giovedì 13 settembre 2007

"Libertà di stampa": sì, ma non per gli arabi che se la danno da sé

Riproduciamo quest'articolo del professore Enrico Galoppini, docente di storia dei paesi islamici (Università di Torino) e membro del gruppo di discussione "Civium Libertas".


«Libertà di stampa»: sì, ma non per gli arabi che se la danno da sé
Enrico Galoppini

Sami al-Hajj è un operatore video di Aljazeera catturato dall’esercito degli Stati Uniti in Pakistan nel dicembre 2001, e da quell’epoca detenuto nel campo di concentramento statunitense di Guantanamo (1).
In Italia la vicenda non è nota poiché dagli stessi media che non ne parlano viene veicolato un concetto di «libertà di stampa» (che in teoria dovrebbe essere un «valore assoluto» per la «democrazia»…) che coincide solo con ciò che risulta funzionale agli interessi politici, economici e finanziari che questi media curano, quand
o non si riduce alla propria autoreferenziale difesa di casta.
Di qui le campagne faziose volte a restituire il «posto di lavoro» a benestanti «firme» impegnate nella propaganda per il «carrozzone» politico-affaristico di riferimento.
Non è un caso, che una trasmissione già assegnata a Massimo Fini sia stata annullata in extremis, non molto tempo fa, non provocando alcuno scandalo mediatico-politico.
Per non parlare dell’ostracismo che un quotidiano certo più originale e «libero» dei vari «Europa», «La Discussione» e l’ipermediatizzato «Il Riformista» deve subire nelle varie rassegne stampa: mi riferisco a «Rinascita», che da tempo svolge una meritoria ed eccezionale (nel senso che rappresenta un’eccezione) opera d’informazione sulle grandi questioni della politica internazionale.
I siti internet, poi, anche quando hanno un numero di lettori nettamente superiore a quello delle suddette «testate virtuali» (EFFEDIEFFE.com ne è un esempio), è come se non esistessero perché, si sa, «su internet circolano solo balle»…
In tutti questi casi, nessuna Federazione della Stampa si scandalizza, né si mettono in moto i «girotondi».


In questo clima particolarmente odioso e, diciamolo, intollerante e totalitario, non sorprende quindi che al presidente russo Putin venga, senza troppi giri di parole, attribuita la responsabilità dell’uccisione della giornalista Anna Politkovskaja (l’ISPI, un «prestigioso istituto», organizza in questi giorni un convegno sul «dissidente» - che cosa ricorda? - Litvinenko); che si denunci la «dittatura» di Chavez per il mancato rinnovo delle frequenze di emittenti private che... crearono il clima adatto per il fallito colpo di Stato del 2002 (2); che un personaggio totalmente schierato come Pagliara (al quale diamo lo stipendio perché è un giornalista RAI) entri ogni giorno nelle nostre case (su tutti i canali RAI!) per fare propaganda israeliana digrignando i denti.
Non sorprende che la lapide commemorativa del giornalista Raffaele Ciriello, falciato da una mitragliatrice israeliana, sia stata rimossa.
Non sorprende che un operatore video di Hamas sia stato colpito più volte, mentre era a terra agonizzante, con le raffiche che colpivano anche i suoi soccorritori (3).
E, quel che qui più importa per tornare al caso di Sami al-Hajj, non sorprende che dei ripetuti e clamorosi atti di censura ai danni dell’emittente Aljazeera, pochissimi, in Italia, siano informati: si va dall’omicidio (per tutti, Tariq Ayyub, ammazzato all’ingresso delle truppe USA a Baghdad) al fermo (l’ultimo, a Kabul, del direttore del locale ufficio), passando per l’arresto (vedasi Taysir Alluni, grande firma dell’emittente «rea» d’aver intervistato Bin Laden: roba da premio Pulitzer!).
Altri atti di censura Aljazeera li ha subiti anche da vari Stati arabi e/o musulmani, alcuni dei quali hanno proibito l’ingresso dei suoi giornalisti, ma le prepotenze più gravi sono state commesse dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.
Dunque, tutto ciò premesso, è «normale» che il nome di Sami al-Hajj non dica nulla praticamente a nessuno, almeno in Italia.

Adesso - presentata dalla stessa Aljazeera - parte una petizione del giornale algerino al-Shurûq (4), la quale fa seguito ad un convegno sul tema e punta a raccogliere un milione di firme in favore dell’operatore video detenuto a Guantanamo al fine di dare, come minimo, un segnale di non ottundimento delle coscienze.
La petizione pare rivolta solo agli algerini; tuttavia sarebbe importante che anche dai Paesi non arabofoni arrivassero molte adesioni.
QUI c'è il testo della petizione, e, a seguire le firme (nome, cognome, professione).
Il testo è in arabo, perciò ne proponiamo una traduzione:
Un milione di firme per il rilascio del giornalista Sami al-Hajj 15 agosto 2007
«Il Comitato arabo per la difesa dei giornalisti e la Campagna internazionale in difesa del giornalista Sami al-Hajj, in collaborazione col quotidiano algerino ‘al-Shuruq’, lanciano la campagna ‘Un milione di firme’ per la liberazione di tutti i giornalisti detenuti ingiustamente ed illegalmente, in pace e in guerra, e in particolare per il giornalista Sami al-Hajj, detenuto a Guantanamo da più di sei anni.
Noi sottoscritti firmatari, desiderosi di libertà e giustizia, disapproviamo questi comportamenti immorali estranei al diritto internazionale, e con la nostra firma che sarà inoltrata alle differenti organizzazioni regionali ed internazionali diciamo ‘NO’ agli arresti, ‘SÌ’ alla libertà d’opinione; ‘NO’ alla persecuzione dei giornalisti, ‘SÌ’ alla loro libertà, ‘SÌ’ alla liberazione di Sami al-Hajj, ‘NO’ ai maltrattamenti e agli arresti illegali
».
Per inviare la vostra adesione, scrivete a sami.elhadj@ech-chorouk.com (meglio se in francese, tuttavia l’indirizzo e-mail è stato creato per l’adesione alla petizione, quindi basta scrivere nome, cognome e professione, magari anche il Paese).
Un ultimo consiglio: fate girare (e tradurre in altre lingue) almeno il testo della petizione corredato delle informazioni essenziali contenute in questo messaggio, poi pubblicatelo su vari siti internet, italiani e non.


Sami al-Hajj, detenuto a Guantanamo con la solita vaga e indimostrabile accusa di «terrorismo islamico», è il simbolo dell’informazione censurata e del totalitarismo mediatico.
Le «libertà di parola» e «di stampa» - elementi essenziali, ci raccontano, della «esportazione della democrazia» - sono solo due vuoti slogan se poi i giornalisti vengono sequestrati e uccisi; se la gente, la cosiddetta «opinione pubblica», non ha accesso ai giornali, alle radio e alle TV, inarrivabili pulpiti dai quali sempre i soliti personaggi, venduti fino al midollo, catechizzano con la loro «verità» lanciando l’anatema verso gli «eretici».
La libertà per Sami al-Hajj è la libertà per chi è ancora determinato a fare informazione libera.


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