venerdì 14 settembre 2007

Il caso di Nadia Abu El Haj

Nadia Abu El Haj è una archeologa statunitense d’origini palestinesi, nata nel 1962. Il suo curriculum di studi passa dapprima per il Bryn Mawr College (uno degl’istituti femminili più prestigiosi degli USA), da cui ottiene il diploma di laurea (Bachelor of Arts degree), quindi per la Duke University (dove consegue il dottorato). Tra il 1993 ed il 1995 lavora come ricercatrice borsista presso l’Academy for International and Area Studies dell’Università di Harvard. Esperienze analoghe le trascorre alla University of Pennsylvania (Mellon Program) ed a Princeton (Institute for Advanced Studies). Nadia è stata anche borsista del Fulbright Program (il programma universitario che può vantare il maggior numero di premiati col “Nobel” tra i suoi ex beneficiari) ed ha ottenuto numerosi premi. Sue lezioni si sono tenute presso le università di New York, della Pennsylvania e di Londra, l’Accademia delle Scienze di New York, l’Istituto di Studi Avanzati di Princeton, la Scuola di Economia di Londra.


Nel 2001 Nadia Abu El Haj ha pubblicato la sua opera più celebre, intitolata Facts on the ground: archeological practice and territorial self-fashioning in Israeli society [“Fatti sul terreno: pratica archeologica ed auto-modellamento territoriale nella società israeliana”], elaborazione della propria tesi di dottorato. Lo scopo dell’Autrice è quello di scoprire il rapporto tra conoscenza scientifica e costruzione dell’immaginario sociale e degli ordinamenti politici; per far ciò, esamina il caso dell’archeologia israeliana. Il sionismo avrebbe influito sulle ricerche archeologiche in Palestina fin dal periodo della dominazione inglese: gli scavi si sarebbero concentrati sul reperimento di testimonianze dell’antica civilizzazione ebraica, ignorando invece i reperti riferiti ad altre popolazioni. Facts on the ground è stato premiato dalla Middle East Studies Association of North America con il “2002 Albert Hourani Book Award”.


Nell’autunno del 2002 Nadia Abu El Haj è entrata nell’organico del Dipartimento di Antropologia del Barnard College, istituto affiliato con la Columbia University. Il ruolo di Nadia è attualmente quello di “assistant professor”, che corrisponde grosso modo a quello di “professore associato non confermato” nelle università italiane. Nell’anno accademico 2006-2007 Nadia è stata promossa al rango di professoressa di ruolo ma, proprio per la già descritta particolarezza del Barnard College, si è resa necessaria la conferma da parte dell'Università della Columbia. E qui è esploso il caso.


Gruppi organizzati di detrattori hanno cominciato ad esercitare pressioni affinché Nadia Abu El Haj non sia confermata di ruolo. A scatenare la campagna contro Nadia sono stati alcuni alunni di Barnard, appoggiati dal sito “Campus Watch”, specializzato nella “caccia all'eterodossia” tra gli ambienti universitari nordamericani. Quella del “organo di monitoraggio”, che vigila sulla comparsa di pretese “forme d'antisemitismo”, è una delle maggiori specialità sioniste (si pensi al sito italiano “Informazione Corretta”); “Campus Watch” è opera del pensatoio noto come Middle East Forum. Non ostante il motto di questa lobby sia «promuovere gl’interessi statunitensi» (frase che campeggia in bella vista nel sito), in realtà tutti gli sforzi sono profusi affinché gli USA accolgano ogni istanza strategica proposta da Israele. Abbondano infatti gli articoli a firma d’autori ebrei, e tutti invariabilmente sostengono con abnegazione le ragioni di Tel Aviv. Del resto, fin dalla presentazione il Middle East Forum lascia pochi dubbi su cosa intenda per «interessi statunitensi»: «lavorare per il riconoscimento palestinese d’Israele, (…) ridurre la dipendenza energetica dal Medio Oriente, far valere le proprie ragioni con l’Arabia Saudita, fronteggiare la minaccia iraniana». I nomi del suo organico sono altrettanto rivelatori: il direttore è Daniele Pipes, noto ideologo neoconservatore distintosi per le posizioni antirusse ed antimusulmane; responsabile delle ricerche è Teri Blumenfeld, fondatrice di Meditran (organismo con sede a Gerusalemme); direttori dell’organo informativo del pensatoio sono Michael Rubin (già consulente dell’autorità d’occupazione statunitense in Iràq) e Judy Goodrobb; gestore del sito Grayson Levy; amministratrice delegata Amy Shargel. Forse la personalità più interessante è proprio quella del “associate fellow” di "Campus Watch”: Asaf Romirowsky, ufficiale riservista delle forze armate israeliane! L’impressione non è certo quella d’un gruppo eterogeneo e votato all’oggettività (quasi tutti i membri sono ebrei, e molti ben noti per la loro profonda ideologizzazione – basti pensare allo stesso Pipes), eppure “Campus Watch” pretende d’insegnare agli ambienti accademici statunitensi come combattere «estremismo e intolleranza» (che loro, ovviamente, ravvisano in qualsiasi posizione non sia totalmente appiattita su quelle di Tel Aviv e del sionismo internazionale).


Non meno interessata e faziosa appare la studentessa del Barnard College che ha scritto e divulgato tra i suoi compagni d'istituto una lettera anti-Abu El Haj: trattasi infatti della colona israeliana Paula Rubenstein Stern, la quale vive in un insediamento ebraico nella Palestina Orientale, ossia in quella Cisgiordania (o “West Bank”) che i sionisti occupano illegalmente in spregio delle risoluzioni dell'ONU. Nella sua lettera, la venticinquenne studentessa si sente legittimata ad esprimere giudizi negativi e categorici su Facts on the ground, che secondo lei conterrebbe «affermazioni assurde e prive di fondamento». La giovane colona israeliana, dall'alto di non si sa bene quale autorità, si mette persino a distribuire “patenti di legittimità antropologica”: «Abu El Haj non è un'antropologa». Affermazione quanto mai dubbia, dato che a fare da credenziali per Nadia ci sono, oltre ai titoli di studio, numerosi premi (tra cui uno proprio per Facts on the ground) e saggi pubblicati su riviste scientifiche. Dubbio è pure che la studentessa Stern abbia letto davvero il libro che contesta, giacché nella sua lettera imputa a Nadia Abu El Haj di aver definito le dinastie asmonea e davidica «una mera “credenza, un'affermazione ideologica, una pura fabbricazione politica”» [«The Hasmonean and Davidic dynasties are a mere “belief, an ideological assertion, a pure political fabrication”»]. In realtà, la Stern non sta citando realmente il libro della Abu El Haj, o meglio lo sta citando manipolandolo. Infatti, a pagina 250 di Facts on the ground, nel contesto del riassunto d'un saggio dell'archeologo israeliano Magen Broshi, si può leggere: «In other words, the modern Jewish/Israeli belief in ancient Israelite origins is not understood as pure political fabrication. It is not an ideological assertion comparable to Arab claims of Caananite or other ancient tribal roots» [«In altre parole, la moderna credenza ebraica/israeliana in antiche origini israelite non è recepita come pura fabbricazione politica. Non è un'affermazione ideologica comparabile alle rivendicazioni arabe d'origini canaanite o da altre tribù antiche»]. La Stern estrapola dal contesto alcune parole e, inventando di sana pianta, le collega a mai citate «dinastie asmonea e davidica». Fa un po' specie che lo storico Jacob Lassner paragoni Nadia Abu El Haj ad una “infermiera che critica i chirurghi” (ossia gli archeologi israeliani), quando tale metafora sarebbe ben più adatta alla studentessa Paula Stern che crede di poter stroncare in quattro righe l'opera scientifica d'una professoressa.


Nel novembre 2006, poco dopo la comparsa della lettera di Paula Stern, la rettrice di Barnard, ossia l'antropologa Judith R. Shapiro, risponde con una lettera aperta indirizzata agli studenti, garantendo che la valutazione di Nadia Abu El Haj in vista della possibile assunzione in ruolo sarà condotta con rigore, ma «indipendentemente da pressioni esterne», poiché si tratta di «uno dei perni della libertà accademica e dell'educazione umanistica». La Stern, intervistata dalla stampa, risponde di essere «orripilata che la Barnard possa anche solo considerare l'assunzione in ruolo d'una professoressa così chiaramente squalificata». Evidentemente per lei questo “perno della libertà accademica e dell'educazione umanistica” non è affatto imprescindibile: se secondo un gruppetto di studenti una professoressa è “squalificata”, allora le gerarchie accademiche non debbono neanche porsi la questione di valutarla, ma bocciarla sulla fiducia!


A onor del vero, la campagna anti-Abu El Haj ha trovato sostegno anche tra alcuni accademici. Oltre al già citato Lassner, anche Alan F. Segal, docente di storia ed archeologia dell'antico Israele proprio presso il Barnard College, ha criticato Nadia perché «non capisce assolutamente cosa dice la tradizione biblica». Tuttavia, la maggior parte dei commenti qualificati a Facts on the ground sono stati positivi fin dalla sua pubblicazione. L'antropologo Elias Zureik ha definito il metodo della Abu El Haj «intelligente e piacevole». Secondo Apen Ruiz (Università di Austin) «Facts on the ground offre un approccio unico e pionieristico all'esame della politica di ricerca archeologica». Keith Whittelam (Università di Sheffield) considera Facts on the ground «un libro di prima classe». Edward Said, altro studioso statunitense d'origini palestinesi (ma ben più famoso di Nadia), nel suo libro Freud and the non-European s'è dichiarato «profondamente debitore» dell'opera della Abu El Haj.


Per tutto l'anno accademico 2006-2007, tuttavia, lo scontro è stato a bassa intensità, con l'apparizione occasionale d'articoli pro o contro l'assunzione a ruolo di Nadia Abu El Haj. Il caso è esploso invece in questi ultimi mesi, dopo l'apparizione d'una petizione rivolta al Barnard College ed all'Università della Columbia intitolata significativamente “Deny Nadia Abu El-Haj Tenure”. Esso esordisce così: «In qualità di preoccupati alunni e amici di Barnard e Columbia, v'invitiamo a negare l'assunzione di ruolo a Nadia Abu El Haj, una professoressa d'antropologia, la cui richiesta di riconoscimento accademico poggia su un solo libro profondamente difettoso». Seguono le solite quattro righe, recanti le canoniche accuse a Facts on the ground, che in uno spazio tanto limitato i firmatari pretenderebbero di confutare. La cosa più aberrante, però, è che dal libero confronto scientifico – di cui il pluralismo dovrebbe essere valore essenziale – si passi alla logica oscurantista per cui chi non accetta l'opinione dei più debba essere “fatta fuori” (in questo caso dagli ambienti accademici, essendo il caso d'una studiosa). Siccome la sua opera è giudicata «difettosa» da un gruppo di studenti e pochi studiosi (cui si contrappongono numerose recensioni positive della medesima opera, comparse in ambienti accademici), allora a Nadia dovrebbe essere negata l'assunzione a ruolo! La Abu El Haj è sbrigativamente bollata come «studiosa di calibro inferiore», e le si rinfaccia persino il tema che ha deciso d'affrontare con Facts on the ground: «Non riusciamo a capire come una ricercatrice possa pretendere di studiare gli atteggiamenti di un popolo di cui non comprende la lingua». Ma Nadia Abu El Haj non ha pubblicato una ricerca antropologica onnicomprensiva sugli Israeliani: ha semplicemente scritto una valutazione della metodologia applicata dall'archeologia britannica e sionista in Palestina. Non sarà che la sua “colpa”, in realtà, è quella d'essere una studiosa di sangue arabo che ha osato criticare Israele? Sembra facile capire perché i firmatari pretendano che solo chi parli l'ebraico possa scrivere qualcosa a proposito di Israele; basta scorrere i loro cognomi: Stern, Aschheim, Rubenstein, Cohen, Federmann, Kurz Gruen, Rosenstock, Goldman, Lerner, Weinberg, Polen, Levin, Kaplan, Strassberg, Manheim, Jacobson, Jacobs, Zaitchik, Siegel... e questi soltanto tra i primi trenta firmatari! Firmatari che, al momento, risultano oltre 2000. Cifra però assolutamente non affidabile: infatti, basta osservare soltanto la cima della lista per accorgersi che taluni hanno firmato più d'una volta. Ad esempio, il nominativo di Timothy Levin compare alla posizione 19, ma anche alla 20. Richard M. Strassberg è sia il ventiduesimo sia il ventitreesimo firmatario. Un'analisi approfondita della lista dei firmatari potrebbe confermare queste tendenze, ma sarebbe alla fin fine poco significativa.


Immediatamente Paul Manning, linguista dell'Università di Trent (Canadà), ha promosso una contro-petizione in difesa di Nadia. Essa è molto breve e la riportiamo integralmente in traduzione italiana:


Noi sottoscritti approviamo fortemente l'assunzione a ruolo di Nadia Abu El Haj presso il Barnard College. Rifiutiamo totalmente ognuna delle accuse lanciate senza prova dalla correlata petizione per negare l'assunzione a ruolo della signora Abu El Haj. Inoltre, desideriamo notificare che troviamo deplorabili simili attacchi gratuiti rivolti dall'esterno contro l'autonomia della libera indagine accademica e l'autogoverno universitario. L'opera della signora Abu El Haj è passata al vaglio di recensori parimenti qualificati ed è stata pubblicata da un'eccellente casa editrice universitaria (quella dell'Università di Chicago): i suoi pregi sono stati ampiamente riconosciuti in seno alla comunità accademica. Crediamo che questi attacchi alla signora Abu El Haj siano orchestrati nel quadro d'una caccia alle streghe (reminiscenza del maccartismo) rivolta contro le idee politiche meno popolari. Riteniamo inoltre che la signora Abu El Haj sia stata scelta a bersaglio, in mezzo a molti altri autori che hanno espresso idee analoghe, essenzialmente a causa del suo cognome; sospettiamo dunque che a scatenare il tutto possa essere stato qualcosa come un semplice pregiudizio etnico.


Tutti i primi firmatari di quest'appello, a differenza di quello precedente, sono professori universitari. Non mancano tra i nominativi quelli di studenti israeliani (vedi ad esempio il nr. 73, Uri Hadar). Al momento in cui scrivo i firmatari sono 1622, ma ognuno di voi può contribuire ad accrescere questa cifra cliccando qui.


Fonti:

Voce “Nadia Abu El Haj” nell'edizione in lingua inglese di Wikipedia

Pagina personale di Nadia Abu El Haj nel sito del Barnard College

Nadia Abu El Haj, Facts on the Ground: Archeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society, The University of Chicago Press, Chicago 2001

Jerry Gordon, “The Shame of Barnard College: Professor Nadia Abu El Haj”, “Avraham's One Village”, 6 novembre 2006

Karen W. Arenson, “Fracas Erupts Over Book on Mideast by Barnard Professor Seeking Tenure”, “The New York Times”, 10 settembre 2007

1 commento:

Nikol ha detto...

What do you think of Obadiah Shoher's extensive reply to Ed Said at http://samsonblinded.org/titles/edward_said_end_peace_process.htm ?