini che non vanno a votare, per ragioni politicamente motivate, avranno capito che il Movimento è la soluzione al problema da loro posto, allora il Movimento non avrà bisogno di nessun premio di maggioranza per essere davvero al di sopra del 60 %, a tenersi bassi.

CIVIUM LIBERTAS

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INTERVISTA  a Gianroberto Casalleggio
di Emanule Buzzi, dal Corriere della Sera,
tratta dal blog di Beppe Grillo


Domanda. Gli ultimi sondaggi vi accreditano quasi al 30%, a soli due punti dal Pd. Pensa sia uno scenario verosimile? Cosa comporta?
Risposta. «Che gli italiani cominciano ad accreditarci come forza di governo nonostante le falsità dell’informazione e la barriera messa in atto dai partiti in ogni forma possibile».

D. Di Maio sempre secondo gli stessi dati gode di una fiducia molto alta. Grillo una volta ha detto che le somiglia: lei si rivede in lui?
R. «Un po’ sì, ma alla sua età mi occupavo di altro. Facevo il progettista software all’Olivetti di Ivrea».

D. In questi giorni è mancata Laura Olivetti, figlia di Adriano. Lei ha lavorato nella sua impresa per molti anni. Che cosa le ha lasciato quella esperienza?
R. «Ho conosciuto personalmente Laura Olivetti e sono molto dispiaciuto della sua scomparsa. Adriano Olivetti metteva la persona prima dell’impresa, la sua idea di comunità ricorda un po’ la nostra filosofia. In un certo senso siamo figli di Adriano».

D.In primavera si va al voto. Roma, per chiunque vinca, potrebbe essere un problema da amministrare e un boomerang in vista delle prossime Politiche. Voi avete paura di vincere?
R. «Noi vogliamo vincere. Roma è una tappa obbligata prima del governo. Un banco di prova. Se avessimo paura di governare Roma non potremmo neppure pensare di voler governare il Paese».

D. Quali sono le priorità per il rilancio dell’Italia?
R. «Innovazione, istruzione, eliminazione della corruzione, diminuzione del livello di tassazione contemporaneamente a una seria lotta all’evasione, etica».

D. Avete oltre 230 potenziali candidati a sindaco di Roma: che profilo auspicherebbe? Se sarà un volto poco noto non teme possa avere dei problemi a confrontarsi con chi mastica politica da anni?
R. «Una competizione elettorale non può essere ricondotta a degli spot o a chi “mastica” politica. Il nostro punto fermo è il programma. Siamo partiti dai municipi di Roma per raccogliere le candidature che sono state spontanee e che stiamo vagliando in questi giorni».

D. Come procederete?
R. «Abbiamo identificato dieci aree di intervento per la città di Roma, la cui priorità sarà decisa con una votazione online. Sulle prime tre interverremo immediatamente dopo le elezioni. Da qui partiremo per un percorso di partecipazione, che si articolerà sia online sia con incontri in cui iscritti, comitati di quartiere, associazioni, organizzazioni attive sul sociale si confronteranno per poter avanzare proposte e priorità. Il candidato sindaco e la lista comunale saranno infine scelti online dagli iscritti di Roma».

D. Non solo Roma ma anche molte altre città importanti: quali sono le vostre ambizioni? Auspicate una svolta?
R. «La svolta c’è già stata nel 2013 quando il M5S vinse le elezioni, poi sappiamo come è andata».

D. A Bologna c’è stata polemica...
R. «Una polemica artificiosa. Comunque è un buon segno, significa che a Bologna ci temono».

D. Al Nord il Movimento presenta nuovi volti - bocconiani, pragmatici, vicini alle imprese - sta puntando senza snaturarsi ad attrarre i moderati indecisi?
R. «È probabile che si stiano avvicinando al M5S persone con profili sociali diversi rispetto all’inizio, ma non sono frutto di una scelta calata dall’alto».

D. Cosa pensa dell’accordo sulla Consulta?
R. «Credo che alla fine possa essere considerato un buon accordo, frutto di un confronto da parte nostra chiaro e trasparente con le altre forze politiche».

D.  Pensa si possa replicare per altri temi?
R. «Ogni volta che viene fatta una proposta che riteniamo corretta per il Paese noi la voteremo. Ogni volta che una proposta parte del nostro programma verrà presentata in Parlamento noi la voteremo. Bisogna ricordare però che a causa di una legge elettorale incostituzionale, noi siamo minoranza».

D. Lei da sempre sostiene la partecipazione del web. Per la Consulta, come per la Rai, non siete riusciti a esprimervi. I militanti si sono divisi: pensate a un correttivo?
R. «Ci sono situazioni, come la Consulta e la Rai, che richiedono decisioni continue e veloci, per ora ancora impraticabili con il web. In ogni caso il gruppo parlamentare ha discusso e approvato le scelte a maggioranza».

D. Negli ultimi mesi voi vi siete spesi molto per il reddito di cittadinanza. La vostra proposta però è arenata: cosa farete adesso?
R. «Il reddito di cittadinanza è il primo punto del nostro programma per le elezioni politiche, sono due anni che cerchiamo di farlo approvare, ma siamo ostacolati in ogni modo. È presente in tutti i Paesi europei tranne che in Grecia e in Italia, la stessa Ue ne ha chiesto l’introduzione nel nostro Paese».

D. Si è discusso molto dei Comuni amministrati dal Movimento. A Livorno sono stati espulsi tre consiglieri e la maggioranza ora ha numeri risicati: c’erano altre soluzioni a suo avviso? La giunta Nogarin riuscirà ad andare avanti?
R. «La strategia del Pd è dimostrare che i Comuni amministrati da noi non funzionano perché in questo caso il M5S non sarebbe neppure affidabile per governare il Paese. Nel caso di Livorno i problemi non ci sono. Sta di fatto che quando vinciamo ci troviamo quasi sempre i conti dissestati dalle precedenti amministrazioni e per prima cosa dobbiamo metterli in ordine, come stiamo facendo ovunque. La situazione di Livorno è legata a una municipalizzata con un buco di 42 milioni di euro. Chi governava Livorno prima di noi?».

D. Dopo l’addio di Grillo dal simbolo, ci saranno altre novità formali o organizzative nel 2016?
R. «Non credo, anche se il Movimento cresce molto velocemente e questo comporterà una maggiore cura organizzativa».

D. Negli ultimi giorni ci sono state polemiche per il suo libro «Veni Vidi Web»...
R. «Il libro riprende alcuni capitoli pubblicati anni fa su libri che non sono più in commercio, più qualche contributo recente tratto dal blog».

D. Lei però parla di ipermercati rasi al suolo, di rieducazione forzata, di gogna pubblica, di stop alla caccia, di chiusura per parrucchieri e macellerie, di ministeri della Pace: sono provocazioni?
R. «Quelle che lei cita sono provocazioni e non un programma di governo. Però chi non vorrebbe un Ministero della Pace? Internet non è una panacea per tutti i mali che affliggono la società però bisogna prendere atto che cambia la realtà e gestire il cambiamento piuttosto che subirlo».

martedì 22 dicembre 2015

Risposta pubblica e tempestiva a campagna mediatica proveniente dal Messaggero

Ci risiamo: stesso film già visto... Allora si era ipotizzato da parte dello stesso personaggio che ciò che mi veniva attribuito, deformato e criminalizzato, fosse stato oggetto delle mie lezioni... Lezioni mai fatte! Qui sono il cittadino Antonio Caracciolo che esercita i suoi diritti politici e rivendica il diritto alle sue opinioni sulla base dell’art. 21 della costituzione... Trovo INFAME il voler legare le mie opinioni alla mia attività professionale... Sono pronto ed aspetto lo svolgimento degli eventi...

PREMESSA: Non ho mai concesso nessuna intervista al Signor  Marco Pasqua e quanto da lui pubblicato è da me interamente e integralmente smentito per la manipolazione, falsificazione, demonizzazione che lui fa di un contesto discorsivo soltanto all’interno del quale le cose dette acquistano un senso che corrisponde  al mio pensiero, del quale mi dichiaro responsabile se correttamente riportato. Estrapolate e riportate all’esterno di tutto il contesto discorsivo esse acquistano un senso del tutto contrario ai miei intendimenti e pertanto disconosco nel modo più assoluto la paternità delle dichiarazioni in tal modo a me attribuite. Non ho fiducia giudici... e diffido degli organi di informazione che sono quel che si vede...


PRIMA SMENTITA E RETTIFICA: io NON difendo i “negazionisti”, ma difendo il diritto di chiunque ad esprimere il suo pensiero qualunque ne sia l’oggetto... Presentare le cose in modo diverso è appunto operare una falsificazione. Provo poi pietà per tutte le persone che in ragione delle loro opinioni sono state messe in carcere senza aver fatto null’altro di male che aver nutrito nella loro testa opinioni, giuste o sbagliate che siano...

SECONDA SMENTITA E RETTIFICA: Non sono io a sostenere che l’Olocausto venga sfruttato ecc., ma Alan Hart nel suo recente libro: Sionismo. Il vero nemico degli ebrei. Vol. 1° Il falso Messia… Dal contesto delle mie argomentazioni ciò risulta chiaro ed è disonesto far apparire il contrario… Questa tesi è ampiamente illustrata nel libro di 430 pagine che è stato presentato alla ultima Fiera del libro in Roma…

TERZA SMENTITA E RETTIFICA: Non ho affermato che Faurisson è stato condannato a 12 anni carcere, ecc., ma si tratta invece di un cittadino tedesco, che è stato condannato a questa pena per aver scritto un semplice libro… In uno stesso discorso ho anche affermato che un padre di famiglia tedesco, con due figli a carica, è stato a sua volta condannato a 9 mesi di carcere per aver semplicemnte prestato lo stesso libro… Al giudice il poveretto disse che lui neppure condivideva il contenuto del libro ma riteneva che dovessere essere riconosciuto a chiunque il diritto di poter manifestare il proprio pensiero, cosa che è stata raccomandata agli stati da una deliberazione del consiglio Onu per i diritti umani… Ho anche detto più volte che secondo una mia stima ammontano a 200.000 i casi di procedimenti penali in Germania per meri reati di opinione… Ho ripetuto più volte che ciò conflige con ogni nozione di “diritti umani”, il cui rispetto è inutile andare a ricercare in Iran (“lapidazioni”) quando invece non sono per nulla garantiti nei nostri paesi…

QUARTA SMENTITA E RETTIFICA: Non sono interessato alle camere a gas, alla sua esistenza o meno, per la semplice e ovvia ragione che non oggetto della mia attività professionale, non sono uno “storico” che debba interessarsene per ragioni professionali. Sono invece oltre che cittadino un filosofo del diritto che si interessa della “libertà di pensiero”. Ritengo che questa libertà debba essere riconosciuta a chiunque a prescindere dal contenuto del pensiero. La verità o falsità di un dato storico o scientifico può derivare soltanto dal dibattito, dal confronto, dal contraddittorio fra gli scienziati e studiosi della materia. Una qualsiasi verità non può essere imposta scientifico… Una simile eventualità può al massimo verificarsi nei procedimenti di qualità nella produzione industriale… Ma è cosa del tutto diversa da ciò che è stato il mio discorso.

QUINTA SMENTITA E RETTIFICA: Il nome Faurisson è stata introdotto nel pagina FB di Manlio de Stefano da una disputante (appartente a un noto gruppo sionista) la quale mi insultava chiamandomi “compagno di merenda” di Faurisson… Ho spiegato che non hop fatto nessuna ”merenda” con Faurisson. Ho quindi spiegato come in Francia è sorta la legge Fabius-Gayssot, sulla base della quale è stato poi condannato Faurisson, che invece prima veniva assolto… Non vedo cosa ci sia di criminoso a dire che è un “poveretto”, avendo subito una simile sorte, che è indegna se si considera che la Francia è stata la patria dei “diritti dell’uomo” e di tutti i diritti di libertà. L’articolista insiste nel voler demonizzare le opinioni altrui… È il suo modo di fare giornalismo…

SESTA SMENTITA E RETTIFICA: Nel contesto della discussione assai aspra, in svolgimento dentro la pagina FB del palrmanetare Manlio Di Stefano, posto sotto attacco dagli attivisti del "Progetto Dreyfus”, si parla e ci si riferisce impropriamente a un «un video-post del parlamentare, in cui l’esponente grillino rilascia un’intervista ad un giornalista iraniano sull’Isis e sul terrorismo» (vedi). È falso e manipolativo: in realtà trattasi di un’intervista sul Messaggio indirizzato dalla “Guida Suprema” iraniana  ai giovani occidentali, dove si condanna apertamente il “terrorismo”, un messaggio estremamente importante per l’autorità da cui proviene, ma ignorato da tutti i media europei (incluso Il Messaggero), fatto del quale si interroga il parlamentare Manlio Di Stefano. Si può leggere qui il testo della «Guida Suprema», oggetto dell’intervista di Radio Irib, riportata nella pagine FB dell’On. Di Stefano.

AVVERTENZA FINALE: Considerata l’ora tarda e una certa stanchezza, mi riservo di aggiungere ulteriori “smentite e rettifiche”, come pure di ampliare e rielaborare le precedenti. Ho già ricevuto qualche telefonata per la concessione di interviste. Ho risposto che rilascio solo interviste scritte e firmate per gli organi della  carta stampata. Per  le televisioni, avendo sperimentato nella prima puntata, come alle mie dichiarazioni siano stati apportati tagli che hanno alterato gravemente il mio pensiero e a nulla sono valse allora le mie proteste, ritengo di non concedere interviste televisive se non in diretta o con garanzia scritta di nessun taglio, o  almeno che  ogni taglio sia stato da me visto e approvato.

APPENDICE I

 Egregio Direttore
de "Il Messaggero”,
Massimo Martinelli
(o responsabile legale in più alto grado)

massimo.martinelli@ilmessaggero.it

Via del Tritone, 152
00187 Roma

in riferimento all’articolo, a firma Marco Pasqua, apparso sul giornale da lei diretto, al link:

http://www.ilmessaggero.it/primo_piano/cronaca/shoah_ricercatore_universitario_difende_web_negazionisti_israele_sfrutta_olocausto-1443706.html

ho da dichiararle, ai sensi di legge, che sconfesso in ogni sua singola parte e nel suo insieme la paternità dei contenuti a me riferiti e ne chiedo la immediata cancellazione web. Trattasi di estrapolazioni e manipolazioni, parziali e tendenziose, vere e proprie falsificazioni, prese da un contraddittorio, aspro, ancora in corso, situato nella pagina Facebook dell’on. Deputato Manlio Di Stefano. È totalmente ignorato il contesto in cui singole frasi, o parole, acquistano quel senso che invece perdono del tutto fuori dal contesto originario e integrale: non posso perciò indicarle un singolo punto, se questo si vuole, perché trattasi di totale falsificazione manipolativa. Si attribuiscono a me pensieri di autori da me citati, non è mai esistito nel signor Pasqua una qualsiasi volontà di intendere e riportare correttamente ad altri ciò che effettivamente penso, ma trasforma in un “reato” qualsiasi mia opinione... L’articolista sposa e assume tesi e sollecitazioni delle controparti ed ha una condotta persecutoria e demonizzante. Se la combinazione, anche virgolettata, di testi a me attribuiti, è da intendersi come “intervista”, da me non è mai stata concessa né autorizzata una siffatta intervista. Appare inoltre fuori di ogni criterio di “pertinenza” l’aver chiamato in causa il mio status professionale di ricercatore universitario. Per par condicio, osservo che  la confezione di un siffatto “articolo” risulta privo di ogni adeguatezza alla deontologia giornalistica, cosa di cui lascio a lei piena valutazione. Una mia più analitica (e tempestiva) confutazione la si trova al mio link:

http://civiumlibertas.blogspot.it/2015/12/risposta-pubblica-e-tempestiva-campagna.html

Tanto dovevo.

In fede
Antonio Caracciolo
(Segue lettera raccomandata AR con firma autografa)

APPENDICE II

 Poiché Internet ha diffusione virale e un sito FB (Progetto Dreyfus) si è assunta la responsabilità di diffondere il testo del Messaggero, abbiamo ritenuto a nostra autotutela di inviare il testo della formale smentita inviata al Messaggero anche a tutti i “nominativi” della Pagina FB che abbiano recepito l’informazione falsa e calunniosa. Purtroppo si tratta di numerosi nominativi, forse ignari della trama complessiva, dobbiamo dividere l’invio in successive sedute di lavoro. Per intanto è stata inviata comunicazione ai seguenti nominativi, con testo in premessa:

Con riferimento alla sua “condivisione” di una post da ”Progetto Dreyfus”, che mi lede, allego ai sensi di legge formale smentita già inviata al Messaggero
http://civiumlibertas.blogspot.it/2015/12/risposta-pubblica-e-tempestiva-campagna.html


1) Emilia Capponi√:
2) Armando Pensato√: https://www.facebook.com/armando.pensato
3) Papinuto Silvestro√: https://www.facebook.com/papinuto.silvestro
- Ha tolto la condivisione.
4) Rita Onida√: https://www.facebook.com/rita.onida
5) Massimo Maria Melis√: https://www.facebook.com/massimo.m.melis
6) Donato Trovarelli√: https://www.facebook.com/donato.trovarelli
7) Maurizio Faini√: https://www.facebook.com/omfaini
8) Edoardo Varon√ : https://www.facebook.com/profile.php?id=100010506814184
- a lui inviata per errore una “richiesta di amicizia”, con successiva rettifica si chiede di non tenerne alcun conto.
- Ha risposto… vedi corrispondenza in messaggista FB.
9) Riccardo Gamberini√: https://www.facebook.com/profile.php?id=100008176425721
10) Cesare Bertulli√: https://www.facebook.com/cesare.bertulli
11) Massimiliano Milano√: https://www.facebook.com/massimiliano.milano.98
12) Massimiliano Milano√: https://www.facebook.com/massimiliano.milano.98S
Sottocondivisione:
- Ascione Crescenzio: https://www.facebook.com/ascione.crescenzo?fref=ufi
13) Miriam Amati Benguigui√: https://www.facebook.com/miriam.amatibenguigui
14) Liliana Donatiello√: https://www.facebook.com/sora.lilly.1
15) Mariapia Fornari: https://www.facebook.com/mariapia.fornari.7

16)

APPENDICE III
Il ruolo del CDEC

Mi giunge in questo momento notizia della ulteriore “promozione” dell’articolo del Messaggero da parte del cosiddetto “Osservatorio Antisemitismo” (CDEC):

http://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/ennesima-polemica-negazionista-di-un-ricercatore-universitario-italiano/

al quale ho inviato la smentita ai sensi di legge, già inviata al Messaggero, e dal quale non mi è pervenuto nessun riscontro. Già in passato avevo inoltrato reclami presso il suddetto CDEC, per il ruolo rivestito in vicende che mi riguardavano e da me tempestivamente smentite, ma senza riceverne riscontri. Il tutto nasceva da presunte ed inesistenti mie Lezioni all’Università di Roma La Sapienza, su temi a me attribuiti. Un apposito procedimento disciplinare appurava l’inesistenza del tutto e la montatura giornalistica. Il CDEC di ciò non diede alcuna notizia...

Dando una rapida scorsa all’archivio del CDEC scopro di essere in numerosa compagnia, anche di nomi illustri. Nella situazione attuale, che mi riguarda, constato come il CDEC agisca da supporter di una “operazione” la cui traccia è possibile ricostruire. Andrebbe istituito un apposito Osservatorio sull’«Osservatorio Antisemitismo», finanziato a quanto pare con pubblico denaro. Ci riserviamo un’analisi dell’attività del CDEC, illustrando un campione esemplificativo e significativo delle sue “segnalazioni”. Per quanto ci riguarda siffatte “segnalazioni” (in rete) hanno avuto regolare comunicazione agli organi dell’«Istituto di ricerca» CDEC delle smentite inviate alle fonti raccolte dal CDEC, oltre che alla stessa: non vengono raccolte!




lunedì 21 dicembre 2015

La lettera della Guida della Rivoluzione Islamica a tutti i giovani nei paesi occidentali. - Commentata dal parlamentare Manlio di Stefano in una intervista a Radio Irib

Manlio di Stefano
Nella pagina Facebook del parlamentare 5S Manlio di Stefano, con data 19 dicembre 2015, si trova la registrazione di un’intervista di Radio Irib, dove si chiede quale eco abbia avuto la Lettera aperta, del 29 novembre 2015, della più importante autorità religiosa iraniana, paragonabile a ciò che il papa è per i cattolici. Di Stefano risponde che questa lettera è passata, purtroppo, del tutto inosservata nei media occidentali. Eppure vi si parla di terrorismo e di tutti i temi caldi, che qui non si riassumono perché ne viene dato più sotto il testo integrale. Come pure non si riassume o trascrive il testo dell’intervista radiofonica che si può ascoltare integralmente al link. In aggiunta, andando alla pagina FB di Di Stefano si possono leggere i commenti degli utenti, alcuni dei quali provenienti da siti sionisti e chiaramente provocatori. Ai Lettori di Civium Libertas proponiamo il testo integrale, in lingua italiana, e in lingua originale,  della “Lettera della Guida della Rivoluzione Islamica” e l’audio integrale dell’Intervista radiofonica di Manlio Di Stefano, con relativi commenti FB. A integrazione di questa nostra sommaria “presentazione” rinviamo a un articolo appena apparso del blog di Maurizio Blondet, dove si accenna fra l’altro alla guerra fra Iraq e Iran, fomentata dall’Occidente. L’Iran non è fortunatamente, oggi, nelle condizioni dell’Iraq, ma è ciò a cui forsennatamente spinge Israele, che la bomba atomica possiede - senza che nessuno gliene chieda conto - e per conto del quale noi dovremmo fare guerra all’Iran, che non solo non ha la bomba atomica ma che da secolo non ha mai fatto guerra a nessuno: è stato l’Iraq di Saddam, istigato dagli USA, a muovere guerra all’Iran, non viceversa. È bene precisarlo perché un noto giornalista televisivo, con il quale mi sono scontrato, non lo sapeva... Nel video dell’intervista si accenna all’esistenza di “lapidazioni” in Iran, cosa negata dal giornalista intervistatore... Nei post di commento al video, nella pagina FB di Manlio, dove si è precipitata in massa la canea degli agitprop sionisti, si è scatenata una rissa - da me fronteggiata - su queste vere o presunte “lapidazioni” e sulla presunta violazione di fantastici “diritti umani” da parte dell’Iran, quando il grado di “civiltà” che l’«Occidente» - Iddio “Clemente e Misericordioso” liberi l’Europa dall’«Occidente»! – è quello che il Marine citato da Blondet ci rivela, confessando le sue colpe.

CIVIUM LIBERTAS

La lettera
della Guida della Rivoluzione Islamica
 a tutti i giovani nei paesi occidentali

Col Nome di Dio Clemente e Misericodioso
A tutti i giovani nei paesi occidentali

I recenti amari eventi di cieco terrorismo avvenuti in Francia mi hanno spinto nuovamente a rivolgermi a voi giovani. È per me spiacevole che siano questi eventi a creare un’occasione per parlare, ma la verità è che se le sfide dolorose non creano un’opportunità di dialogo e scambio di opinione, le conseguenze negative si raddoppieranno.

Le sofferenze di un essere umano, in qualsiasi angolo del mondo, sono dolorose di per sé e per gli altri essere umani: la scena di un bambino che vede la morte dei suoi più cari di fronte ai propri occhi, quella di una madre che vede svanire in pochi secondi la felicità della propria famiglia, quella di un marito che tiene il braccio il corpo inanime della moglie oppure quella di uno spettatore che non sa che nei momenti successivi vedrà l’ultima scena della propria vita, sono tutte scene che scuotono i sentimenti e le emozioni di qualsiasi essere umano. Chi possiede un pò di amore e umanità si rattrista e addolora vedendo queste scene in Francia, in Palestina, in Iraq, in Libano e in Siria.

Un miliardo e mezzo di musulmani è rimasto indubbiamente sconvolto e indignato per quanto accaduto e prova odio e ripugnanza verso gli autori di questi crimini. La questione è però che se le sofferenze di oggi non ci spingono a costruire un futuro migliore e più sicuro, si ridurranno a meri amari e inutili ricordi. Sono certo che soltanto voi giovani riuscirete a trarre lezioni dalle difficoltà attuali per poi scoprire nuovi sicuri sentieri per costruire il futuro e ostacolare le deviazioni che hanno condotto l’Occidente nella situazione in cui si trova oggi.

È vero che oggi il terrorismo è il dolore comune tra noi e voi, ma dovete sapere che l’insicurezza e l’angoscia che avete sperimentato nei recenti eventi possiede due importanti differenze rispetto alle sofferenze che hanno provato in tutti questi anni il popolo iracheno, yemenita, siriano e afghano: la prima è che il mondo islamico da lungo tempo e su larga scala è vittima della violenza e dello spargimento del terrore, e la seconda è che purtroppo queste violenze sono state sempre, in modi differenti ed ‘efficaci’, sostenute da alcune grandi potenze. Sono ormai pochi a non conoscere il ruolo degli Stati Uniti nella creazione, rafforzamento e armamento di al-Qaeda, dei Taliban e del loro malvagio seguito. Accanto a questo sostegno diretto, i sostenitori noti ed espliciti del terrorismo takfiri - nonostante il loro sistema politico sia tra i più arretrati - sono stati sempre tra gli alleati dell’Occidente, mentre i più illuminati pensieri sorti dal dinamismo popolare nella regione sono stati crudelmente repressi. Questo atteggiamento iniquo dell’Occidente contro i movimenti di risveglio nel mondo islamico è un esempio chiaro delle contraddizioni della politica occidentale.

Un altro aspetto di questa contraddizione è visibile nel sostegno al terrorismo statale di Israele. Sono più di sessanta anni che il sofferente popolo palestinese sperimenta la peggiore forma di terrorismo. Se oggi le genti d’Europa sono costrette a rimanere a casa per qualche giorno e a non apparire nei luoghi pubblici, è da decine di anni che a causa della macchina di distruzione e di massacro del regime sionista una famiglia palestinese non si sente sicura nemmeno nella propria casa.

Quale violenza è paragonabile nelle atrocità alla costruzione di colonie illegali da parte del regime sionista? Il regime sionista continua a distruggere case, frutteti e campi dei palestinesi senza nemmeno dare il tempo di traslocare o di raccogliere il frutto delle coltivazioni, senza ricevere mai critiche serie ed efficaci da parte dei suoi alleati influenti e nemmeno da parte delle istituzioni internazionali apparentemente indipendenti. Tutto questo avviene davanti agli occhi terrorizzati e in lacrime delle donne e dei bambini palestinesi che sono testimoni del brutale pestaggio, imprigionamento e delle spaventose torture dei loro parenti [da parte dei sionisti]. Conoscete forse altre atrocità di queste dimensioni, gravità e continuità in altre parti del mondo oggi? Se sparare a una donna indifesa in mezzo alla strada per il solo ‘reato’ che protesta contro un soldato armato fino ai denti non è terrorismo, allora che cosa è? Questa barbarie, solo perché perpetrata dalle forze armate di un governo occupante, non devono essere quindi definite “estremismo”? Oppure queste scene, solo perché trasmesse ripetutamente e da più di sessanta anni dalle televisioni, non dovrebbero destare più le nostre coscienze?

Le invasioni militari avvenute negli ultimi anni nel mondo islamico, che hanno provocato numerose vittime, sono un altro esempio della logica contraddittoria dell’Occidente. Le nazioni che sono state invase, oltre ad aver patito perdite di vite umane, hanno subito ingenti danni alle infrastrutture economiche e industriali, si sono viste rallentare o bloccare la strada del progresso e dello sviluppo e in alcuni casi sono state riportate indietro di decenni. Nonostante ciò ad esse viene chiesto con arroganza di non considerarsi oppresse. Come si può ridurre in macerie una nazione, trasformando le sue città e villaggi in cenere, e poi dirgli: “Per favore non consideratevi oppressi”! Non sarebbe forse meglio scusarsi sinceramente invece di invitarle a ignorare o dimenticare queste tragedie? La sofferenza che il mondo islamico ha patito in questi anni a causa dell’ipocrisia e delle imposture degli invasori non è minore dei danni materiali subiti.

Cari giovani! Spero che voi, adesso o in futuro, possiate cambiare questa mentalità intrisa di inganno la cui ‘arte’ è quella di nascondere gli obiettivi lontani e mascherare le intenzioni perfide. A mio giudizio il primo passo per ristabilire la sicurezza e la pace è quello di modificare questa mentalità che origina violenza. Finché nella politica occidentale domineranno il sistema dei due pesi e delle due misure, fino a quando il terrorismo agli occhi dei suoi potenti sostenitori viene diviso in “buono” e “cattivo” e fino al giorno in cui gli interessi dei governi precedono i valori umani e morali, non bisognerà cercare le radici della violenza altrove. Purtroppo nel corso degli anni queste radici hanno penetrato nel profondo le politiche culturali dell’Occidente ed hanno prodotto un’invasione ‘morbida’ e silenziosa.

Molte nazioni nel mondo sono orgogliose della propria cultura nazionale e autoctona, ed oltre ad essere creative e vitali, hanno nutrito per centinai di anni le società umane, e il mondo islamico non è un’eccezione in questo. Ma nell’epoca attuale il mondo occidentale, con l’utilizzo di mezzi avanzati, insiste nell’uniformare e omologare le culture nel mondo. Ritengo questa imposizione della cultura occidentale alle altre nazioni, e il considerare le culture di queste ultime come inferiori, una violenza silenziosa e particolarmente dannosa. Questa umiliazione delle ricche culture e l’offesa dei loro aspetti più rispettati accade mentre questa cultura che viene proposta non possiede assolutamente le capacità per sostituirle. Gli elementi della violenza e della dissolutezza morale, per esempio, che purtroppo sono diventati le caratteristiche principali della cultura occidentale, hanno perso la loro posizione e approvazione persino dove sono sorte.

Adesso la domanda è questa: se noi non vogliamo una cultura aggressiva, volgare e che fugge dalla spiritualità, siamo forse peccatori? Se cerchiamo di bloccare il diluvio devastante che si dirige verso i nostri giovani sotto forma di prodotti cosiddetti ‘artistici’, siamo forse colpevoli? Non nego l’importanza e il valore dei legami culturali. Questi legami, quando hanno avuto luogo in una situazione naturale e col rispetto per la società che li riceveva, hanno prodotto sempre crescita, ricchezza e prosperità. Al contrario, i legami disomogenei e imposti hanno sempre creato danni e insuccessi. Devo dire con profondo dispiacere che gruppi abietti come DAESH (ISIS) sono figli di questi accoppiamenti infelici con le culture importate. Se il problema fosse stato davvero dottrinale, saremmo dovuti essere testimoni di fenomeni del genere anche prima dell’avvento del colonialismo nel mondo islamico, mentre la storia dimostra il contrario.

Le fonti storiche autentiche dimostrano chiaramente che l’unione tra il colonialismo e un pensiero fanatico ed emarginato – esistente tra l’altro soltanto in una tribù beduina – ha coltivato il seme dell’estremismo in questa regione. Come sarebbe possibile altrimenti che dal cuore di una delle più etiche e umane confessioni religiose del mondo, che ha tra i propri principi quello secondo cui uccidere un essere umano equivale all’uccisione dell’intera umanità, esca una spazzatura come DAESH (ISIS)?

Dall’altra parte bisogna poi chiedersi come mai persone nate in Europa e che lì hanno ricevuto la loro educazione culturale e spirituale, vengano attratte da questi gruppi? È forse possibile pensare che una persona, dopo aver fatto uno o due viaggi nelle zone di guerra, diventi così estremista da poter massacrare i propri concittadini? Sicuramente non bisogna dimenticare l’effetto di una vita di insano nutrimento culturale in un ambiente inquinato e creatore di violenza. Bisogna condurre un’analisi completa in questo campo per trovare le contaminazioni palesi e nascoste della società. Forse l’odio profondo che nel corso degli anni dello sviluppo industriale ed economico è stato coltivato a causa delle iniquità e ingiustizie legali e strutturali tra i diversi ceti della società occidentale ha creato dei complessi che di tanto in tanto sorgono come una malattia.

Tuttavia siete voi che dovete strappare le superfici della vostra società, trovando e rimuovendo i nodi e rancori presenti. Bisogna riparare le crepe piuttosto che renderle più profonde. Il grave errore nella lotta al terrorismo sono le reazioni affrettate che non fanno che aumentare le divergenze attuali. Qualsiasi azione emotiva e frettolosa che isoli o spaventi le comunità islamiche - formate da milioni di persone responsabili e attive residenti in Europa e negli Stati Uniti – e limiti ancor di più i loro diritti emarginandole dalla società, non solo non risolverà i problemi ma aumenterà anzi le distanze e i rancori. Le iniziative superficiali e reazionarie, soprattutto se legalizzate, non produrranno altro che l’aumento delle bipartizioni e crisi future. Secondo le notizie che mi sono giunte in alcune nazioni europee sono state approvate delle leggi che spingono i cittadini a spiare i musulmani; questo atteggiamento è oppressivo e sappiamo tutti che la caratteristica dell’oppressione è quella, prima o poi, di ritorcersi contro chi la commette, a prescindere dal fatto che i musulmani non meritino questa irriconoscenza. Il mondo occidentale da secoli conosce bene i musulmani: sia quando gli occidentali sono stati ospitati nella terra dell’Islam e hanno gettato il proprio sguardo avido sulle ricchezze dei padroni di casa, sia quando sono stati loro ad ospitare i musulmani utilizzandone il lavoro e l’ingegno. Nella maggior parte dei casi non hanno visto che gentilezza e pazienza. Chiedo pertanto a voi giovani di creare le basi per un rapporto giusto, rispettoso e nobile con il mondo dell’Islam, fondato su una corretta e approfondita conoscenza e traendo lezione dalle esperienze negative. Così facendo vedrete in un futuro non molto lontano che l’edificio costruito su queste solide fondamenta irradierà la luce della tranquillità e della fiducia sui suoi architetti, donando loro il calore della sicurezza e serenità, e illuminerà il mondo intero con la luce della speranza in un futuro luminoso.

Seyyed Ali Khamenei
8 Azar 1394 - 29 Novembre 015
Traduzione a cura di Islamshia.org -

domenica 20 dicembre 2015

33. Letture: Mario MONCADA DI MONFORTE: Israele, uno Stato razzista (anche verso gli ebrei non europei), Armando Editore, 2010.

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Vorrei rassicurare i miei Sei Lettori - sono aumentati di un’unità - che non redigerò schede per ognuno dei libri della mia Biblioteca. Non avrebbe senso. Si tratta invece di schede collegata l’un l’altra da un filo conduttore. Ho piegato nella scheda precedente di come abbia avuto un breve momento di gloria mediatica dove per tre giorni pieni sono stato pubblicamente additato come un “mostro” in ragione di opinioni a me attribuite e soprattutto presentate in modo criminale. Inutile ricordare a questi Signori il contenuto dell’articolo 3 della nostra Costituzione, alla quale a parole dicono tutti di volersi inchinare e di voler rispettare. Non è così e noi viviamo nel regno della menzogna e delle tenebre. Si tratta dunque soltanto di quei libri che in qualche modo, anche tenue, si legano tutti alla vicenda diffamatoria di cui ho accennato. Sono spesso libri che compro in convegni o manifestazioni alle quali partecipo. Ormai, quasi tutti i convegni hanno banchetti allestiti dagli editori o dai librai. È possibile così acquistare libri di cui non si avrebbe spesso notizia, perché ad arte non vengono né recensiti né pubblicizzati nei canali mainstream, che si occupano sempre dell’ultimo libro di Vespa, del quale mi onoro e vanto di non averne mai letto nessuno, anche se dovessero pagarmi per farlo. Sono però libri di cui spesso mi dimentico dopo averli riposti in qualche scaffale, una volta tornato a casa. Libri che risorgono dopo mesi e anni e magari accendono un improvviso interesse. Del libro in questione, che si apre con una prefazione di Paolo Barnard (al cui “Perché ci odiano” è riservata una successiva scheda), ho notato segni di lettura avviata ma non ne conservo il ricordo. Per cui dovrò rileggerlo dall’inizio. Ricordo però che - a mio avviso - il libro che supera tutti gli altri in materia di “identità ebraica” è quello di Gilad Atzmon, che ho letto e riletto più volte ed al quale seguirà una scheda di approfondimento. A scanso di equivoci, avverto anche i Malevoli Visitatori del mio blog, che le schede non si limitano ad una sola campana: mi interessa perfino di più l’altra campana, quella che promuove l’immagine di Israele e ne sostiene presunti diritti e presunte ragioni. Tranquilli! Ma lasciatemi i tempi tecnici, necessari per leggere e rileggere tutti questi libri, compatibilmente con altri miei impegni. Il fatto di averli poi tutti insieme, in una homepage, è di grande utilità per stabilire delle connessioni e una polifonia di voci dove idealmente tanti Autori diversi parlano fra di loro.

(Segue)

32. Letture: Shlomo SAND: L’invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, 2010.

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Ripercorrendo le pagine diffamatorie, che mi sono state dedicate nel 2009, trovo un sito che si occupa del “Caracciolo pensiero”. Aspetterò ancora qualche anno per passarli tutti singolarmente in rassegna. Intanto, un personaggio di quegli anni, che aveva particolarmente infierito contro di me, Gianni Alemanno, allora Sindaco, ha fatto il percorso che tutti conoscono. Ha scampato l’imputazione per associazione mafiosa, ma è stato rinviato a giudizio - a quanto odo - per altri pure gravi titoli di reato. Ho sentito che non accetterà il “patteggiamento”... E ci mancherebbe! Non stiamo qui ad infierire su di lui come lui ha fatto con me... Lasciamo alla giustizia “divina” di fare il suo corso, giacché di quella “umana” ci fidiamo piuttosto poco... Ho citato Alemanno perché proprio lui è chiamato fra i miei accusatori da un sito, Giornalettismo, che pensò allora di esplorare i miei blog per presentare come criminali e criminogene le mie modeste opinioni... di cui non ho di che pentirmi e che altri mi dicono sono perfettamente condivisibili. Devo però anche dire che non sono propriamente mie, ma sono autorevolmente rappresentate nella migliore letteratura. Abbiamo già redatto una scheda permanente di lettura su Alan Hart, ed altri ancora. Adesso è il turno di Shlomo Sand con un primo volume sulla storia del cosiddetto popolo ebraico, che non ha nulla a che fare - spiega Lui - con quelle popolazioni che con il nome di “ebrei” vissero in Palestina, esercitando una sovranità territoriale per pochi decenni, troppo pochi per rivendicare un “diritto storico”, eterno all’occupazione di terre abitate oggi dai Palestinesi... Ho già letto il libro e si tratta ora di rileggerlo, cercando di fare qualche riflessione in margine alle sue pagine, che ci sembrano splendide soprattutto nella parte in cui ricostruiscono il dibattito filosofico svoltosi nella seconda metà del XIX secolo, quando dal crogiuolo del nazionalismo che funestò il continente europeo, portandolo alla rovina di cui beneficiarono altri, sorse anche il sionismo che però è cosa del tutto distinta dagli altri nazionalismi, perché ha in più come sua caratteristica essenziale quel “razzismo” del quale parlano molti autori e che fu perfino riconosciuto nel 1975 da una risoluzione dell’Onu... Se ne distingue anche per avere qualcosa in meno dagli altri nazionalismi: il dato biologico (il nascere secondo una catena di generazioni), il dato territoriale (una terra sempre abitata nei secoli senza interruzione di continuità), la forma di governo liberamente scelta, modificata e perfino sovvertita dai legittimi abitanti. Si tratta di un “unicum”, alla cui analisi scientifica si oppongono poteri occulti, lobbistici, mediatici... Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle da tonnellate di fango mediatico che abbiamo dovuto scrollarci di dosso, ma - per giustizia divina - quel fango ritorna addosso a chi lo ha lanciato... Non potremo mai dimenticare quel Marrazzo, allora presidente della Regione, che voleva “guardarmi negli occhi” e che quasi prima che cantasse il gallo ho visto nascondersi il volto davanti a quelle stesse televisioni, con le quali è ora tornato a lavorare, essendo stato mandato in Israele a fare “servizi” al posto di quelli prima resi dall’ineffabile Claudio Pagliara, spedito in Cina... E dire, che pur pagando dovendo pagare il canone, che serve a pagare lo stipendio a questi signori, non riesco neppure a vedere la Rai, per non so quali problemi tecnici... Non ne sento però la mancanza... Anticipazione: una seconda scheda su Shlomo Sand riguarda un suo diverso libro, dal titolo “Come ho smesso di essere ebreo”.

(Segue)

giovedì 17 dicembre 2015

La politica estera del Movimento Cinque Stelle e i suoi denigratori. - Il giornalismo in Italia


È Lui!
Lo spunto per questo post è dato da una sortita dell’Unità per la penna dell’ineffabile Rondolino, il cui “odio” verso il Movimento Cinque Stelle cola con il sorriso in ogni sua apparizione televisiva, una sera sì e l’altra pure: l’antipatia e il contrasto verso il Movimento è quanto mai trasparente: in questo consiste il suo... “giornalismo”! Un giornalismo “stracciato” nel senso che Rondolino si straccia le vesti per ciò che Luca osa pensare o gli si attribuisce di pensare: questo scostumato!... E per giunta senza prima aver chiesto il permesso allo stesso Rondolino, o almeno essersi consultato con lui e con la redazione dell’Unità rediviva!... Al di là del fatto specifico e della persona specifica, il problema serio è la natura, il ruolo, la funzione del giornalismo in Italia e nell’Occidente. Nessuno contesta al Fabrizio Rondolino di avere le sue simpatie o antipatie politiche, anzi penso che le sue antipatie politiche producano maggiori consensi al Movimento più di quanti ne tolgano. Ma si comporta da “giornalista” o da “cittadino”? Pensa di informare facendo propaganda e denigrazione? E quale dovrebbe essere la funzione di un “giornalista”? Cosa ci aspetta da lui? Che informi altri cittadini, separando le sue opinioni dai fatti che dovrebbe esporre? Esiste un simile giornalismo in Italia? È mai esistito? E che dire dello scambio frequente della professione di “giornalista” con quella di “politico”? Per non parlare poi del collegamento con i servizi stranieri e con stati esteri... Occorre smetterla di pensare al giornalismo come un servizio reso al cittadino, cui compete il diritto / dovere di concorrere alla formazione della politica nazionale secondo il dettato dell’art. 49 della costituzione. Non per nulla ogni potentato economico, ogni gruppo di pressione, ogni centro occulto di potere ha il suo proprio giornale, o possedendolo direttamente in regime di proprietà privata, con pubblici contributi, o collocando nelle direzioni e redazione i suoi propri uomini e agenti, come in ultimo il caso Udo Ulfkotte rivela apertis verbis. È una realtà che riaffiora con l’«hasbara» israeliana, protetta da nostri PM (magari dei sayanim pure loro), che reprimono ogni critica ad Israele con la scusa della repressione dell’«antisemitismo»... Occorrerebbero nuove leggi che garantiscano per davvero la libertà di pensiero e di espressione, non già dei giornalisti, spesso nella condizione denunciata da Ulfklotte, ma dei semplici cittadini.

A chi appartengono? Per farne cosa?
Data l’ora tarda e una certa stanchezza non vogliamo però lasciarci andare in una facile polemica, demolitrice dell’articoletto in questione, che del resto è tutto ispirato alla presenza di un parlamentare Cinque Stelle ad un convegno che altrimenti non avrebbe avuto nessuna menzione di stampa, come è sempre stato per tutte le iniziative e le manifestazioni solidali con la resistenza palestinese e la causa dell’unità araba. Se mai la funzione di alcune testate è stata quella di demonizzare le manifestazioni pro Palestina o pro Assad,  i convegni di studio e approfondimento, sostitutivi di quella informazione che i media evitano accuratamente di dare, oppure fanno tentativi demonizzanti per impedirli. La “demonizzazione” è il principale esercizio della cosiddetta informazione. Ormai non vi è più nessuna persona che presuma di essere intelligente disposta a credere e far credere all’esistenza di una neutralità ed oggettività nell’informare un Lettore alquanto immaginario e asettico: si scrive o si parla sempre a favore o contro qualcuno o qualcosa, dando per scontato che chi riceve l’informazione sia un vaso (da notte) dentro il quale si può riversare qualsiasi liquame. La lista da fare sarebbe lunga, ma ci riferiamo qui a una conferenza recente, demonizzata mediaticamente, dove si parlava di Siria senza che purtroppo non vi sia stata nessuna presenza di un parlamentare Cinque Stelle, cosa quanto mai opportuna, come pure alla manifestazione romana per l’uscita dalla Nato, organizzata da Giulietto Chiesa, che ha rivolto una interlocuzione proprio al Movimento Cinque Stelle, che ancora - a mio avviso - non ha ancora elaborato una strategia politica complessiva, organica di politica estera... E quando sarà, se sarà, temo che avremo un nuovo colpo di stato, questa volta con gli agenti della CIA e i carri armati della Nato.

Questo apre preliminarmente una riflessione sul ruolo della media della carta stampata (o “carta straccia”, secondo un’espressione usata da Giampaolo Pansa) in particolare. Io consiglierei a un Movimento 5S al governo una legge che non solo abolisce ogni finanziamento pubblico, ma che pone anche un tetto alla pubblicità nei giornali in modo da non far risultare gli introiti pubblicitari oltre a quelli ottenuti dalle vendite... È noto infatti come il peso degli inserzionisti condizioni la libertà e la qualità della stampa, a danno dei lettori e della democrazia nella misura in cui essa ha bisogno di un’informazione libera e indipendente. In un Forum londinese sull’informazione John Pilger ebbe di essa una definizione pregnante. Disse: “l’informazione è una emanazione del potere”. Non stiamo qui a fare delle esemplificazione perché ognuno può metterci da solo i nomi e i volti che vuole.

L’attacco sionista (ebraico, israeliano) lo si può datare ad alcuni anni fa, quando un giornalista israeliano andò a Genova, nella casa di Grillo, per saggiarne gli orientamenti verso Israele. E poiché non vi fu immediato inchino e prosternazione, allora si capì che il Movimento non poteva essere allineato alla stampa e alla politica corrente, bipartisan. Se i parlamentari Cinque Stelle dipendessero dai finanziamenti della lobby ebraica come negli Stati Uniti, dove tutto il ceto politico è a libro paga, da Truman in poi, non vi è dubbio che avrebbero già sottoscritto tutte le dichiarazioni e posizioni che da Israele fossero state inoltrate: questo lobbismo sfacciato non me lo invento io, ma lo si legge nel libro di Alan Hart, appena uscito in italiano. Da noi, un esempio eclatante di questa prosternazione della politica ad Israele è dato da una parlamentare che per tutta la durata del suo mandato, pagato dal popolo italiano, non ha fatto altro che curare gli interessi dello Stato di Israele. E come se ciò non fosse abbastanza probante, terminato il mandato, questa Signora se ne è andata in Israele, assumendone la cittadinanza e con il rischio per noi di vedercela in Italia come ambasciatrice di Israele, magari percependo pure un vitalizio dalla Repubblica italiana.

Quanta al ruolo della stampa, tutta schiacciata su Israele, merita di essere ricordato l’episodio per il quale Gianni Vattimo è continuamente additato come “antisemita”: avendo notato il pressoché totale schiacciamento della stampa su Israele, il filosofo torinese ebbe a dire che a questo riguardo gli sembravano verosimili le pagine dei “Protocolli” che già un secolo fa denunciavano il totale controllo della stampa da parte dell’ebraismo. Apriti cielo! Da allora Vattimo è sempre accompagnato da una cattiva fama, che i media alimentano costantemente. Altra sua battuta fu sulle brigate internazionali, come nella guerra di Spagna, ma questa volta per andare a combattere in Palestina. Qui l’obiezione sarebbe che queste brigate, se mai, le si dovrebbero fare in Italia, per conquistare una vera libertà e indipendenza, ad incominciare dalle menzogne del giornalismo nostrano.

Queste nostre considerazione a margine del testo de “l’Unità”, per mano di Rondolino, si giustificano per il fatto che non avrebbe nessun senso prestare attenzione a un commento e a interpretazioni dello stesso Rondolino ad un convegno al quale non ha partecipato, ma che si è visto comodamente a casa dal video di Libera-tv: lo stesso può fare chiunque andando su Libera-tv! All’albergo di Piazza di Porta Maggiore Rondolino proprio non ci ha messo piede e si è scritto l’articolo standosene a casa o al giornale: un grande giornalismo di inchiesta sul campo! I temi del convegno non sono per nulla nuovi per chi segue questi eventi, o meglio si sono date notizie vere e aggiornate sul conflitto in corso, che invano si possono sentire da Rondolino, magari trasformato in giornalista di guerra, quella vera in Siria, ma che compaiono in riviste specialistiche, come Limes, ripresa da Maurizio Blondet... Ciò che vi era di nuovo, inedito, è stata proprio la presenza di un parlamentare Cinque Stelle: esattamente ciò che rode a Rondolino! Chissà che non vadano prossimamente al governo! L’intervento di Luca Frusone direi è stato abbastanza ampio e sulle generali: riconoscimento della Palestina, ipocrisia occidentale... Niente di particolarmente sconvolgente, se non per Rondolino.

Ma io, fossi in Luca, uno scherzo a Rondolino lo farei, uno scherzo da fargli venire l’itterizia. Organizzerei una bella presentazione alla Camera sul libro di Alan Hart, contro il quale esiste un divieto mediatico di fare qualsiasi recensione: non si deve sapere che il libro esiste in modo che a nessuno venga la tentazione di leggerlo. E non leggendolo si può tranquillamente continuare a ripetere le scempiaggine di un Rondolino, che dimostra di non sapere come lo Stato di Israele è sorto e su quali fondamenti di legittimità si regga ovvero quanto grande è il suo deficit di legittimità democratica, occultato proprio da un giornalismo come quello di Rondolino. È stata impedita, per richiesta della comunità ebraico-sionista-israeliana una presentazione presso l’ANPI, ma non li si è potuto fare presso la Fiera del Libro, che ha emesso una sorta di suo Comunicato (a fronte di quello dell’ANPI) per dire che il libro non ha niente di “razzista” e lo si può tranquillamente leggere e discutere.

Luca Frusone
Fossi io al posto di Luca, inviterei proprio Rondolino a dibattere sul libro, che dovrebbe prima necessariamente leggersi: tutte le sue trite banalità propagandistiche sullo Stato di Israele cadrebbero come castelli di carte e qualsiasi modesto conoscitore della questione palestinese avrebbe facile gioco con lui... il cui sorriso televisivo lascia tutte le sere perplessi quanti lo osservano e lo ascoltano da questa parte dello schermo. Peccato che la televisione non sia interattiva... o almeno non ancora! Probabilmente, molti si asterrebbero dal mostrarsi sullo schermo.

martedì 15 dicembre 2015

31. Letture: Robert FISK: Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra, il Saggiatore, 2010.

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Avendolo letto, era il libro che ricercavo negli scaffali della mia biblioteca, per rileggerlo insieme a “Cronache Orientali”, dello stesso Autore, come avevamo annunciato. La terza edizione inglese è del 2001, sulla quale è stata condotta nel 2010 una traduzione italiana per un volume di 850 pagine. La guerra del Libano è da noi ricordata, indirettamente, per uno dei suoi riflessi: l’attentato alla sinagoga ebraica in Roma, dove perse la vita un bambino. Naturalmente, è un fatto in sé esecrabile e in nessun modo giustificabile. Ma la sua condanna e periodica rivendicazione assume i caratteri strumentali della propaganda se ogni volta non si ricordano anche le cause di quel fatto tragico, che non nasce dal nulla, ma dal “martirio di una nazione” che proprio nel 1982 conobbe l’orrore di Sabra e Shatila, dove persero la vita molti bambini insieme con le loro madri, uomini, vecchi... fu un “genocidio”, la cui cronaca andremo pietosamente rileggendo dalle pagine del cronista di guerra Robert Fisk, che nel corso della sua attività professionale ha percorso in lungo e largo i luoghi che descrive e di cui parla, insieme alle persone che abitarono e morirono.

(Segue)

mercoledì 9 dicembre 2015

Teodoro Klitsche de la Grange: Recensione a: Kelsen, “Cos’è la giustizia? Lezioni americane”.

Kelsen “Che cos’è la giustizia? Lezioni americane” Quodlibet. Macerata 2015, pp. 234, euro 18,00

Tenuto conto che le opere “maggiori” di Kelsen sono state tutte tradotte da decenni, è ancora in corso la traduzione di quelle poco conosciute o mai tradotte in italiano, tra le quali quelle raccolte in questo libro.

Il volume curato da L. Passerini Glazel e Paolo de Lucia consta di tre scritti di Kelsen: i dattiloscritti rinvenuti a Berkeley, titolati dai curatori Elementi di teoria pura del diritto; la trascrizione delle registrazioni audio della lezione “Che cos’è la giustizia”; e della lezione “Politica, etica, diritto e religione” (sempre tenute a Berkeley).

Mentre le prime due lezioni (i dattiloscritti) sono un’esposizione sintetica delle ben note – e più diffusamente esposte altrove – tesi fondamentali della reine rechtslehre, le altre due hanno caratteristiche meno comuni nell’opera del giurista austriaco. La lezione sulla giustizia inizia citando la celebre domanda di Pilato a Cristo “Che cos’è la verità”: il procuratore romano non “si aspettava una risposta a questa domanda, e Gesù non diede alcuna risposta ad essa, perché rendere testimonianza alla verità non era l’aspetto essenziale della sua missione di Re e di Messia. Egli era nato per rendere testimonianza della giustizia, della giustizia che deve essere realizzata nel Regno di Dio … Così, dietro la domanda di Pilato: «Che cos’è la verità?» sorge, dal sangue di Cristo, un’altra ben più importante domanda, l’eterna domanda dell’umanità «Che cos’è la Giustizia?» (v. p. 107). Kelsen avverte che “La giustizia (justice) è principalmente una possibile (ma non necessaria) qualità di un ordinamento sociale (social order) che regoli le relazioni reciproche tra gli uomini” e che questa “è felicità sociale, è quella felicità che viene garantita da un ordinamento sociale”. E non può essere intesa in senso individualistico “E’ infatti inevitabile in questo caso che la felicità di un individuo entri, prima o poi, direttamente in conflitto con la felicità di un altro individuo” (cioè il problema del conflitto interindividuale d’interessi, della pluralità di pretese a un bene, esposto da Carnelutti). Per cui “Non v’è alcun ordinamento sociale che sia in grado di risolvere questo problema in modo soddisfacente, ossia in un modo giusto, tale da garantire la felicità di entrambi”. Per cui alla fine il problema è quali interessi umani – in un dato ordinamento – sono meritevoli di essere soddisfatti? A questo punto si pone il problema della gerarchia di valori, alcuni dei quali vanno soddisfatti preferibilmente – e a scapito – degli altri. E’ inutile riportare quale importanza abbia assunto nel pensiero del XX secolo il problema dei valori (Weber, Schöler, Schmitt). Resta il fatto che le “tavole dei valori” di ciascun ordinamento sono differenti, ed ancor più le valutazioni (individuali come collettive) su quali di essi vadano maggiormente tutelati. Il neo-positivismo ha stimolato tanti dibattiti, in particolare sulla qualificazione “formale” della democrazia come insieme di procedure che salvaguardino libertà di voto, pluralismo, regola della maggioranza. Definizione che presuppone sia il relativismo dei valori sia la possibilità giuridica di cambiarli radicalmente, rispettando le “forme”. Anche se l’affermazione della liberaldemocrazia nel XX secolo ha indotto la prevalenza della teoria neopositivista del diritto, in realtà il giuspositivismo delle norme di Kelsen è stato, da alcuni (influenti) epigoni, convertito in un giuspositivismo dei valori, la cui valutazione e “bilanciamento” è preferibilmente attribuito alle Corti costituzionali (tanto moltiplicatesi nel pianeta).

Con ciò il problema torna al principio: è sempre l’autorità – che non ha nulla di normativo – a determinare la “scelta” dei valori da privilegiare. Anche se con le forme di un processo di parti. Ma se queste scelte non ottengono il consenso (anch’esso non normativo) il problema della giustizia si ripropone. E con ciò quello della legittimità e, in ultima analisi, dell’efficacia dell’ordinamento.

Teodoro Klitsche de la Grange

venerdì 4 dicembre 2015

30. Letture: W. E. Binkley: I partiti politici americani, Nistri-Lischi, 1961.

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Il libro non è recente, del 1961, ed deve essere stato comprato da me parecchi anni fa in ragione del prezzo (Vol. di pp. 604 - Lire 3000), ridotto al 50 %, e soprattutto del tema “i partiti politici americani” che già da allora mi proponevo come argomento di studio, che adesso mi ritorna attuale in virtù della legge elettorale italiana, finalizzata a un modello americano, dove si spartiscono tutto il potere due partiti l’uno omogeneo all’altro, se non perfetta fotocopia, eliminando ogni altra voce e soprattutto relegando la gran massa dei cittadini, obbligati ad accettare il sistema o a subirlo. Tutto quello che viene dall’America, dagli Stati Uniti, è “moderno”, deve essere preso come modello... Sento tutto il peso della colonizzazione politica, militare, economica, culturale, religiosa iniziata nel 1945 con un ceto politico (“cambio di regime”) già da allora caratterizzatosi per “cupidigia di servilismo”, come fu allora detto autorevolmente.

Il libro è preceduto da una dotta prefazione che però mi riesce poco utile. Invece andando direttamente al testo, che nella sua prima edizione è del 1943, leggo con interesse, subito in esordio: 
«Anche ai primi colonizzatori l’America apparve essenzialmente come un continente da sfruttare. Più di tutti gli altri fattori sommati insieme. Fu proprio questa prospettiva ad alimentare la migrazione che ne popolò il territorio. Coloro che si erano acquistati il passaggio fino in America impegnandosi in cambio a parecchi anni di servitù, divenivano insofferenti vedendo di colpo la possibilità di vivere bene senza poterla subito afferrare. I contadini che fuggivano dall’Europa dove vestigia feudali assicuravano ancora saldamente la proprietà della terra ai pochi privilegiati, sciamavano qui per soddisfare l’antica fame di terra. Qui l’uomo comune poteva camminare fiero sulla terra che era sua, così come soltanto nobiluomini e nobildonne facevano nella sua patria d’origine...» (p. 13).
È un esordio che probabilmente dice molto di più di quanto il suo autore immaginasse, suo malgrado. Infatti egli così prosegue nell’interpretazione di un dato oggettivo da lui stesso descritto ed enunciato: 
«...Qui si verificava un nuovo fenomeno destinato, attraverso i dovuti sviluppi, a determinare uno dei miracoli della storia, trasformando l’uomo comune in fattore dinamico di una società politica» (p. 13).
Il “miracolo” può essere interpretato come una delle più grandi nefandezze della storia a noi conosciuta, associato com’è al genocidio del nativi d’America, al furto delle loro terre, alla distruzione della loro civiltà e memoria. Purtroppo, questa “fame” di terra, di sfruttamento è rimasto nel DNA di quella “società politica” e si è rivolto a tutto il mondo, anzi a tutto il globo terrestre che per effetto dello smodato “sfruttamento” rischia nel breve periodo il disastro climatico globale con seri pericoli di estinzione dell’umanità o di larga parte di essa.

Quanto poi alla “nuova società” mi stupirei io stesso a guardarmi nello specchio come un anacronistico difensore e apologeta degli ordini nobiliari ed ecclesiastici pre-rivoluzione francese, che ritorneremo a studiare con apposite schede di lettura. Ma ad occhio e croce non si può negare che il possesso di terra da parte dell’ordine nobiliare ed ecclesiastico era non proprio gratis, ma legato a una funzione sociale che era nell’un caso il servizio della guerra e la difesa della patria, o se si preferisce dalla stessa terra, e nell’altro caso nel servizio spirituale e nella cura delle anime. Almeno all’inizio. Poi le cose cambiarono e subentrò il dominio della borghesia, progressivo quanto si vuole - secondo la narrazione marxiana -, ma dove le condizioni dei contadini peggiorarono, essendo loro stessi “sfruttati” al pari e più della terra che dovevano lavorare. E fu sotto la sferza del padrone “borghese” che i contadini d’Europa presero la via dell’America, non solo per “sfruttare” la terra di cui si impadronivano, ma anche per uccidere i suoi abitanti originare che con quella terra avevano un ben diverso rapporto, non di sfruttamento, ma di uso comune e in armonia con la natura da cui traevano sostentamento. Fuggirono quei contadini d’Europa per ritrovarsi “assassini” in America: una bella carriera!

(Segue)