martedì 31 maggio 2011

Verso Gaza 19: «Provocazione» o non piuttosto “vergogna”, per i nostri governi, al largo delle coste di Gaza, nell’annuncio della nuova Flotilla II?

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Mentre cade proprio oggi l’anniversario dell’attacco alla Mavi Marmara, la macchina della propaganda e della diplomazia israeliana lanciata sui governi occidentali si è messa in moto da tempo. La “Flotilla 2” subisce continui ritardi, ma non si scoraggiano quanti, consapevoli dell’altissimo significato politico della loro impresa, intendono manifestare in questo modo il loro impegno civile e pacifico – sottolineo pacifico in risposta polemica ai loro denigratori (1) – di rompere l’assedio ignobile ed infame di Gaza, cosa che avrebbero dovuto fare i governi e quella somma istituzione che è l’ONU, rimasta in larga misura uno strumento in mano ai vincitori della seconda guerra mondiale. L’attuale suo Segretario generale, Ban Ki-moon, ha forse fatto precipitare l’istituzione ai livelli più bassi delle sua storia. I termini etici e morali (ignobile, infame, etc.), che vorremmo evitare, non sono in effetti propri di un linguaggio neutro e scientifico, di tipo weberiano. Ma qui non si tratta di fare scienza. Si tratta di salvare vite umane e di porre un freno, anche dicendo soltanto “no”, ad una palese distruzione del diritto internazionale e di ogni principio di giustizia ed umanità. Certamente, non bisogna mai lasciarsi accecare dalle distorsioni di una visione ideologica del mondo e della storia. Si ingannerebbe innanzitutto se stessi, se ciò che sta a cuore è una visione delle cose il più possibile vicino ad un termine, che è bene evitare per l’immenso impegno che comporta: la “Verità”, vilipeso in una manifestazione al Tempio di Adriano, dove alla Menzogna veniva dato il nome di “Verità”: un vero e proprio sacrilegio!

Ma qui si tratta di lasciarsi persuadere dalle evidenze dei fatti. L’evidenza, cioè, di un’immigrazione sistematica, che inizia nel lontano 1882, sotto il nome di sionismo, fino alla pulizia etnica del 1948 ed ai nostri giorni. La propaganda, si sa, non è che la reiterazione di uno stesso contenuto senza tener conto né della dimostrazione di ciò che si comunica nel messaggio né del suo necessario contraddittorio o verifica/accettazione da parte dei destinatari. La “propaganda” (Hasbara) ha natura tale per cui si confida che grazie alla ripetizione martellante una farfalla possa diventare un elefante ed un elefante una farfalla. Se poi si riesce a zittire, ammazzandolo o mandandolo in galere o mettendola alla gogna, chi ostinato continua a vedere una farfalla in una farfalla e un elefante in un elefante, il gioco è fatto, purché si tratti sempre di una sparuta minoranza messa a tacere.

Che Vittorio Arrigoni sia stato ucciso dai “Salamiti” o che si tenti in qualsiasi altro modo di offuscare il senso del suo sacrificio e del suo martirio, cioè il suo contrasto a Israele e al sionismo, artefice ultimo o Causa Prima del suo assassinio, è una trappola propagandistica alla quale non dedicherò tempo ed inchiostro digitale. È invece semplicemente allucinante l’immagine di una popolazione di un milione e mezzo di persone, cinte di assedio e costrette a vivere e morire di stenti e di consunzione, salvo poi periodiche mattanze come quelle di “Piombo Fuso”, che i popoli e la gente dabbene hanno visto, mentre i governi e gli agenti mediatici tendevano e tendono ad occultare, inventandosi le più sfacciate bugie e stravolgendo il senso delle parole ed i canoni elementari della logica.

Il termine che sempre più viene messo in bocca a governi servili e complici è quello di “provocazione”. La nuova Flotilla sarebbe non un’azione umanitaria di tutti i popoli della terra in soccorso di una porzione di umanità cinta di assedio, come ai tempi medievali, e costretta alla fame e alla malattia, ma una “provocazione” di fronte ad un vero e proprio Stato criminale che cinge l’assedio. Gli aiuti dovrebbe essere consegnati nelle mani degli stessi aguzzini cui il Consiglio di Sicurezza si guarda bene dal chiedere conto del suo operato. Si può bombardare Geddafi e la Libia, per presunti ed inesistenti atti di violenza contro la popolazione stessa, ma si lascia che Israele massacri impunemente milioni e milioni di innocenti, di vittime assolute, che non hanno “provocato” mai nulla, ma sono state aggredite nelle loro case, nei loro villaggi, nella loro dignità.

Incredibile, ma è questo il mondo dell’anno 2011. Ancora oggi la propaganda dei vincitori ci vuol costringere a credere che saremmo stati liberati, o meglio i nostri genitori e nonni lo sarebbero stati, nel 1945, da una barbarie di cui noi oggi, osservando ciò che i nostri occhi vedono, non riusciamo ad immaginare possa esservene stata in passato una maggiore e più iniqua. La potenza dei media è però tale che si possono trovare persone che scambiano farfalle con elefanti ed elefanti con farfalle.

Dunque, i governi allertati da Israele fanno di tutto per fermare e scoraggiare i naviganti, dicendo loro che l’impresa a cui si accingono per “restare umani” – come soleva dire Vittorio Arrigoni, al quale uccidendolo si è voluto impedire di salire su una nave italiana alla volta di Gaza – sarebbe in realtà una “provocazione”. Certo, una “provocazione” alla loro complicità e connivenza. Una provocazione che rischia di far apparire più chiara che mai la nostra “vergogna”, se davvero dovessimo considerare i nostri governi espressione democratica della nostra volontà, e dunque nostri “rappresentanti politici”. La realtà dei fatti dimostra ogni giorno di più che le nostre cosiddette istituzioni “democratiche” sono foglie di fico dietro le quali si nascondono i più sordidi interessi ed i più scellerati della storia, di fronte ai quali mafie, ndranghete, camorre sono associazioni infantili di birichini che vogliono soltanto qualche fetta di torta del grande Bisniss della nostra epoca.

Parta dunque la Nave e porti con sé anche le speranze di quanti non possono salirvi sopra. Sappiano che pur nella loro fragilità rappresentano l’Umanità intera, quella ancora “rimasta umana”, davanti alla barbarie cui la costringe un governo criminale che ha messo le sue mani sul mondo intero.

(1) È forse il caso di notare come questa testata, da noi monitorata, usa istigare i loro “lettori” a scrivere lettere, il cui tenore si può immaginare dai commenti redazionali, a testate ed anche indirizzi più o meno privati e personali, di blog e quanto altro, ma a sua volta si sottrae alla replica ed al contraddittorio. Uno dei leit-motiv più ricorrenti, a proposito della pulizia etnica del 1948, è di questo genere: non è vero che sono stati espulsi, ma se ne sono andati spontaneamente, invitati dagli arabi che non riconoscevano la spartizione della Palestina... bla bla. Ed essendosene andati non hanno più diritto al ritorno. Curiosissima argomentazione, che ripetono pedestramente senza fantasia almeno un milione di volte. Come a dire che chi ha una casa, vi deve stare come agli arresti domiciliari. Se per caso, per un qualsiasi motivo, se ne dovesse allontanare, per poco o molto tempo, non ha poi più diritto a ritornarvi. Veramente, un’argomentazione che cozza contro ogni logica. Ma qui non si tratta di logica, bensì di propaganda delle specie peggiore. Non per nulla evitano qualsiasi contraddittorio, dove anche un bambino delle elementari avrebbe partita vinta.

sabato 28 maggio 2011

Aperti i cancelli di Rafah! Una piccola vittoria in uno scenario regionale inquietante

Homepage Egeria - N° 21
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I segnali sono chiari e gli esperti lo confermano: ci sono venti di guerra nel Medio Oriente. Una guerra che secondo gli esperti verrà combattuta su diversi fronti e che avrà come obiettivo da una parte il consolidamento del rapporto di stampo semi-coloniale tra Washington e le dittature arabe, e dall’altra la salvaguardia dell’egemonia di Israele nella regione.

Le vicende del Nakba Day di due settimane fa hanno confermato che i Palestinesi sono più determinati che mai a riappropriarsi della Terra a loro sottratta mediante occupazione di stampo terrorista. Mentre ovunque nel mondo arabo le rivolte non mostrano segni di cedimento, malgrado la feroce repressione dei regimi nei confronti dei loro cittadini.

I popoli dell’Egitto e della Giordania scendono in piazza giorno dopo giorno per chiedere l’interruzione dei rapporti diplomatici con Israele, e nel caso della Giordania anche la riunificazione con i fratelli Palestinesi da cui sono stati separati quando le potenze occidentali hanno consegnato le spoglie della Palestina ai propri alleati nella regione. Perfino nel Bahrain, sotto occupazione militare sul modello di Gaza, la gente continua a manifestare nelle strade in piccoli gruppi, esponendosi al rischio della brutale rappresaglia saudita e della tortura nelle carceri del regime.

Washington e Israele sono all’erta e si stanno organizzando per trarre il massimo del vantaggio politico e profitto economico dall’instabilità che si è creata – o che loro stessi hanno creato di proposito, secondo le opinioni di alcuni esperti.

Nei prossimi giorni forniremo in questo blog proprio le analisi degli esperti che illustrano – con elementi diversificati – le ragioni per cui un conflitto regionale allargato sembra essere nelle mire dell’Impero e di Israele.

Oggi tuttavia possiamo gioire di una piccola battaglia vinta a favore del Popolo imprigionato nelle macerie di Gaza. Il Consiglio Militare al governo dell’Egitto ha infine ceduto alle pressioni incessanti delle piazze egiziane e ha deciso di concedere l’apertura limitata, ma giornaliera, del Passaggio di Rafah, che segna il confine tra Egitto e Gaza.

E proprio questa mattina, dopo 4 anni di assedio totale, i cancelli di Rafah si sono aperti per la prima volta con la promessa che anche il giorno dopo – e per tutti i giorni a seguire – le porte del passaggio si sarebbero riaperte, sia per uscire che per fare ritorno. E anche per ricevere visite.

Alla frontiera, dalla parte di Gaza, c’erano i corrispondenti di PressTv, Ashraf Shannon e Yousef Al Helou, a relazionare ogni ora sulla processione di persone e autobus che uscivano da Gaza. E per la prima volta anche il passaggio a chi voleva entrare non veniva ostacolato. Le stime erano che nell’arco della giornata sarebbero passate in Egitto circa 1.500 persone. Ma alla fine del pomeriggio si era registrato il passaggio di sole 900. Commentava Yousef al Helou: «Nonostante la notizia circolasse da giorni, le persone che incontravo sembravano incredule. Le tante promesse da parte dell’Egitto erano state finora disattese».

«Il primo gruppo di persone a passare accompagnava una donna da tempo in attesa della possibilità di un trapianto di reni, che a Gaza non sarebbe mai stato possibile» - commentava Yousef al-Helou.

E qui bisognerebbe commentare a lungo sul traffico di organi umani da anni ormai nelle cronache internazionali, oggetto di tante inchieste che portano di frequente alla pista israeliana. Ricordiamo la rete di trafficanti di organi smantellata alcuni anni fa a New York e nel vicino New Jersey, che ha visto l’arresto del rabbino a capo dell’organizzazione, Levy Izhak Rosenbaum, e di altri rabbini della gang accusati di riciclaggio e traffico di organi, i cui proventi erano destinati a Israele. Il rabbino adescava “persone vulnerabili per convincerli a vendere un rene a 10,000 dollari, che lui avrebbe poi facilmente rivenduto a 160,000 dollari.”

Per non parlare delle rivelazioni fatte dal giornalista svedese Donald Boström e pubblicate nel giornale Aftonbladet, secondo cui l’IDF (esercito israeliano) consegnava i corpi di giovani palestinesi uccisi all’istituto di medicina legale israeliano Abu Kabir per l’espianto degli organi finalizzato al commercio. Successivamente i medici dell’istituto hanno confermato gli espianti illegali e il ministro della sanità sionista Nessim Dahan ha dovuto ammettere di fronte al parlamento che “non poteva negare” questi crimini.

(E gli scettici possono verificare questi fatti con una semplice ricerca nel web: la rete abbonda di risultati, e anche di immagini).

Ecco, mentre scrivo mi rendo conto che anche parlando di eventi lieti relativi alla questione Palestinese, la mente incorre inevitabilmente in decine e centinaia e migliaia di piccoli e grandi orrori di cui Israele ha cosparso la storia di questo Popolo coraggioso. Come fare a dimenticare cento anni di persecuzioni e massacri e sofferenze inflitti ad un popolo, e come fare a gioire sapendo che in questo stesso giorno, mentre qualcuno dei Palestinesi di Gaza ha ragioni per festeggiare, altre migliaia stanno subendo le quotidiane vessazioni ai checkpoint, nei campi in cui raccolgono sassi per ricostruire o riparare le case danneggiate dai bombardamenti israeliani, o nelle galere israeliane, veri e propri centri di tortura sistematica.

In fondo è facile perdonare il male subìto personalmente, ma il male inflitto ad altri ... grida vendetta al cielo.

Comunque oggi è un giorno di gioia e proseguiamo nel racconto. Mentre guardavo la diretta su PressTv di questo primo giorno di apertura della frontiera con l’Egitto, vedevo tanti autobus con trailer per bagagli passare in direzione Egitto. E vedevo gente passare a piedi per entrare in Gaza. Ma niente camion con merci. Ed è questo il punto dolente. Il valico di Rafah è un transito pedonale, ma tutti avevamo coltivato la speranza, fino all’ultimo, che le autorità egiziane avrebbero comunque permesso il passaggio di merci.

E invece siamo stati informati, oggi soltanto, che l’attuale governo egiziano «ha rassicurato Tel Aviv che non sarebbe stato permesso il transito a veicoli commerciali, evitando l’eventuale infiltrazione di armi».

Ecco dunque le condizioni imposte dalle autorità egiziane per il transito attraverso il Valico di Rafah. I cancelli saranno aperti tutti i giorni dalle 9 alle 21, eccetto il venerdì e i giorni di festa. Così, chi ha la fortuna di lavorare non esce mai.

È concesso passare alle donne di tutte le età, mentre gli uomini di età tra i 18-40 anni devono richiedere un visto speciale alle autorità egiziane. Le modalità per ottenere il visto non mi sono ancora note. Comunque anche questo sarà un espediente per placare le ansie esistenziali di Israele, immagino.

Commentava il noto attivista egiziano Ahmed Elassy, fondatore del movimento pro-palestinese Egypt4Gaza: «Per mesi, dopo la caduta di Mubarak, abbiamo messo tanta pressione al nostro governo di Cairo che, dopo averci ingannato a varie riprese, ci aveva promesso che questa volta la frontiera con Gaza sarebbe stata aperta su base permanente, giorno e notte, per il passaggio di persone e di beni, senza restrizioni di alcun tipo, secondo le condizioni esistenti prima dell’assedio totale, e cioè fino al 2006».

Ma secondo quanto riportato dal corrispondente di PressTv Ashraf Shannon, i Palestinesi di Gaza si dichiarano “giubilanti” e confidano in Cairo per il permesso in futuro di fare entrare merci, compreso il materiale edile per la ricostruzione di Gaza dopo il terribile bombardamento inflitto dalle forze armate israeliane due anni fa.

Il governo egiziano dichiara che l’apertura permanente del Valico di Rafah dovrebbe comunque alleviare alcune delle condizioni estreme causate dall’assedio che dura da giugno del 2007. Ricordiamo infatti, che con l’apertura di Rafah l’assedio non è affatto terminato. Israele rimane in controllo dello spazio aereo e delle acque territoriali di Gaza: non è permesso l’utilizzo di velivoli né di imbarcazioni per passeggeri. Solo a minuscoli pescherecci - in realtà semplici barche - è consentito uscire in mare e allontanarsi per poche centinaia di metri, escludendo i Palestinesi dall’accesso ad una pesca proficua.

Commentava Ashraf Shannon: «I cittadini sono ben consapevoli che questa nuova realtà non significa affatto la fine dell’assedio, ma la considerano un primo passo verso un risultato più importante. Perlomeno ora i malati potranno spostarsi per ricevere le cure necessarie e i giovani avranno il permesso di viaggiare per accedere all’istruzione o cercare un lavoro.»

Cosa dicono le Nazioni Unite

Ricordiamo che le Nazioni Unite considerano l’assedio di Gaza illegale, come hanno dichiarato in diverse occasioni chiedendo a Israele di mettere fine al blocco. (Ogni commento è superfluo.)

E proprio oggi il Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dichiarava quanto segue durante una conferenza stampa all’interno della sede dell'ONU a New York:
«Non sarà possibile per un eventuale Stato Palestinese diventare uno stato membro delle Nazioni Unite senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU».
Infatti l’Assemblea Generale non potrà votare a favore dello Stato Palestinese se gli Stati Uniti o uno qualsiasi degli Stati membri permanenti dell’ONU eserciterà il diritto di veto. Sappiamo inoltre, che gli Stati Uniti hanno storicamente fatto uso del veto per proteggere Israele, e proprio nel febbraio di quest’anno gli Stati Uniti hanno posto il veto ad una Risoluzione che avrebbe sancito come illegale la costruzione di insediamenti israeliani nei territori Palestinesi, nonostante gli altri 14 stati permanenti del Consiglio di Sicurezza abbiano votato in favore della Risoluzione.

Il commento del presidente dell’Assemblea Generale è la conseguenza di quanto affermato da Obama alcuni giorni fa - il 22 maggio - di fronte ai delegati della AIPAC, dicendo che qualunque tentativo da parte dell’ONU di creare uno Stato Palestinese indipendente sarebbe fallito. Obama dichiarava che sarebbe stato un errore per i Palestinesi appellarsi all’ONU, aggiungendo che «l’unica via per uno Stato Palestinese è un accordo di pace tra Palestinesi e israeliani.» Secondo gli esperti le parole di Obama sarebbero una chiara indicazione che Washington intenda imporre il veto su un’eventuale Risoluzione che proponga lo status di membro dell’ONU per la Palestina.

Infatti, qualora la Palestina ricevesse il riconoscimento di membro delle Nazioni Unite, Israele sarebbe nei guai, perché dovrebbe rispettare tutti i diritti di cui gode ogni nazione sovrana rappresentata presso le Nazioni Unite. Gli esperti dicono che sarebbe già garantito alla Palestina il voto di almeno 128 stati delle Nazioni Unite. Mentre il presidente Deiss dichiarava oggi, che già 111 stati avevano ufficialmente riconosciuto la Palestina come stato sovrano.

Le prime reazioni di Israele all’apertura del Valico di Rafah

Il giornale israeliano Haaretz pubblicava oggi la reazione ufficiale del partito di opposizione israeliano Kadima. Scrive Haaretz: «Il partito Kadima ha risposto alla decisione dell’Egitto di aprire la frontiera con Gaza facendo notare i pericoli che tale mossa rappresenta per la sicurezza di Israele e biasimando il governo di Netanyahu per non essere riuscito a evitare l’apertura del valico. La Kadima dichiarava alle autorità egiziane che l’apertura di Rafah è in diretta opposizione agli interessi di Israele, aggiungendo che l’Egitto violava il blocco che la Kadima aveva imposto contro Hamas con il consenso internazionale quando la Kadima era la governo».

Continuava Haaretz: «Il partito di opposizione dichiarava che si trattava di “un fallimento nazionale” causato “dall’inabilità del governo Netanyahu di creare una cooperazione internazionale”. La Kadima aggiungeva che “Israele è isolata, la sua sicurezza è indebolita e Hamas sta guadagnando maggiore potere”».

* * *

Domani riprenderemo ad analizzare la situazione inquietante della Regione Araba, ma oggi concludiamo la giornata guardando il cielo in direzione sud-est e nutrendo insieme ai cittadini di Gaza un sogno stellato per un futuro possibile.

Egeria

mercoledì 25 maggio 2011

La libertà propria e quella degli altri. – Lettera aperta di un “goy” in solidarietà agli “ebrei” Giorgio Gomel e Moni Ovadia

Testo in elaborazione

Premetto che non sono un ebreo e che non voglio intromettermi in questioni interne alla comunità ebraica, tralascio anche altre mie connotazioni personali, presenti in una precedente redazione, ma non posso fare a meno di sottolineare che l’occasione di questo mio intervento è data proprio dalla circostanza di aver partecipato ad uno dei tanti convegni di studio che si svolgono alla Sapienza, dove sono docente. Ricordo che la mia posizione è quella del Filosofo del diritto che riconosce a tutti, soprattutto agli avversari, la piena libertà di pensiero ed espressione.

Sto appena leggendo di un “attacco” ovvero “trattamento” che a Giorgio Gomel è venuto non da parte di “goym”, ma da appartenenti alla stessa comunità ebraica, per vicende nei cui dettagli non mi addentro. Ho conosciuto, ho visto, Giorgio Gomel solo nell’unica occasione di un seminario all’Università di Roma “La Sapienza”, dove in un certo senso io ero padrone di casa. Gomel era uno dei relatori nel convegno svoltosi presso la Facoltà di Studi Orientali, diversi mesi addietro, su un tema riguardante la situazione nel Medio Oriente. I relatori erano diversi e fra questi Giorgio Gomel, di cui apprendevo e sentivo il nome e vedevo la persona per la prima e unica volta. Non sapevo neppure che fosse “ebreo”, fatto per me assolutamente irrilevante ai fini di quella discussione piuttosto animata. Se ricordo bene egli ha fatto riferimento ad un’associazione Martin Buber, di cui fa parte.

Ebbene, intervenendo dalla parte del pubblico, io mi sono trovato con Gomel in un dissenso radicale su un punto che qui non riporto. Ma non fui il solo. La sua relazione fu attaccata e criticata più di ogni altra. Esagerando però. Infatti, mi sono sentito a disagio, quando mi è parso che il “legittimo dissenso” toccasse il piano personale. Cogliendo l’opportunità mi sono quindi avvicinato a Gomel, per chiarirgli che il mio netto dissenso con lui era di carattere tutto intellettuale e concettuale, ma che assolutamente non aveva nulla di personale. E ci siamo stretti la mano, non ritenendosi lui per nulla da me offeso… E la cosa mi ha confortato. A disturbarlo erano stati altri interventi, tanto da costringerlo a lasciare l’aula prima della fine. Ritengo però che in termini critici il mio dissenso con lui fosse il più rigoroso ed il più radicale. Io stesso non ho apprezzato altre critiche, gratuitamente offensive, che a Gomel venivano rivolte. Ricordo che subito dopo di me parlò uno che disse di essere sì “ebreo”, ma “ateo” oltre che “anti-sionista”. E poi vi furono parecchi altri interventi, fra loro assai diversi. In effetti, questo mondo ebraico è per me piuttosto complicato ed ho bisogno della lettura di autori come Jacob Rabkin o Gilad Atzmon, per orientarmi e familiarizzarmi con distinzioni concettualmente fondamentali.

Fatta questa ampia premessa, necessaria per spiegare le ragioni del mio intervento, vengo al fatto di cronaca consistente in una scritta apparsa sui muri di una scuola ebraica romana: «Ogni ebreo è nostro fratello… Moni Ovadia e Giorgio Gomel NO!» Veramente, pensavo che “tutti gli uomini fossero...fratelli”, che non vi fossero né greci né romani, né ebrei né palestinesi, né figli o figliastri di Dio, né eletti né non eletti. Almeno questo era il messaggio cristiano, prima del Concilio Vaticano II. Lungi da me qualsiasi intromissione in un mondo che non mi appartiene e mi riesce estraneo, non posso tuttavia non provare un senso di disagio davanti a una palese forma di discriminazione ed intolleranza… Esattamente quella stessa “discriminazione” – nessun “negazionista”, ch’io sappia, lo ha mai disconosciuto –, poi seguita da una “persecuzione” verso gli “ebrei” nella Germania nazista. Tema questo assai delicato e difficile da trattare.

Noi figli e nipoti di “goym”, usciti dalla seconda guerra mondiale, veniamo ancora oggi incarcerati e messi alla gogna per “colpe” che non abbiamo commesso e che neppure riusciamo a comprendere. La sensibilità degli ebrei è però tale che non si può mai stare tranquilli nel trovarsi in loro compagnia. In un suo recentissimo post, appena uscito, sempre Atzmon pubblica un video sulla psico-patologia, utile – dice lui – per comprendere lo stato di Israele ed i suoi supporter nel mondo. Mi appare perciò grottesco che siano ora gli “ebrei” stessi ad attaccare con virulenza un loro “correligionario”, attuando esattamente quelle stesse discriminazioni di cui ogni santo giorno la propaganda sionista incolpa noi poveri “goym”, facendo tintinnare manette e rumor di catene e di sbarre!

I testi qui da me considerati, quel tanto che basta, sono presi da una testata cristiano-sionista che ogni giorno in lingua italiana tenta di importare anche in Italia quel vero e proprio assurdo teologico che è l’evangelismo sionista americano. Pensate: costoro sponsorizzano, praticamente, quella che un diverso “ebreo”, pure silenziato in Roma, ed a Monaco, Ilan Pappe, ha definito come “pulizia etnica” ovvero “genocidio” dei moderni “cananei”, cioè la popolazione autoctona palestinese: in questo modo, secondo le loro incredibili superstizioni, si realizzerebbe la “profezia” del ritorno degli Ebrei in Palestina, quindi la seconda venuta del Cristo, la conversione degli Ebrei e finalmente il Giudizio Universale. In Israele, naturalmente, apprezzano tanta stoltezza e se ne avvantaggiano. Tutte cose che in un normale cattolico, nutrito di razionalità oltre che autentica religiosità e senso del sacro, suscitano ilarità, ma che fanno assai comodo ad un feroce sionismo, che altrimenti dovrebbe basarsi in America solo sull’appoggio di pochi milioni di ebrei, benché potentissimi in quanto situati ai vertici del potere finanziario.

Ciò che in America è il sionismo cristiano quale potente fattore di sostegno di quella politica estera che gli studiosi Mearsheimer e Walt (uno dei due mi pare sia ebreo, non ricordo quale) giudicano nettamente contraria agli interessi del popolo americano, da noi, in Europa, è l’innominabile «Olocausto», per il quale solo a nominarlo senza la riverenza che si deve al nome di Dio, nella sola Germania, io ho stimato che dal 1994 ad oggi vi siano stati ben 200.000 persone penalmente perseguite per meri reati di opinione. Da noi un certo signor Qualcuno, che conta assai ed è ricevuto dalle più alte autorità civile e religiose, pur non rappresentando altro che una ristrettissima comunità di ebrei, a fronte ad esempio di 400.000 calabresi, che in Roma contano poco o nulla in quanto comunità – sta facendo di tutto per introdurre una simile legislazione anche in Italia: invocando, anche in questo caso, solo per sé e per i suoi quella stessa libertà di pensiero, di opinione, di critica senza freni che invece nega con veemenza e sfrontatezza ai restanti cittadini italiani.

E veniamo alla conclusione, essendo il tema scottante ed avendo io una causa in corso contro un quotidiano nazionale, che pensava di aver trovato in me il “capro espiatorio” necessario per condurre a porto un’operazione, che immancabilmente viene ritentata ogni anno, dal mese di ottobre in poi. Non posso non trattenere il riso quando leggo di “legittimo dissenso” che sarebbe riconosciuto a Giorgio Gomel all’interno della stessa “comunità ebraica” in merito a fatti su cui non voglio entrare, mentre ogni “legittimo dissenso” è ferocemente negato a mezzo miliardo di cittadini europei, anzi possibilmente a sei miliardi di persone. Dicono, in sostanza, per abbreviare, sia pure in forma grottesca: la “libertà di espressione e di pensiero” è un nostro diritto. Le vostre non sono “opinioni”, non sono “pensiero”, ma solo “crimini” da perseguire con la galera, la gogna, la discriminazione, l’emarginazione, il licenziamento… e quanto più se ne può caricare.

Quando leggo brani come il seguente:
«…Su questo argomento il confronto è aperto e non saranno singoli episodi, per quanto gravi, che potranno impedirne lo svolgimento nella maniera più aperta e democratica. Sarebbe inaccettabile se non si potesse discutere in piena libertà di uno dei problemi più importanti per la sicurezza di Israele…»
o quest’altro:
«Sul rispetto delle regole democratiche e sulla difesa del diritto di tutti a esprimere civilmente le proprie idee l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane si è sempre impegnata a fondo e continuerà a farlo non in maniera teorica o astratta, ma con interventi forti e puntuali nella millenaria tradizione di libertà d’opinione [???!!! E Spinoza? e David Irving? e tanti altro che languono in carcere?] che ci è stata tramandata come valore irrinunciabile».
O altre perle, come queste, di cui non diamo né il nome dell’autore né la fonte, per evitare inevitabili polemiche:
«…Ma ognuno, in un paese libero, è libero di solidarizzare con chi solidarizza con questi e con quelli…

…E il presidente dell’Ucei Gattegna ha ritenuto bene fare un comunicato per dire che ci vuole la libertà di parola…»
mi chiedo per un verso per quale deformazione mentale la “piena libertà” debba essere negata e tolta ai goym, e per l’altro chi sono mai costoro che, stando in Italia, sembrano preoccuparsi molto più di uno stato estero, dalla nascita e dalla politica quanto mai discutibile, che non di quella Italia di cui pure sono cittadini, godendone più di altri tutti i vantaggi, e che in questo momento è travagliata da gravissimi problemi.

I conti non ci tornano. Ma il discorso deve essere qui chiuso, dove è iniziato, dicendo a Giorgio Gomel – se mai leggesse queste righe – che lui per me in quanto cittadino italiano gode tranquillamente di tutti gli stessi identici diritti di cui godo io in quanto italiano. E stigmatizzo chiunque (ebreo, non ebreo, musulmano, esquimese…) volesse attentare a questi diritti ed alla dignità che deve essere riconosciuta ad ogni cittadino, qualunque sia il suo pensiero, quali che siano le sue opinioni, giuste o sbagliate. Se come “ebreo” sarà (idealmente) scacciato dalla sua comunità può essere certo di poter vivere, restando “ebreo” o qualunque religione voglia abbracciare, nell’Italia in cui mi riconosco e che sembra essere diversamente percepita dal signor Qualcuno. Se resta “ebreo”, cioè “circonciso”, vorrei che nutrisse verso i “non ebrei” un eguale rispetto e riconoscesse ad essi il pieno diritto di dissentire pienamente con lui sui temi più disparati, compresi quelli della “ebraicità”, del “sionismo”, della fondazione e del senso di uno Stato di Israele, che si qualifica come “ebreo e democratico”, poco curandosi di ciò che ne pensano gli altri. Naturalmente, lo stessa comprensione e solidarietà che esprimo per Giorgio Gomel vale anche per Moni Ovadia. Solo che non ho mai conosciuto o visto Moni Ovadia e so appena chi sia. E se per avventura non avessi conosciuto, cioè visto e sentito in occasione di un convegno, lo stesso Giorgio Gomel, questo mio intervento non vi sarebbe stato.

martedì 24 maggio 2011

Discorso di Obama al Mondo Arabo - Parte II: - Egitto, Tunisia, Palestina, Israele

Homepage Egeria - N° 20
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Parla Egeria

Dopo questa introduzione troverete in basso la traduzione della seconda parte del discorso di Obama 'sul Mondo Arabo'. La prima parte è stata pubblicata qualche giorno fa e la troverte a questo link, preceduta da un riepilogo della situazione attuale nel mondo Arabo e in particolare in Palestina.

Nella prima parte del discorso, Obama si era scagliato contro quei paesi che non intendono sottostare alle condizioni di Washington e di Israele - come l'Iran e la Siria, e ovviamente la Libia. Aveva inoltre liquidato la grave situazione del Bahrein - causata dall'invasione dell'Arabia Saudita con l'assenso di Washington - commentando che «il governo del Bahrein ha il legittimo diritto a fare rispettare la legge», mentre sull'Arabia Saudita non ha proferito parola nell'intero discorso, nonostante la corte saudita sia il vero criminale nella regione insieme a Israele - entrambi causa di tanti mali, di tanta repressione nel mondo Arabo.

In questa seconda parte Obama affronta la questione Palestinese, proponendo - per la prima volta in pubblico - la soluzione di uno Stato Palestinese entro in confini antecedenti la guerra del 1967. Ma prima di arrivare alla questione Palestinese, Obama parla di Egitto e Tunisia e illustra una serie di iniziative per 'stimolare l'economia' di questi paesi in particolare, e di altri nella regione, anche per mezzo di erogazioni di fondi.

Agli occhi di un lettore non bene informato, questo progetto potrebbe rappresentare la prova della 'buona fede' di Washington, ma niente è più lontano dalla verità. Vediamo perché, e per quali fini questi fondi dovrebbero servire.

Egitto e Tunisia confinano con la Libia, rispettivamente a Est e a Ovest. E sappiamo bene quali siano le mire dell'Impero in Libia: tutto sembra indicare la ripetizione dello scenario visto nei Balcani, prima, e in Iraq successivamente.

L'Egitto inoltre confina a Est con Israele e con Gaza. Per decenni Mubarak ha ricevuto miliardi di dollari da Washington per fare il 'cane da guardia' di Israele, e in tempi più recenti, per mantenere chiusi i confini con Gaza. Ora al governo dell'Egitto c'è il Consiglio Militare, che è composto dagli stessi personaggi che per tre decenni sono stati gli esecutori degli ordini di Washington e Israele. Mubarak rappresentava un mero simbolo, un fantoccio ben remunerato per il ruolo che impersonava. E inoltre da sempre l'élite militare è in controllo del 90% dell'economia egiziana. L'Egitto è da molti decenni un regime militare a tutti gli effetti. E Washington farà di tutto per mantenere lo status quo, permettendo magari l'elezione di un nuovo presidente 'fantoccio'. Sappiamo che si sono proposti per la presidenza dell'Egitto due figure politiche che nei decenni hanno sempre rappresentato gli interessi di Washington e Israele nelle rispettive sedi: Amr Moussa, in veste di direttore della Lega Araba, e El Baradei, nella sua carica di direttore generale dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Mai politiche, da parte di questi due signori, per mettere Israele di fronte alle proprie responsabilità, né nell'Agenzia Atomica, né nella Lega Araba. Sia Moussa che El Baradei si sono dimessi di recente dalle proprie cariche. Intendono fare sul serio nelle prossime elezioni presidenziali egiziane.

Nel discorso che segue, Obama parla molto dell'appoggio che gli USA intendono riservare ai paesi che daranno prova di una 'transizione verso la democrazia'. Ma vediamo - brevemente - cosa stanno facendo gli USA nella regione, e da cosa sono motivati. E vediamo se è vero che desiderano condizioni di vera democrazia nel mondo Arabo.

Negli USA attualmente 50 milioni di persone sono disoccupate. Il 15% della popolazione è in carcere. Un quinto della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Circa 1.000 miliardi di dollari (un trilione) vengono spesi per il budget militare e per i servizi segreti - perfino il budget per il ministero dell'energia serve soprattutto per produrre armi nucleari dell'ultima generazione. I budget per l'istruzione e la sanità sono ridotti all'osso - eppure basterebbe una somma corrispondente al costo di un solo aereo caccia impiegato in Libia per assumere 20.000 insegnanti negli USA.

Se gli USA non continueranno ad avere un accesso privilegiato, a basso costo, al petrolio e ad altre risorse fondamentali, saranno destinati al collasso in breve tempo.

E quindi - come ha brillantemente riassunto un esperto americano di origine indiana intervistato da PressTV: gli USA finanziano le enormi basi militari permanenti (circa un migliaio) in giro per il mondo, per garantire la supervisione degli interessi geo-politici americani e cioè l'accesso alle risorse, e viceversa necessitano l'accesso alle risorse per finanziare gli eserciti, gli armamenti, e le basi militari. In Iraq, ad esempio, sono in perdita e devono recuperare altrove (in Libia, ad esempio).

Per quanto riguarda l'intera area del Golfo Persico, Washington ha delegato all'Arabia Saudita il compito di agire da forza imperiale per sopprimere le sommosse nel sangue, garantire il flusso del petrolio verso l'occidente e salvaguardare l'egemonia di Israele nella regione. Solo pochi mesi prima dell'inizio delle rivolte, gli USA hanno fornito all'Arabia Saudita un arsenale bellico per la somma record di 60 miliardi di dollari.

La brutale repressione del Bahrein è servita da modello per una dimostrazione di forza indirizzata alle popolazioni del Golfo Persico, un deterrente per altri eventuali tentativi di insurrezione nell'area.

Come se non bastasse, da qualche tempo si sta costituendo un esercito privato di mercenari superaddestrati negli Emirati Arabi Uniti.

Il 15 maggio PressTv (che si riceve ovunque nel pianeta) informava il mondo su quello che appunto si sta verificando negli Emirati. L'informazione è stata poi riassunta in un breve articolo, in cui ci viene spiegato che il miliardario Erik Prince, fondatore della famigerata organizzazione mercenaria Blackwater, è stato assunto per 500 milioni di dollari dal principe erediatrio di Abu Dhabi per formare un esercito segreto di mercenari stranieri negli Emirati, in una base militare dal nome Zayed Military city. Già sono presenti numerosi colombiani e sud-africani e altri starnieri, addestrati da soldati americani, dai veterani delle unità per operazioni speciali tedesce e britanniche e dalla Legione Straniera francese. I documenti mostrano che l'esercito straniero sarà incaricato di missioni speciali sia negli Emirati che nell'area del Golfo, per difendere gli oleodotti e i grattacieli da attacchi terroristici, e per sedare eventuali rivolte. Diceva inoltre l'articolo, che gli Emirati sono stretti alleati degli Stati Uniti e un funzionario confermava che Washington è al corrente del programma, e commentava: «Gli stati del Golfo Persico e in particolare gli Emirati, non hanno molta esperienza militare; è quindi comprensibile che cerchino un aiuto all'esterno.»

Ricordiamo che PressTV trasmette in inglese, nel mondo intero, su tutti i satelliti di telecomunicazione. Non è necessaria la Tv a pagamento, basta un piccolo decoder analogico satellitare per prendere PressTV. E si può guardare in streaming sul sito di PressTv 24 h/24. Vengono trasmessi anche molti reportage e documentari di grandissimo valore culturale e divulgativo.

La seconda parte del discorso di Obama va quindi letto alla luce delle considerazioni in alto che sembrano smentire la versione dei 'buoni propositi' illustrati dal presidente americano.

Per assurdo, invece, sembra che Obama voglia forse - forse - fare sul serio con la questione Palestinese. E' quello che pensano alcuni tra gli esperti che in questi giorni si sono succeduti numerosi per commentare il discorso di Obama sul Mondo Arabo e il successivo discorso del presidente di fronte alla Israel Lobby AIPAC. E' vero che Obama nel discorso alla AIPAC ha ritrattato sul piccolo spiraglio di apertura mostrato nel discorso tradotto in basso in merito ai confini pre-guerra del 1967. Ma è anche vero che solo due giorni dopo, durante una conferenza stampa internazionale a Londra, Hillary ha citato le esatte parole di Obama sulla questione Palestinese, pronunciate nel discorso in basso, ribadendo che Obama è serio in merito alla questione.

Infatti Obama - che sappiamo non essere particolarmente entusiasta di Netanyahu - ha fatto la mossa strategica di programmare la partenza per l'Europa, insieme a Hillary Clinton ovviamente, in una data che gli avrebbe evitato di essere presente per i discorsi di Netanyahu di fronte alla AIPAC e al Parlamento americano.

Ieri il discorso di Netanyahu di fronte alla AIPAC è stato spesso interrotto da attivisti infiltrati, poi arrestati uno dopo l'altro, in diretta mondiale. Oggi Netanyahu ha parlato di fronte al Parlamento americano. Nel suo discorso il premier israeliano dichiarava che Israele non avrebbe mai ceduto i territori previsti per uno stato Palestinese entro i confini pre-1967, e ribadiva che Israele intende appropriarsi dell'intera Gerusalemme.

Comunque per la prima volta a Washington è in corso una massiccia contro-iniziativa ANTI-AIPAC, di cui relazioneremo in altro post.

Sono poi arrivate le prime reazioni di alcuni finanziatori ebrei che hanno contribuito alla campagna elettorale di Obama del 2008 e in questi giorni partecipano al congresso della AIPAC. Dichiaravano che non avrebbero più dato contributi per la campagna di ri-elezione di Obama - prevista per l'anno prossimo - perché, a loro dire «Obama ha tradito Israele.» Obama sicuramente sapeva di correre questi rischi, e quindi sarà spinto da motivazioni serie per appoggiare la creazione di uno Stato Palestinese. E qui di seguito alcuni esperti le valutano brevemente.

Al momento i pareri degli esperti che hanno analizzato le vicende di questi giorni sono divisi. Molti vedono l'intera faccenda solo come teatrino politico a beneficio delle popolazioni arabe. Ma alcuni, sia americani che britannici che mediorientali, vedono segni di un cedimento a Washington in favore dei Palestinesi.

La docente in scienze politiche Nada Hashwi commentava: «dopo il periodo iniziale delle rivolte arabe abbiamo assistito ad un'ondata di contro-rivoluzioni, perché nel frattempo i dittatori arabi riuscivano a riprendersi e riorganizzarsi. Ma ora è in atto una rivolta Palestinese. Le vicende del Nakba Day hanno dimostrato che i Palestinesi sono determinati a riappropriarsi della loro Terra, e che la comunità internazionale sta completamente dalla loro parte. Obama è consapevole che un supporto incondizionato per Israele e l'impossibilità per i Palestinesi di avere giustizia potrebbe scatenare una guerra nell'intera area, perché tutti i popoli arabi supportano la Causa Palestinese, e sono arrivati al punto da non lasciarsi più intimidire dai loro dittatori, in particolare gli egiziani e i yemeniti.» Anche oggi circa 60 i morti nelle strade dello Yemen, ma qui Washington non vede alcuna necessità di intervenire - già: c'è poco petrolio nello stato impoverito dello Yemen.

Hussein Ibish, americano, funzionario della 'American Task Force on Palestine', Washington, commentava: «a Washington, le comunità delle politiche estere, dei servizi segreti, e del Pentagono, da qualche tempo concordano tra loro che sia essenziale e assolutamente vitale per gli interessi nazionali degli Stati Uniti fare cessare l'occupazione illegale iniziata da Israele nel 1967 e operare verso la creazione di uno stato Palestinese indipendente. Si rendono conto che gli Stati Uniti non hanno più alcuna scelta opzionale.»

A Londra veniva intervistato John Reese co-fondatore della coalizione britannica 'Stop the War'. Parlava al microfono di Hassan Ghani, mentre partecipava ad una manifestazione anti-Obama, oggi appunto a Londra, per incontrare i reali e il premier britannico. Niente più folle entusiaste a Londra per Obama, come era successo invece due anni fa. Solo proteste per ciò che succede in Palestina e nel Bahrein. Proprio due giorni fa il premier britannico aveva accolto con grandi sorrisi e cerimonie il principe ereditario del Bahrein. Londra non perdona.

John Reese riassumeva in queste parole l'opinione espressa dagli esperti che vedono uno spiraglio di speranza. «Obama si rende conto che la totalità dei popoli, eccetto quello americano, è completamente schierata dalla parte dei Palestinesi, e che presto anche gli americani si sveglieranno e vedranno la realtà. E allora per Washington sarà un bel problema.»

Sì - aggiungo io - sarà un bel problema, perché si renderanno conto che Washington ha anteposto gli interessi di Israele a quelli del popolo americano, e comprenderanno che la giustizia per il popolo americano, saccheggiato e raggirato in favore di politiche estere che rasentano la follia totale, è strettamente legata alla Giustizia per i Palestinesi.


Discorso di Obama al Mondo Arabo,
19 Maggio 2011
Parte 2a


Una lezione che possiamo apprendere in questi tempi è che le divisioni settarie non devono necessariamente risultare in conflitti. In Iraq vediamo la promessa di una democrazia multi-etnica, multi-settaria. I cittadini iracheni hanno rigettato i pericoli della violenza politica in favore del processo democratico e si sono presi la responsabilità per la propria sicurezza. Come vale per ogni democrazia sul nascere, gli iracheni affronteranno battute di arresto. Ma l’Iraq è destinato a giocare un ruolo chiave nella regione se perseguirà il suo progresso pacifico. Se così sarà, l’America sarà orgogliosa di affiancarsi al popolo come partner affidabile.

E dunque nei mesi a venire, l’America dovrà esercitare tutta la propria influenza per incoraggiare le riforme nella regione. Anche se riconosciamo che ogni paese rappresenta un caso individuale, dobbiamo parlare con onestà dei principi che difendiamo, sia con gli amici che non i nemici. Il nostro messaggio è semplice: se sarai disposto a correre i rischi che le riforme richiedono, avrai il pieno appoggio degli Stati Uniti. Perché i nostri sforzi devono indirizzarsi aldilà della élite al potere, per raggiungere le popolazioni che forgeranno il futuro – i giovani in particolare.

Continueremo a dare seguito all’impegno che ho preso nel Cairo – di sponsorizzare l’imprenditoria, di espandere gli scambi culturali; di promuovere la cooperazione nelle scienze e nella tecnologia, e di combattere le malattie. Nell’intera regione intendiamo fornire assistenza a società civili, anche a quelle ufficialmente non sanzionate nonostante dicano verità scomode (?). E useremo la tecnologia per dialogare con i popoli e ascoltare le loro voci.

Infatti, la vera riforma non potrà pervenire solo dalle urne elettorali. I nostri sforzi saranno diretti a supportare i diritti fondamentali per la libera espressione e il libero accesso all’informazione. Supporteremo il diritto dei giornalisti a fare informazione – che siano blogger o lavorino per I grandi media, e il diritto del libero accesso a internet. Nel 21esimo secolo, l’informazione è potere; la verità non può essere nascosta; e la legittimità dei governi dipenderà in ultima analisi dai cittadini informati e attivi.

Un dialogo aperto è importante anche quando le opinioni espresse non coincidono con le nostre. L’America rispetta il diritto di voci pacifiche e rispettose della legge ad esprimersi, anche se siamo in disaccordo con loro. Saremo lieti di cooperare con chiunque voglia abbracciare la causa della vera democrazia. E ci opporremo al tentativo di qualsiasi gruppo di restringere i diritti di altri, e di mantenere il potere con l’uso di mezzi coercitivi e non mediante il consenso. Perché la democrazia non dipende solo dalle elezioni, ma anche da istituzioni forti e responsabili, e dal rispetto dei diritti delle minoranze.

La tolleranza è importante in particolare per quanto riguarda la religione. In Piazza Tahrir abbiamo sentito Egiziani di tutte le fedi ed estrazioni esclamare “Musulmani o Cristiani, siamo uniti.” L’America si impegnerà per fare prevalere questo spirito – per fare rispettare tutte le fedi, e per costruire il dialogo interreligioso. In una regione che è la culla di tre religioni diffuse nel mondo, l’intolleranza può solo generare sofferenza e stagnazione. E perché questa stagione di cambiamenti abbia successo, i Cristiani Copti devono avere il diritto di culto nel Cairo, così come gli Shiiti del Bahrein hanno il diritto alla salvaguardia delle loro moschee (distrutte nella quasi totalità negli ultimi mesi, n.d.t.).

Ciò che vale per le minoranze religiose, vale anche per i diritti delle donne. La storia ci dimostra che le nazioni con donne attive pubblicamente sono più prosperose e pacifiche. E’ per questo che continueremo ad insistere che i diritti universali riguardano sia gli uomini che le donne – nel fornire l’assistenza per la salute delle donne e dei bambini; nel supportare le donne che vogliono insegnare o avviare attività di commercio; nel difendere i diritti delle donne a candidarsi per cariche pubbliche. Perché la regione non raggiungerà mai il proprio potenziale se a metà della popolazione viene impedito di perseguirlo.

Ma i nostri sforzi non possono limitarsi a promuovere riforme politiche e diritti umani. E quindi l’altro aspetto sul quale concentrare i nostri sforzi è lo sviluppo economico delle nazioni che transitano verso la democrazia. Dopotutto la gente non è scesa in piazza solo per via della politica. Molti sono stati sospinti principalmente dalla necessità di mettere in tavola il cibo per la famiglia.

Troppe persone nella regione si svegliano al mattino con la mera speranza di arrivare alla fine della giornata, e che forse un giorno la fortuna busserà alla loro porta. Ovunque nella regione molti giovani hanno una solida istruzione, ma poche speranze di trovare un lavoro. Gli imprenditori hanno tante idee, ma il sistema corrotto non permette di realizzarle.

La risorsa meno sfruttata nella regione del Medio Oriente e Nord Africa è il talento della gente. Nelle recenti proteste abbiamo visto quel talento al lavoro, quando le persone si sono servite della tecnologia per far girare il mondo. Non a caso uno dei leader della rivolta in Piazza Tahrir era un dirigente della Google. Quell’energia ora deve essere canalizzata, in ognuno dei paesi, in modo che i successi della protesta si traducano in crescita economica. Così come le rivoluzioni democratiche possono essere innescate dalla mancanza di opportunità individuali, le transizioni verso la democrazia dipendono dallo sviluppo verso una prosperità allargata.

Dalle nostre esperienze intorno al mondo, vediamo che è importante concentrare l’attenzione sul commercio, non solo sull’aiuto umanitario; e sull’investimento, non solo sull’assistenza. L’obiettivo deve essere un modello in cui il protezionismo ceda il passo all’apertura; il regno del commercio deve passare dalle mani di pochi a quelle di tanti, in modo che l’economia generi lavoro per i giovani. Il supporto dell’America per la democrazia sarà basato quindi sulla stabilità finanziaria; sul promuovere riforme; e sull’integrare tra loro mercati competitivi per un’economia globale – a iniziare dalla Tunisia e dall’Egitto.

Prima di tutto abbiamo chiesto alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale di presentare un piano in occasione del G-8 che si riunirà la prossima settimana. Un piano che illustri cosa sia necessario per stabilizzare e modernizzare le economie di Egitto e Tunisia. Insieme dobbiamo aiutarli a riprendersi dagli sconvolgimenti della rivolta democratica, e supportare i governi che saranno eletti quest’anno. E stiamo sollecitando altre nazioni ad assistere Egitto e Tunisia a soddisfare le proprie esigenze finanziarie immediate.

In secondo luogo, vogliamo evitare che un nuovo Egitto democratico sia travolto dai debiti del passato. E quindi allevieremo l’Egitto di 1 miliardo di dollari di debito, e lavoreremo con i nostri partner egiziani affinché queste risorse siano investite ai fini della crescita imprenditoriale. Aiuteremo l’Egitto a riconquistare l’accesso ai mercati garantendo 1 miliardo di dollari in prestito, necessari per finanziare infrastrutture e creare posti di lavoro. E aiuteremo il nuovo governo democratico a recuperare il patrimonio sottratto illegalmente.

Terzo, stiamo lavorando con il nostro Parlamento per creare un Fondo Imprenditoriale da investire in Tunisia e Egitto. Il modello seguirà quello del fondo creato per supportare la transizione dell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino. La OPIC (agenzia governativa americana che mobilizza capitali in aree critiche per le politiche estere degli Stati Uniti) lancerà a breve un programma per sostenere gli investimenti privati nella regione. E lavoreremo con i nostri alleati per fare in modo che la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo fornisca lo stesso supporto per transizioni democratiche e per la modernizzazione del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, come ha fatto per l’Europa.

Quarto, gli Stati Uniti lanceranno l’iniziativa per una complessiva ‘Partnership di Commercio e Investimenti’ in Medio Oriente e Nord Africa. Se si esclude l’export del petrolio, il tetto complessivo dell’export in questa regione di oltre 400 milioni di persone raggiunge appena quello della Svizzera. E quindi lavoreremo con l’Unione Europea per promuovere l’incremento del commercio nella regione, partendo dalle relazioni commerciali già esistenti per favorire l’integrazione con i mercati americani ed europei, e aprendo le porte a quelle nazioni che adotteranno uno standard alto di riforme e di liberalizzazione del commercio, per incrementare con esse gli scambi commerciali. Proprio come la creazione dell’Unione Europea è servita come incentivo per riforme in Europa, la prospettiva per una economia moderna e prosperosa nella regione potrà creare l’impulso necessario per riforme nel Medio Oriente e nel Nord Africa.

Per raggiungere la prosperità sarà anche necessario abbattere quei muri che costituiscono un ostacolo al progresso – la corruzione della classe dirigente che ruba al popolo; le pratiche viziose che impediscono ad un’idea di tradursi in attività lavorativa; il meccanismo corrotto che distribuisce le ricchezze sulla base di fattori tribali o settari. Aiuteremo i governi a soddisfare gli obblighi internazionali e a investire in sforzi per combattere la corruzione; collaborando con parlamentari impegnati in programmi di riforme, e con attivisti che fanno uso delle tecnologie per spingere il governo ad agire con responsabilità.

E vorrei concludere parlando di un altro aspetto fondamentale del nostro impegno nella regione, che riguarda l’obiettivo della pace.

Per decenni il conflitto tra israeliani e Arabi ha gettato un’ombra sulla regione. Per gli israeliani ciò ha significato vivere nel terrore di vedere i figli morire in attentati agli autobus o a causa di razzi lanciati sulle loro case, oltre al dolore di sapere che ad altri bambini nella regione si insegna ad odiarli. Per i Palestinesi ha significato subire l’umiliazione dell’occupazione, e non potere mai vivere in una Nazione che sia la loro. Inoltre, questo conflitto ha rappresentato un costo alto per il Medio Oriente, dato che ostacola la formazione di partnership che potrebbero generare maggiore sicurezza, prosperità, e potere decisionale per la gente comune.

Il mio governo ha lavorato con le due parti e con la comunità internazionale negli ultimi due anni per mettere fine al conflitto, ma le aspettative non sono state raggiunte. Le attività degli insediamenti israeliani continuano. I Palestinesi hanno abbandonato il tavolo delle trattative. Il mondo assiste ad un conflitto che si protrae da decenni ed è arrivato ad un punto morto. Alcuni sostengono che a causa dei cambiamenti e delle incertezze nella regione, semplicemente non è possibile fare passi avanti.

Personalmente, non sono d’accordo. In tempi in cui le genti della regione si stanno liberando dei pesi del passato, la necessità di spingere per una pace duratura che metta fine al conflitto e risolva le rivendicazioni è urgente più che mai. Per i Palestinesi, gli sforzi di delegittimare Israele finirà nel fallimento. Azioni simboliche per isolare Israele presso le Nazioni Unite a settembre non creeranno uno Stato Indipendente. I leader Palestinesi non otterranno pace e prosperità se Hamas prosegue sul cammino del terrore e del rifiuto. E i Palestinesi non raggiungeranno mai l’Indipendenza negando il diritto di Israele ad esistere.

Quanto ad Israele, la nostra amicizia è profondamente radicata in una storia condivisa e in valori condivisi. Il nostro impegno per la sicurezza di Israele è incrollabile. E ci opporremo a tentativi di prendere di mira Israele nelle sedi internazionali. Ma proprio in virtù della nostra amicizia, è importante che diciamo la verità: lo status quo è insostenibile, e anche Israele deve agire con coraggio per promuovere una pace duratura.

Il fatto è, che il numero di Palestinesi in Cisgiordania sta aumentando. La tecnologia renderà più difficile a Israele potersi difendere. I profondi cambiamenti che la regione sta attraversando condurranno al populismo, in cui milioni di persone – e non solo pochi leader – crederanno che la pace sia possibile. La comunità internazionale è stanca di un processo di pace che non produce risultati. Il sogno di uno stato ebraico e democratico non può avverarsi mediante occupazione permanente.

In ultima analisi, spetta agli israeliani e ai Palestinesi prendere iniziative. La pace non può essere imposta, né possono interminabili deroghe far sparire il problema. Ma quello che l’America e la comunità internazionale possono fare, è parlare francamente e dire quello che tutti sanno: una pace duratura richiede due stati per due popoli. Israele come stato ebraico e patria del popolo ebraico, e lo Stato della Palestina come patria per il Popolo Palestinese; con il diritto di ogni stato all’autodeterminazione, al riconoscimento e alla pace.

Mentre è vero che le questioni centrali del conflitto dovranno essere negoziate, le basi di tali negoziati sono chiare: una Palestina attuabile, e un Israele al sicuro. Gli Stati Uniti ritengono che i negoziati dovrebbero risultare in due stati, con confini permanenti tra Palestina e: Israele, Giordania, Egitto, e con confini permanenti tra Israele e Palestina. I confini tra Israele e Palestina dovrebbero basarsi sui confini del 1967, con scambi (territoriali) concordati, in modo da stabilire confini sicuri per entrambi e rispettati da entrambe le parti. Il popolo Palestinese deve avere il diritto di auto-governarsi e raggiungere il proprio potenziale in uno stato sovrano e contiguo.

E in quanto alla sicurezza, ogni stato ha il diritto a difendersi, e Israele deve essere in grado di difendersi – autonomamente – contro ogni minaccia. Bisogna predisporre il necessario per prevenire la recrudescenza del terrorismo; per mettere fine all’infiltrazione di armi (!); e per implementare una sicurezza efficace alle frontiere. Il pieno e graduale ritiro delle forze armate israeliane deve coincidere con il presupposto che i Palestinesi agiscano con responsabilità in merito alla sicurezza, in uno stato sovrano non militarizzato (!!! – un mini-stato sovrano senza esercito né armi, accanto ad una superpotenza militare ostile - fantastico). La durata di questo periodo di transizione deve essere concordata, e l’efficacia delle disposizioni di sicurezza deve essere dimostrata.

Sulla base di questi presupposti si possono avviare i negoziati. I Palestinesi dovranno sapere quali siano i contorni territoriali del loro Stato; gli israeliani dovranno essere rassicurati in merito alle loro necessità di sicurezza. So bene che queste misure da sole non saranno sufficienti a risolvere il conflitto. Rimangono da affrontare due questioni delicate: il futuro di Gerusalemme, e la sorte dei rifugiati Palestinesi. Ma nel procedere subito per stabilire i territori e la sicurezza, si forniscono le basi per risolvere questi due aspetti in un modo equo e giusto, che rispetti i diritti e le aspirazioni degli israeliani e dei Palestinesi.

Riconoscere che i negoziati devono iniziare con gli aspetti del territorio e della sicurezza non significa che poi sarà facile tornare al tavolo dei negoziati. In particolare, il recente annuncio di un accordo tra Fatah e Hamas, solleva interrogativi legittimi per Israele – come fare a entrare in trattative con chi non si mostra disponibile a riconoscere il tuo diritto ad esistere. Nei mesi a seguire, i leader Palestinesi dovranno fornire una risposta credibile a questo interrogativo. Nel frattempo, gli Stati Uniti, i nostri partner del Quartet, e gli stati Arabi dovranno perseguire ogni sforzo per superare l’attuale impasse.

Mi rendo conto di quanto sia difficile. Il sospetto e l’ostilità sono stati trasmessi di generazione in generazione, e a periodi si sono intensificati. Ma sono convinto che gli israeliani e i Palestinesi, in maggioranza, preferiscano guardare verso il futuro, piuttosto che rimanere intrappolati nel passato. Vediamo questo spirito nel padre Israeliano il cui figlio è stato ucciso da Hamas, che ha fondato un’organizzazione per fare incontrare Israeliani e Palestinesi che avevano subito la perdita dei loro cari. Aveva detto: “Alla fine mi sono reso conto che l’unico modo per fare progressi era riconoscere la natura del conflitto.” E lo vediamo nelle azioni di un Palestinese che ha perso tre figlie, uccise dall’artiglieria israeliana in Gaza. “Ho il diritto a essere arrabbiato,” diceva. “Tante persone si aspettavano di vedermi reagire con odio. Ma la mia risposta è: mi rifiuto di odiare … preferisco sperare nel domani.”

E’ questa la scelta giusta da fare – non solo in questo conflitto, ma nell’intera regione – una scelta tra l’odio e la speranza; tra le catene del passato e la promessa del futuro. E’ una scelta che devono fare sia i leader che i popoli, ed è una scelta che definirà il futuro di una regione che è stata la culla della civiltà ma anche teatro di infiniti conflitti.

Per tutte le sfide che ci attendono, vedo molte ragioni per essere fiducioso. In Egitto vedo gli sforzi dei giovani che hanno guidato le proteste. In Siria vedo il coraggio dei manifestanti che resistono nonostante le violenze che subiscono durante le proteste pacifiche. In Banghazi, una città minacciata di distruzione, vediamo la gente radunarsi nella piazza di fronte al tribunale per celebrare la libertà finora negata. In tutta la regione, quei diritti che per noi sono scontati, vengono ora accolti con gioia da coloro che vogliono liberarsi dalla morsa della tirannia.

Per i cittadini americani le scene di insurrezione nella regione possono sembrare sconvolgenti, ma le forze che la sospingono non sono a noi sconosciute. La nostra nazione è nata in seguito alla ribellione ad un impero. Il nostro popolo ha combattuto una guerra sofferta che ha esteso i diritti alla libertà e alla dignità a coloro che erano in stato di schiavitù. E non sarei qui, oggi, se le generazioni passate non avessero usato la forza morale non-violenta per migliorare il nostro paese – organizzandosi, marciando e protestando pacificamente, insieme, per tradurre in realtà quelle verità secondo cui “tutti gli uomini sono nati eguali”.

Quelle parole devono guidare la nostra risposta alla trasformazione che sta avvenendo nel Medio Oriente e in Nord Africa – parole che ci ricordano che la repressione fallirà, che i tiranni cadranno, e che ogni essere umano ha diritti inalienabili. Non sarà facile. La linea verso il progresso non è una linea retta, e le avversità si alterneranno a tempi di speranze. Ma gli Stati Uniti d’America sono stati fondati sulla convinzione che i popoli abbiano il diritto di auto-governarsi. E quindi non possiamo esimerci dal prendere la parte di coloro che lottano per i propri diritti, sapendo che la loro vittoria porterà a un mondo più pacifico, più stabile, più giusto.

lunedì 23 maggio 2011

Povero Mazzini, ne stanno facendo anche il padre del genocidio sionista!

Link correlati: a - b - c - d- e.

Avrei voluto passare avanti, ma non so trattenermi dal denunciare una losca operazione i cui passaggi vedo scorrere sotto i miei occhi. Di Mazzini si sta parlando e straparlando contemporaneamente in più sedi e si prepara il lancio dell’operazione. Fin dall’inizio di quest’operazione ho ben pensato di premunirmi, costruendo un apposito blog dedicato alla pubblicazione dell’opera omnia di Mazzini, sterminata, con oltre 100 volumi. Non ho rinunciato a questa impresa che peraltro mi offre l’occasione di un viaggio a ritroso nel tempo, a 150 anni di quell’Unità d’Italia, che mai fu peggio celebrata. Intanto, la base teorica di un simile scempio storico, culturale e nazionale è un libro di Luigi Compagna, che ho letto attentamente e che è una vera e propria stiracchiatura, oltre l’osceno, per nobilitare il sionismo, associandolo agli uomini del nostro Risorgimento ed al discusso e discutibile processo politico che portò ad una cattiva unità d’Italia. Che sia stata “cattiva” non lo dico io, ma lo dicono i fatti stessi a distanza di 150 anni da quando quell’Unità fu fatta così male e con tanti “misteri” che aspettano di essere svelati ancora 150 anni dopo. Certo, di retorica ne scorre ancora a fiumi e non vi sono argini che possano contenerla. Ma ormai con un Bossi che in ultimo pretende si trasferiscano in Lombardia i ministeri ed un partito neo-borbonico sotto i cui vessilli mi è capitato di sfilare per le pubbliche vie, non credo di uscire fuori dal vero, dicendo che un’opera mal fatta al suo inizio rivela adesso tutte le sue crepe.

L’operazione sionista ha però un curioso paradosso. Se davvero dovessimo considerare scientificamente ammissibile l’apparentamento Sionismo-Mazzini-Risorgimento, sarebbe un modo per riconoscere una delle radici del fallimento nazionale. Giacché ci vuole ben altro che un Luigi Compagna o un “eccelso sionista” come Giorgio Israel, per farci recedere dalla constatazione fattuale che il sionismo non solo nei fatti, che sono quel che contano, ma anche nelle elucubrazioni intellettuali dei suoi ideologi, è un movimento “immigratorio” – ben altra cosa di un movimento nazionale – a sfondo razzista e con finalità di pulizia etnica di una popolazione autoctona. Il matematico Israel converrà con noi che se a = b e b = c ne discende che a = c. Se Mazzini (a) è eguale ad Herzl (b) ed Herzl è il padre del sionismo (c), ne segue che Mazzini è in qualche modo il padre putativo della pulizia etnica del 1948, che l’ebreo israeliano Ilan Pappe ha ben descritto e divulgato in un libro tradotto anche in italiano.

Dunque, povero Mazzini, cosa ne hanno fatto, con autorevolissimo avallo! Di più non diciamo perché costoro son anche maestri di liberalismo e di dottrina della libertà di pensiero, che è autorevolmente reinterpretata nel modo che segue: quello che io dico e sostengo è libertà di pensiero, sancita dalla costituzione; quello che tu dici, magari in contraddittorio a ciò che io dico, non è un’opinione, ma un crimine da punire con il carcere duro e la morte civile. Non è questa una mia esagerazione, ma è il dato oggettivo che sembra emergere dal monitoraggio costante della propaganda sionista e soprattutto dall’analisi dell’attività della Israel lobby. Di recente, in Londra, a fare le spese di tanto liberalismo è stato l’ebreo Gilad Atzmon, che in fatto di essenza dell’ebraicità e del sionismo, la racconta ben diversamente dal nostro Giorgino e con ben altro fondamento! Dopo quello che perfino le nostre televisioni, senza nessun discernimento critico davanti ad una lobby che mette in ginocchio il presidente dello stato più potente della terra, è da chiedersi se anche in Italia esiste qualcosa di analogo all’AIPAC, che negli USA opera alla luce del sole con arroganza e prepotenza infinite (1)... Lo abbiamo visto nella recente ritirata del presidente Obama di fronte ai manovratori delle democraticissime elezioni americane. Se anche in Italia vi sia l’eguale, basta un minimo di osservazione. Ed a farne le spese in ultimo è il povero Mazzini! Ma anche noi poveretti che, fra non molto, saremo probabilmente costretti a divere immedesimarci di nuovo negli anni dell’antica Carboneria, soltanto per poterci riunire e dirci, a voce bisbigliata, come la pensiamo vicendevolmente.

(1) Ma sembra esservi qualche reazione. Pare si sia formata spontaneamente una contro-manifestazione all’AIPAC, su cui si può qui vedere un video dalla pagina di Gilad Atzmon, mentre Egeria sta preparando un’ampia informazione con la traduzione italiana del discorso di Obama, dove fa marcia indietro rispetto a quello che sembrava avesse appena detto sui confini del 1967 e che noi tutti cretini avevamo male interpretato. Adesso arriva l’interpretazione autentica con grande soddisfazione del capo lobby Netanyahu.

venerdì 20 maggio 2011

Discorso di Obama al Mondo Arabo - Parte I: Qualcosa di nuovo o aria fritta?

Homepage Egeria - N° 19
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Parla Egeria

Giovedì sera è andato in onda in diretta mondiale l’atteso discorso del presidente americano Obama sul ‘Mondo Arabo’, che troverete tradotto in basso, alla fine di questa premessa. Il discorso arriva in un momento di importanza strategica sullo scacchiere politico internazionale. C’è molta carne al fuoco sia sul fronte mediorientale che su quello nazionale degli Stati Uniti. Facciamo quindi un breve riepilogo della situazione attuale, all’interno della quale si colloca il discorso.

Negli Stati Uniti è iniziata la campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali e per il rinnovo di metà del Parlamento centrale. Obama è appena rientrato nelle grazie dell’elettorato americano dopo il presunto assassinio di bin Laden, come confermano le agenzie di rating della popolarità politica.

Netanyahu in questi giorni sarà a Washington per conferire con Obama. Ma Netanyahu parlerà soprattutto di fronte alla Israel Lobby AIPAC e di fronte al Parlamento americano - ribatezzato ‘Parlamento Sionista’ nell’articolo di Alan Hart che introduce la visita del premier israeliano negli Usa. Sappiamo che negli Stati Uniti ogni leader politico israeliano in visita gode del beneficio di enorme attenzione mediatica, e Netanyahu ha l’obiettivo di dare nuovo lustro all’immagine pubblica seriamente compromessa di Israele. Ci proverà perlomeno sulla scena pubblica americana, vitale per la difesa degli interessi di Israele nel Parlamento americano. Ci riuscirà? Vedremo.

Dall’altra parte del mondo, nel Medio Oriente, la scena politica è in fermento - in particolare sul fronte per la liberazione della Palestina.

Gli israeliani sono allarmati per il forte supporto che ricevono i Palestinesi, mentre Israele rimane sempre più isolata, malgrado le ripetute manifestazioni di servilismo da parte dei nostri governi occidentali. Gli eventi del Nakba Day hanno fornito la prova che la Resistenza Palestinese è più viva che mai, come lo è la solidarietà con i Palestinesi, che aumenta e accelera di giorno in giorno. Ovunque nel mondo.

In occasione del Nakba Day di quest’anno, per la prima volta decine di migliaia di rifugiati palestinesi nel Libano si sono riversati sulle frontiere tra Libano e Israele per la ‘Marcia su Israele’. Si stima fossero circa 70.000 - ma sono stati ricacciati indietro dal fuoco israeliano: 12 morti, centinaia di feriti. I testimoni dicono di avere visto decine di carri armati israeliani in lontananza, ma sembra non siano arrivati nelle immediate vicinanze della frontiera. Un esperto commentava che facessero parte del contingente israeliano sempre in allerta nell’area delle Alture del Golan. Anche oggi, come spesso accade, gli aerei di ricognizione israeliani hanno invaso lo spazio aereo libanese nella parte sud del Libano. Il Libano continua a presentare formali proteste alla Nazioni Unite, che però sembrano sorde da quell’orecchio, come sempre.

Altrettanto è successo alle frontiere tra Siria e Israele - da anni poco pattugliate dalle guardie israeliane, perché niente accadeva. Anche qui tentativi in massa di ‘marciare su Israele’. E anche qui i militari israeliani hanno sparato, ferito, ucciso. Solo un gruppo isolato di Palestinesi siriani ha sfondato le barriere ed è passato in territorio israeliano per ricongiungersi ai compagni e parenti palestinesi che li aspettavano dall’altra parte della frontiera. Un’invasione pacifica in piena regola. Il giorno dopo abbiamo visto i soldati israeliani all’opera per riparare le recinzioni.

E tutto questo mentre nei confronti della Siria è in atto il tentativo da parte di mercenari infiltrati, al soldo dei soliti servizi segreti a noi noti, di provocare una guerra civile per giustificare un intervento della Nato sul modello delle Libia. La Siria rappresenta la principale spina nel fianco per gli israeliani, che ne ambiscono i territori. Non solo, la Siria fa parte di quel gruppo di paesi, insieme a Turchia, Iran e Libano, i cui governi sono apertamente ostili al regime sionista, mentre sappiamo che tutti gli altri regimi arabi hanno stretto un patto di interesse con Washington e Londra per salvaguardare l’egemonia di Israele nella regione. Nel caso della Siria, tuttavia, la Nato non avrà gioco facile. La Russia, alleata della Siria, fa sapere chiaramente che non starà a guardare in silenzio. Si profilerebbe dunque l’eventualità di un conflitto militare che vedrebbe Stati Uniti e Russia schierati pericolosamente su due fronti opposti. Molto pericolosamente, per noi tutti, in Occidente e Medio Oriente.

Per oggi, venerdì 20 maggio, era stata annunciata un’iniziativa dei Palestinesi del Libano: la ‘Marcia dei 100.000 su Israele’.

Sono partititi la mattina presto per la spedizione, ma è già pomeriggio e finora non ci sono ancora aggiornamenti. Israele è in allerta: sente il fiato sul collo degli ‘Arabi’, come i sionisti chiamano collettivamente le popolazioni confinanti, e in particolare i Palestinesi. Il termine ‘Palestinesi’ non viene mai pronunciato pubblicamente in Israele. Oggi abbiamo visto il massiccio dispiego di forze israeliane alle frontiere con Libano e Siria, e forse la ‘Marcia su Israele’ è stata revocata.

In Egitto per il Nakba Day era programmata la ‘Marcia su Gaza’ di decine di migliaia di egiziani, con partenza programmata da Piazza Tahrir, in Cairo - tentativo abortito dalla Giunta Militare al potere, che ha scoraggiato le compagnie di trasporto dal presentarsi all’appuntamento previsto per la partenza verso il Sinai e la località di frontiera Rafah. Per tutta risposta la sera stessa si è scatenata la rivolta di fronte all’ambasciata israeliana nel Cairo.

La folla ha bruciato le bandiere israeliane e ha chiesto ad alta voce l’interruzione dei rapporti diplomatici con Israele. La furia era anche indirizzata ai Colonnelli egiziani, che due settimane prima avevano espresso l’intenzione di ‘riaprire la frontiera con Gaza entro dieci giorni’, ma si erano poi rimangiati la parola. Le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco: 350 feriti, 185 arresti. Anche oggi, venerdì 20, tutti di nuovo in piazza, in Egitto: la rivoluzione continua. Si urla contro Israele, si chiede il rilascio dei prigionieri detenuti illegalmente in custodia militare.

Anche in Giordania un tentativo di ‘Marcia su Israele’ si è concluso nella violenza. Ricordiamo che i cittadini ‘giordani’ sono in realtà Palestinesi di origine: ancora oggi circa il 70% della popolazione è direttamente imparentata con i Palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Come sappiamo, la Giordania è territorio sottratto alla Palestina e consegnato alla dinastia degli Hashemiti per fondare uno stato che avrebbe completato l’accerchiamento della popolazione Palestinese in Cisgiordania. Proprio mentre scrivo, vedo sullo schermo le strade della Giordania invase da manifestanti che protestano contro Israele e chiedono - come hanno fatto da mesi ormai - la riunificazione con i Palestinesi della Cisgiordania.
Sulla carta potrà sembrare una ‘missione impossibile’, ma lo sembrava anche la riunificazione delle Germanie nel periodo del Muro di Berlino e della Guerra Fredda.


Ovunque in Palestina, Gaza, Gerusalemme Al Quds, i soldati israeliani hanno sparato sui manifestanti del Nakba Day, sotto gli occhi inorriditi del mondo. Come è successo in altri scontri, anche questa volta i soldati israeliani hanno sparato intenzionalmente perfino sui giornalisti, ferendo alcuni, uccidendo un foto-reporter. Il giorno dopo, i soldati israeliani hanno aperto il fuoco sul corteo funebre che accompagnava uno dei caduti nel suo ultimo viaggio. E anche oggi assistiamo a nuove rappresaglie israeliane nei confronti della popolazione di Gaza, con tanti feriti, sempre solo tra i palestinesi.

In Marocco, Tunisia e Algeria le proteste continuano anche in questi giorni. Niente di ciò che chiedono i cittadini è stato implementato. Al contrario, la repressione da parte dei regimi si è intensificata. Ma il popolo non desiste. Continua a chiedere a gran voce il rispetto dei propri diritti fondamentali e a protestare contro Israele.

E poi c’è il pasticcio della Libia. Era chiaro fin dai primi giorni - fin dall’inganno del black-out mediatico nella Libia e le menzogne propagandate dalla BBC e da Al Jazeera, poi smascherate - cosa sarebbe successo, e perché. E sappiamo che ognuno dei paesi Nato coinvolti nel massacro della Libia ha i propri sporchi fini da perseguire. Quelli di Washington sono gli stessi che persegue ovunque nelle zone con forte presenza di basi militari americane: proiettare il proprio potere imperiale, avere il controllo geo-politico sulla regione, proteggere l’egemonia di Israele nel mondo arabo, e infine indebolire la Cina escludendola dall’accesso diretto al petrolio e ad altre risorse, con gravi conseguenze sull’economia di questa nuova superpotenza, nel tentativo di impedire il sorpasso della Cina sull’America. Prima dell’attacco militare della Nato, erano attivi 30.000 cinesi in Libia, molto operosi, molto rispettosi della popolazione locale, molto apprezzati come partner commerciali. In un articolo di Paul Craig Roberts di alcune settimane fa leggevo che ora il numero di cinesi in Libia si è ridotto a forse un migliaio. E la campagna per escludere la Cina dall’estrazione del petrolio è in atto ovunque in Africa, specie in Sudan.

Nella regione del Golfo Persico le rivolte vengono al momento soffocate - ma non sono affatto sedate.

Fa eccezione il Yemen. Da molti mesi le strade e piazze sono perennemente invase da fiumi di manifestanti. Ogni giorno ci sono tanti morti, perché il dittatore Saleh, stretto alleato del tiranno saudita e di Washington non ha alcuna intenzione di dimettersi, nonostante perfino l’esercito si sia schierato ufficialmente dalla parte dei cittadini. A sparare sui manifestanti sono i mercenari, briganti e teppisti pagati dal multimiliardario Saleh per scoraggiare il popolo - che invece non demorde. In un paese dove più del 50% della popolazione vive nella povertà quasi totale, la determinazione dei cittadini che resistono è quella di chi non ha più niente da perdere.

Nel Bahrein regna il caos totale e la popolazione è precipitata nella disperazione più nera. Le condizioni di persecuzione e vessazione a cui i cittadini sono soggetti, vengono sempre più spesso paragonate a quelle terrificanti di Gaza, con la differenza che il Bahrein fino a qualche mese fa costituiva una società moderna e prosperosa, malgrado l’anacronismo di un governo di stampo oscurantista tribale, contro cui la classe intellettuale del Bahrein lottava senza tregua da anni.

Come abbiamo relazionato in precedenza, quando la rivolta araba iniziava a contagiare l’area del Golfo Persico, la casa reale Saudita si è fatta prendere dal panico e ha invaso il piccolo Bahrein - insieme ad un contingente di altri paesi alleati del Golfo - con lo scopo principale di dare ai cittadini sauditi, e agli altri della regione, una dimostrazione della sorte che sarebbe toccata anche a loro, se avessero insistito con la rivolta appena sul nascere.

Infatti, al momento poco succede nelle strade e piazze dell’Arabia Saudita, dell’Oman, del Kuwait, del Qatar - nonostante gli iniziali tentativi di insurrezione. La ‘lezione’ inflitta al Bahrein sembra avere raggiunto lo scopo - almeno per ora. Ma vedo ogni giorno piccole sacche di rivolta in Arabia Saudita (e oggi anche nel Kuwait). Un giorno si manifesta in una città, il giorno dopo in un'altra, distante centinaia di miglia. Il messaggio è questo: non siamo scoraggiati, ci stiamo organizzando, alla fine vinceremo, malgrado tutti i vostri sforzi di reprimerci.

Il Bahrein, tra tutti i paesi del Golfo, è un capitolo a parte, una nuova ‘Gaza’, militarmente occupata, accerchiata, saccheggiata, distrutta. Una società smantellata, sfaldata, decimata. Con la popolazione perseguitata, arrestata, torturata, umiliata. E tutto questo avviene sotto gli occhi di 5.000 soldati della 5a Flotta della Marina Militare americana, di stanza permanente nel Golfo Persico, con quartier generale nella capitale del Bahrein, Manama. Sono loro i tre grandi complici della regione: Washington, i reali Sauditi, e i reali del Bahrein che permettono il genocidio e la tortura sistematica dei propri cittadini.

Termino questo riepilogo della situazione nel Mondo Arabo - oggetto del discorso di Obama - illustrando due episodi, due iniziative di grande spessore umano, passate quasi inosservate mentre accadevano i fatti del Nakba Day.

Nave malese per Gaza

Una nave proveniente dalla Malesia era in viaggio con destinazione Gaza. Portava a bordo una carico enorme di tubature, che dovevano servire per ricostruire il sistema fognario di Gaza che, come sappiamo, è quasi totalmente distrutto. In Gaza le fogne sono a cielo aperto e sono causa di tante malattie soprattutto tra i bambini. Il gruppo di attivisti internazionali che accompagnava il carico aveva scelto di non fare molta pubblicità sulla spedizione, nella speranza che la marina militare israeliana avrebbe permesso alla nave di attraccare e al carico di arrivare in Gaza. Non è andata così. Israele non si è smentita: la marina militare ha sparato colpi di avvertimento e in seguito, viste le intenzioni della nave di proseguire verso Gaza, ha aperto il fuoco e costretto la nave a cambiare rotta.

Nave iraniana per il Bahrein

Sempre nel giorno del Nakba Day è partita la prima spedizione via mare diretta al Bahrein. Sembra proprio che nel Bahrein vedremo una ripetizione dello scenario di Gaza. E non è sorprendente: la repressione messa in atto nei confronti della popolazione segue alla lettera il modello sionista, come illustrato nei miei post precedenti sul Bahrein.
L’iniziativa in questo caso è stata dell’Iran - il tanto vituperato Iran, l’unico paese, finora, ad esporsi apertamente in favore del Bahrein, il coraggioso Iran che decenni fa si è rivoltato contro il potere arrogante dell’Impero, subendo le conseguenze dell’embargo economico. Il coraggioso Iran che denuncia pubblicamente i crimini di Israele. La nave con destinazione Bahrein è partita il 15 maggio. I passeggeri a bordo, uomini, donne, bambini, sapevano che non avrebbero avuto il permesso di attraccare ma, nelle parole del portavoce «l’intenzione è quella di avvicinarci il più possibile alle rive del Bahrein e di esprimere la nostra solidarietà alla popolazione assediata, con la nostra vicinanza fisica». È incredibile che nel terzo millennio siamo ancora costretti a vedere scene di questo tipo.

Vediamo cosa dice Obama, che parla anche del Bahrein nel suo discorso, e ovviamente della questione Palestinese. Non anticipo niente e non commento. Magari in seguito - in altro post, pubblicherò le analisi degli esperti, quelle più interessanti.

Visto che si tratta di un discorso molto lungo, abbiamo pensato di dividerlo in due parti. La questione Palestinese viene affrontata solo nella 2a parte, che sarà pubblicata appena terminata la traduzione.


Discorso di Obama al Mondo Arabo,
19 Maggio 2011

Parte 1a

Il discorso di Obama veniva trasmesso dalla sede del ministero degli esteri, istituzione nelle mani di Hillary, a cui Obama ha tributato un omaggio nell’apertura del discorso, dichiarando che la lady passerà alla storia come la migliore tra i ministri degli esteri che l'America abbia avuto.

"Da mesi assistiamo ad un cambiamento straordinario nel Medio Oriente e nel Nord Africa. I popoli si rivoltano e chiedono il rispetto dei loro diritti fondamentali. Due capi di governo si sono dimessi. Altri potrebbero dimettersi. E anche se terre e mari separano l’America fisicamente da questi paesi, sappiamo che il nostro futuro è legato alla regione dalle forze dell’economia e della sicurezza, dalla storia e dalla fede.

Oggi vorrei parlare di questo cambiamento, delle forze che lo sospingono, e su come noi possiamo rispondere allo scopo di avanzare i nostri valori e rafforzare la nostra sicurezza. Abbiamo già fatto molto per modificare le nostre politiche estere in seguito a un decennio caratterizzato da due conflitti costosi. Dopo anni di guerra in Iraq, abbiamo ritirato 100.000 soldati americani e abbiamo interrotto i combattimenti. In Afghanistan abbiamo spezzato il predominio dei Talebani, e in luglio di quest’anno inizieremo a portare i nostri soldati a casa e continueremo col trasferire il potere al governo afgano. E dopo anni di guerra contro al Qaeda e i suoi affiliati, abbiamo inflitto ad al Qaeda un colpo decisivo uccidendo il suo leader – Osama bin Laden.

Bin Laden non è un martire. Era un uomo colpevole di uccisioni in massa che offriva un messaggio di odio – insistendo che fosse dovere dei Musulmani combattere una lotta armata contro l’Occidente, e che la violenza contro uomini, donne e bambini fosse l’unica via per un cambiamento. Rigettava la democrazia e i diritti individuali per i Musulmani in favore dell’estremismo violento; la sua strategia si indirizzava a ciò che poteva distruggere, non costruire.

Bin Laden e la sua visione omicida gli hanno procurato qualche seguace. Ma perfino prima della sua morte, al Qaeda stava perdendo terreno, perché la maggioranza della gente vedeva che la strage di innocenti non era una risposta alle loro esigenze per una vita migliore. Quando abbiamo trovato Bin Laden, la sua causa veniva già vista dalla maggioranza nella regione come una causa senza sbocco, e la gente del Medio Oriente e del Nord Africa aveva già preso il futuro nelle proprie mani.

Il processo dell’auto-determinazione era iniziato mesi fa in Tunisia. Il 17 dicembre un giovane venditore ambulante, Mohammed Bouazizi si sentì devastato quando una (donna) agente di polizia (lo aveva schiaffeggiato) e aveva confiscato la sua bancarella. Questo non è un caso isolato. Si tratta dello stesso tipo di umiliazione che tanti subiscono ogni giorno, in molte parti del mondo, sotto la tirannia di governi che negano la dignità ai propri cittadini. Solo che questa volta è andata diversamente. Dopo che le autorità locali si sono rifiutate di accogliere la sua denuncia, quest’uomo è andato alla sede del governo provinciale, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco.

A volte, nel corso della storia, le azioni di comuni cittadini scatenano movimenti rivoluzionari perché rispecchiano le aspirazioni di libertà represse per anni. Tutti ricordiamo il caso di Rosa Parks, qui in America, che ha coraggiosamente occupato quel posto sull’autobus (innescando la rivolta non violenta degli afro-americani contro la segregazione razziale). Altrettanto, l’episodio in Tunisia ha toccato la frustrazione di molti nell’intero paese. E nonostante i manganelli e gli spari delle forze dell’ordine, i manifestanti si sono rifiutati di lasciare le piazze – giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, finché un dittatore al potere da decenni ha ceduto e si è dimesso.

La storia di questa rivoluzione, e di quelle che seguirono, non dovrebbero sorprenderci. Le nazioni del Medio Oriente e del Nord Africa hanno ottenuto la propria indipendenza molto tempo fa, ma non è stato lo stesso per i tutti i cittadini. In troppi paesi il potere si è concentrato nelle mani di pochi. In troppi paesi, un cittadino come il venditore tunisino non trova organismi a cui rivolgersi, o magistrati onesti disposti ad ascoltarlo, o media disposti a dargli voce, o partiti politici disposti a rappresentare le sue esigenze, o libere elezioni in cui scegliere i propri rappresentanti.

Questa carenza di auto-determinazione – l’impossibilità di perseguire le proprie aspirazioni – è rispecchiata e si riflette sullo stato dell’economia. Sì, alcune nazioni godono della presenza di gas e petrolio, e ciò ha portato a sacche di prosperità. Ma in una economia globale, basata sul sapere e sull’innovazione, nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che si estrae dal suolo. Né possono i cittadini raggiungere il proprio potenziale se non possono perseguire un’attività senza pagare il pizzo.

Molti dei capi di governo nella regione, invece di impegnarsi a risolvere i problemi, hanno indirizzato la rabbia dei cittadini altrove: l’Occidente veniva etichettato come fonte di ogni male, a distanza di mezzo secolo dalla fine del colonialismo. L’antagonismo ad Israele diventava l’unico argomento affrontato in politica. Differenze tribali, etniche e religiose venivano manipolate come mezzo per mantenere il potere – o per toglierlo ad altri.

Ma gli eventi degli ultimi mesi provano che le strategie della repressione e della distrazione non funzionano più. La televisione satellitare e internet forniscono una finestra sul mondo - un mondo di progresso sorprendente in paesi come l’India, l’Indonesia, il Brasile. I cellulari e i social network permettono alle persone di contattarsi e organizzarsi come mai in passato. Una nuova generazione è emersa. E quelle voci ci dicono che il cambiamento non può più essere negato.

Nel Cairo abbiamo sentito la voce di quella giovane madre che diceva «Mi sento come se respirassi aria fresca per la prima volta».

In Sana’a (Yemen) abbiamo sentito gli studenti gridare slogan come «La notte dovrà terminare alla fine».

In Benghazi abbiamo sentito un ingegnere esclamare «Le nostre parole sono libere finalmente. È una sensazione indescrivibile».

In Damasco abbiamo sentito un ragazzo che diceva «Quando cominci a urlare, a gridare, finalmente senti di avere una dignità».

Quelle grida di dignità umana si sentono nell’intera regione. E per mezzo della forza morale della non-violenza, le genti della regione hanno operato più cambiamenti in sei mesi di quanto i terroristi abbiano ottenuto in decenni.

È chiaro che cambiamenti di questa entità non avvengono con facilità. Nell’era della comunicazione immediata la gente si aspetterà forse che le cose si risolvano nel giro di settimane. Ma ci vorranno anni prima che queste rivoluzioni raggiungano lo scopo desiderato. Durante il cammino, ci saranno giorni belli e giorni brutti. In alcuni luoghi, il cambiamento sarà veloce - in altri sarà graduale. E come abbiamo visto, gli appelli per un cambiamento possono scatenare feroci conflitti di potere.

La domanda che si impone alla nostra attenzione è questa: che ruolo giocherà l’America nella storia in corso? Per decenni gli Stati Uniti hanno perseguito una serie di interessi chiave nella regione: combattere il terrorismo e impedire la proliferazione nucleare; garantire il libero flusso del commercio e salvaguardare la sicurezza della regione; impegnarsi per la sicurezza di Israele e perseguire il processo di pace arabo-israeliano.

Continueremo a perseguire questi obiettivi, con la ferma convinzione che gli interessi dell’America non sono in conflitto con le aspirazioni delle popolazioni - al contrario, sono essenziali anche per loro. Siamo dell’avviso che nessuno possa beneficiare da una corsa agli armamenti nucleari nella regione, o dagli attacchi brutali di al Qaeda. Ovunque la gente assisterebbe ad un declino economico dovuto al taglio delle forniture di energia. Come abbiamo fatto nel caso della Guerra del Golfo (nel 1991, dopo che Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait), non tollereremo aggressioni attraverso le frontiere, e manterremo i nostri impegni con amici e alleati.

Ma dobbiamo anche riconoscere, che una strategia basata esclusivamente su questi interessi non è sufficiente a riempire il piatto della gente o a permettere alle persone di esprimere le proprie opinioni. Inoltre, se il nostro agire non corrisponderà alle aspirazioni della gente comune, si alimenterà il sospetto - da anni coltivato - che gli Stati Uniti perseguono i propri interessi a spese delle genti. Tuttavia c’è molta diffidenza anche dall’altra parte. Gli americani hanno subìto sequestri di persone, retorica violenta, e attacchi terroristici che hanno ucciso molti dei nostri cittadini. Se falliremo nel tentativo di cambiare approccio, il rischio sarà quello di allargare la frattura tra gli Stati Uniti e le comunità musulmane.

Ecco perché due anni fa in Cairo ho iniziato ad allargare il nostro impegno sulla base degli interessi comuni e del rispetto reciproco. Come allora, è anche oggi mia ferma convinzione che è nell’interesse di tutti perseguire non solo la stabilità delle nazioni, ma anche l’auto-determinazione individuale. Lo status quo non è sostenibile. Quelle società che stanno in piedi solo per mezzo di strategie della paura e della repressione possono, sì, offrire l’illusione di stabilità per qualche tempo, ma sono costruite su faglie che prima o poi diventeranno voragini.

Siamo di fronte ad un’occasione storica. Abbiamo abbracciato l’opportunità di dimostrare che l’America attribuisce più valore alla dignità del venditore ambulante in Tunisia che al potere assoluto di un dittatore. Non devono esserci dubbi che gli Stati Uniti accolgono con favore cambiamenti che favoriscono l’auto-determinazione e l’opportunità. Sì, la nostra apertura ci esporrà forse a nuovi pericoli. Ma dopo decenni dell’accettare la realtà della regione per quella che è, abbiamo l’opportunità di perseguire la realtà per come dovrebbe essere.

E nel perseguire questo obiettivo, dobbiamo procedere con un senso di umiltà. Non è l’America che ha spinto la gente nelle piazze a manifestare, a Tunisi e nel Cairo – sono state le popolazioni stesse a lanciare questi movimenti e saranno loro a determinarne l’esito. Non ogni singolo paese avrà l’intenzione di implementare una forma di democrazia simile alla nostra, e ci saranno momenti in cui i nostri interessi immediati non troveranno perfetta coincidenza. Ma possiamo impegnarci per un approccio basato sui valori che hanno guidato il nostro modo di rispondere agli eventi degli ultimi sei mesi.

Gli Stati Uniti sono contrari all’uso di violenza e repressione contro i popoli della regione. Gli Stati Uniti difendono i diritti universali. Questi diritti comprendono la libertà di espressione; la libertà alla manifestazione pacifica; la libertà di culto; l’eguaglianza degli uomini di fronte alla legge; e il diritto di eleggere i propri governi – e valgono ovunque: a Baghdad come a Damasco; a Sana’a come a Tehran.

E infine supportiamo riforme politiche ed economiche nel Medio Oriente e nel Nord Africa che corrispondano alle aspirazioni legittime della gente comune nell’intera regione.

Il nostro supporto per tali principi non è cosa secondaria. Confermo qui oggi che si tratta di un aspetto prioritario che va tradotto in azioni concrete e va sostenuto mediante tutti gli strumenti diplomatici, economici e strategici a nostra disposizione.

Sarò più specifico. Per prima cosa, è intenzione degli Stati Uniti di promuovere riforme nell’intera regione, e di supportare la transizione verso la democrazia.

Questi sforzi inizieranno in Egitto e Tunisia, dove la posta in gioco è alta. La Tunisia è stata l’avamposto di questo movimento democratico, e l’Egitto è un alleato di lunga data e anche la nazione più popolosa nel mondo arabo. Le due nazioni possono dare un esempio importante mediante elezioni libere e oneste, implementando una società civile, con istituzioni democratiche ed efficaci, e una leadership responsabile. Ma il nostro supporto deve estendersi anche alle nazioni in cui la transizione deve ancora iniziare.

Purtroppo, in troppi paesi, le richieste per un cambiamento sono state soffocate con la violenza. L’esempio più estremo è la Libia, dove Gaddafi è entrato in guerra contro il suo stesso popolo, promettendo che li avrebbe cacciati come ratti. Come ho detto quando gli USA si sono uniti ad una coalizione per intervenire, non possiamo combattere ogni singola ingiustizia perpetrata da un regime contro il suo popolo, e abbiamo imparato dall’esperienza dell’Iraq quanto sia costoso e difficile imporre un cambio di regime con la forza – anche quando siamo motivati da buone intenzioni.

Ma in Libia si prospettava un massacro imminente. Abbiamo ascoltato la richiesta di aiuto dei cittadini libici, e abbiamo ricevuto un mandato per agire. Se non avessimo agito insieme ai nostri alleati della NATO e della regione, migliaia sarebbero stati uccisi. Ma ora Gaddafi non ha più il controllo sul paese. L’opposizione ha creato un Consiglio ad interim, legittimo e credibile. E quando Gaddafi inevitabilmente se ne andrà o sarà costretto ad abbandonare il potere, sarà la fine di decenni di provocazione, e ci sarà la transizione verso una Libia democratica.

Mentre è vero che la violenza in Libia è stata la più feroce, è anche vero che ci sono altri paesi in cui i capi di governo hanno usato la repressione per rimanere al potere. In tempi recenti il regime al governo in Siria ha scelto di uccidere e arrestare i cittadini in massa. Gli Stati Uniti hanno condannato queste azioni. In collaborazione con la comunità internazionale abbiamo imposto sanzioni nei confronti del regime siriano e del presidente Assad.

I cittadini siriani hanno mostrato coraggio nel chiedere condizioni democratiche. Ora il presidente Assad deve scegliere: guidare il paese verso la democrazia, oppure togliere il disturbo. Il governo siriano deve smettere di sparare sui manifestanti pacifici e deve permettere proteste pacifiche; deve liberare i prigionieri politici e mettere fine agli arresti ingiusti; deve permettere agli osservatori per i diritti umani l’accesso a città come Dara’a; e iniziare un dialogo finalizzato alla transizione democratica. Altrimenti il presidente Assad continuerà ad essere sfidato dall’interno e isolato dall’esterno.

Finora la Siria ha seguito il suo alleato iraniano, chiedendo assistenza a Tehran per le tattiche di soppressione. Questo è prova dell’ipocrisia del regime iraniano, che si dichiara in favore dei diritti di protestare in altri paesi, ma sopprime i propri cittadini - (c’è un’incongruenza, qui, di cui Obama non si è accorto, a quanto pare, n.d.t.). Non dimentichiamo che le prime proteste pacifiche sono iniziate proprio a Tehran, dove poi il governo ha brutalizzato i manifestanti, uomini e donne, e ha messo in carcere persone innocenti. Possiamo ancora sentire l’eco delle grida nelle strade di Tehran. L’immagine della ragazza morta in strada è ancora fresca nella nostra memoria. E continueremo ad insistere che il popolo iraniano merita il riconoscimento dei suoi diritti umani e un governo che non soffochi le sue aspirazioni.

La nostra opposizione all’intolleranza dell’Iran, al suo programma nucleare illecito e al suo appoggio per il terrorismo, è ben nota. Ma se l’America vuole godere di credibilità, dobbiamo riconoscere che i nostri amici nella regione non hanno tutti accolto le richieste per quelle condizioni democratiche che ho illustrato oggi. Questo vale per il Yemen, dove il presidente Saleh deve dare seguito alla necessità di trasferire il potere. E questo vale per il Bahrein.

Il Bahrein è un nostro alleato di lunga data, e ci impegniamo per la sua sicurezza. Vediamo che l’Iran ha tentato di trarre vantaggio dalle agitazioni nel Bahrein, e che il governo del Bahrein ha un legittimo diritto a fare rispettare la legge. Nonostante ciò, abbiamo insistito in pubblico e in privato, che arresti di massa e forza bruta sono contrari ai diritti universali dei cittadini del Bahrein, e non potranno soffocare le legittime richieste per riforme. L’unica soluzione è quella del dialogo tra governo e opposizione. Il governo deve creare le condizioni per il dialogo, e l’opposizione deve partecipare nel forgiare un futuro di giustizia per tutti i cittadini." ...

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