sabato 30 aprile 2011

Una pagina per: Homepage di un’Antologia di Autori su Internet

ANTOLOGIA DI AUTORI SUL WEB

Sono qui raggruppati, per un più agevole accesso, tutti quegli autori che si trovano sul web italiano e che in un modo o nell’altro, a vario titolo, suscitano il mio interesse. Gli articoli vengono lasciati nei loro siti originari ed è dato di essi solo il link di accesso. Con ognuno di essi tento un dialogo, commentando i loro testi. Questa pagina dovrebbe avere una doppia utilità: a) per me stesso, in modo da avere un prospetto degli autori recensiti e di potervi ritornare per aggiornamenti periodici o anche radicacali revisioni di giudizio, cosa che nessuno ci impedisce; b) per quegli stessi Lettori che frequentando questo blog sono interessati agli stessi autori, ai miei commenti e che intendano loro stessi lasciarne di loro.

A.
Singoli Autori

I. Gilad Atzmon. - Sommario: 1. Il voltafaccia di Goldstone. – 2. Il filosofo francese. – 3. John Galliano deve essere un sionista. – 4. Eine kleine Nacht Murder. Come i leader israeliani uccidono in cambio di voti. – 5. La Sinistra e l’Islam. –


IV. Pepe Escobar. – Sommario: 1. Fuori bin Laden, ora tocca a Gheddafi. –

V. Thierry Meyssan. – Sommario: 1. La controrivoluzione nel Vicino Oriente. –

VI. Norman G. Finkelstein. – Sommario: 1. Una vita per la verità e per i palestinesi. –

VII. Mahmoud Dieudonné. – Sommario:

VIII. Franklin Lamb. –

IX. Naomi Klein. – Sommario: 1. Saccheggiare alla luce del giorno. –

X. Michel Chossudovsky. – Sommario: 1. 
B.
Pagine sparse: miscellanea.

Codici di classificazione:

Una pagina per: III. Noam Chomsky, filosofo del linguaggio e analista politico

Vers. 1.1/4.5.11/Home
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Di Noam Chomsky compro e leggo tutti i libri che trovo in italiano, riuscendomi più agevole una traduzione che non l’originale, pur avendo studiato a scuola l’inglese. Concordo quasi sempre con i suoi giudizi ed accetto le critiche che a Chomsky muove Gilad Atzmon, cioè riguardo al giudizio sul sionismo. Se ricordo bene, la posizione di Chomsky è di rassegnazione. Così come ormai è acqua passata il genocidio e la scomparsa degli indiani d’America, dovremmo accettare come un fatto compiuto la sorte dei palestinesi. Io non ritengo che sia e debba essere così. Se il genocidio degli indiani d’America, anzi il «destino» come suona una certa terminologia, fu in qualche modo a nostra insaputa, essendo all’epoca inesistenti i mezzi di informazione e di comunicazione in tempo reale, oggi invece – a prescindere dalla disinformazione strategica della propaganda e della stampa di regime – ognuno di noi può gridare al mondo i suoi “concetti” e le sue “posizioni” in relazione agli eventi politici. Ho appena spiegato questa mattina, ad un “rappresentante politico” in parlamento, dal quale mi sento gabellato in un sistema che è di pseudo-democrazia, come lo Stato di Israele sia viziato da un deficit insanabile di legittimità. Questo giudizio comporta che si accetti come scientificamente valida la distinzione di “legalità” e “legittimità” in opposizione a quei giuristi positivisti, i quali ritengono che diritto e legge sia soltanto quello che fanno, producono in parlamento, un migliaio di signori che spesso brillano per la loro ignoranza e corruzione. Ma è un discorso che svilupperemo altrove, soprattutto soffermandoci sulla critica di Gilad Atzon, a cui abbiamo dedicato pure una pagina, a Noam Chomsky.

Sommario: 1. Il mondo è troppo grande per cadere? – 2. Una critica a Chomsky: da leggere. – 3. Altra critica a Chomsky: di David Mamet. – 4. L’Occidente è terrorizzato dalle democrazie arabe. – 5. In Israele si prevede uno tsunami. – 6. America in declino. –

1. Il mondo è troppo grande per cadere? – L’articolo di Chomsky si trova da ieri 29 aprile 2011 nell’aggregatore “Come don Chisciotte”, dal quale attingiamo ed il quale ogni tanto apprezza i nostri contenuti di “Civium Libertas”, riportandoli all’attenzione di un pubblico più vasto. Direi che è questa un’utile osmosi che io mi auguri acceleri il declino della carta stampata tradizionale, un elemento fondamentale dell’oppressione di regime. Speriamo che ci lascino ancora per parecchio il libero uso di internet e la possibilità di una libera espressione del pensiero sulla rete. Anche questo articolo di Chomsky, che non riassumo, è apprezzabile come sempre. Interviene sugli eventi ancora in corso. Fisso la mia attenzione in particolare sul seguente brano: «All’interno della Grande Area, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto “una forza indiscutibile” e “una supremazia militare e economica”, assicurandosi la
“limitazione di ogni esercizio di sovranità” da parte di quegli stati che avrebbero interferito con le sue mire globali. I progetti caritatevoli d’intervento militare furono velocemente messi in pratica»
In pratica, siamo al nostro articolo 11 che fissa su una carta costituzionale un assurdo limite di sovranità.

2. Una critica a Chomsky: da leggere. – Mi sono dichiarato più volte lettore di Chomsky, di cui apprezzo i libri finora letti: e sono molti quelli da lui scritti. Con non minore interesse leggo le critiche a Chomsky, quando ne trovo. Questa di cui al link, mi sembra interessante e mi riservo di ritornarci. Per adesso, ne stabiliamo un solido ancoraggio. Direi che resta il problema generale di quanto gli “ebrei”, più o meno ligi e dichiarati, riescono a spingersi nella critica di Israele e del sionismo e quanto ne restino più o meno consapevolmente condizionati. Personalmente, è bene dirlo, non abbiamo mai distinto e mai distingueremo un autore in “ebreo” o “non ebreo”, ma solo in quanto “interessante” o “non interessante”.

Torna al Sommario.

3. Altra critica a Chomsky: di David Mamet. – Se quella che giunge da Atzmon a Chomsky la si può definire una critica di sinistra, quella di Mamet è certamente di destra. Atzmon critica Chomsky perché non è abbastanza e fino in fondo antisionista, arrivando a negare la legittimità dello stato di Israele. Mamet invece critica Chomsky per le solite cose – se interpretiamo bene l’articolo linkato –, ma anche per aver considerato “criminale” lo Stato di Israele. Devo trovare i testi di Chomsky al riguardo, ma pensavo che il concetto di “stato criminale” lo si dovesse rintracciare in Karl Jaspers, che per la verità lo aveva coniato per lo stato nazista. Dunque, Chomsky avrebbe fatto lui quella trasposizione concettuale che a me sembra del tutto ovvia e naturale. Chiaramente, trovo assai debole la critica di Mamet, che non scalfisce in nulla Chomsky, ma meritoria se individua una connessione (Jaspers/Chomsky) che trovo molto interessante, ma che resta da verificare con una analisi testuale. Per adesso, la connessione sembra casuale.

4. L’Occidente è terrorizzato dalle democrazie arabe. – È una recente, breve intervista a Chomsky, che ha 82 anni. Non sembra particolarmente addentrata sull’attualità di questi ultimi mesi.

5. In Israele si prevede uno tsunami. – Questo articolo è estremamente attuale ed interessante. Sarà per noi una base di studio per un’altra serie di post: quelle che riguardano il probabile riconoscimento dello stato palestinese da parte dell’Assemblea dell’ONU. I timori che nutrono gli uomini d’affari israeliani è che al riconoscimento del nuovo stato faccia poi seguito una politica di sanzioni come quella che ha colpito il Sud Africa. Ma le incognite sono tante e l’evento da seguire, senza avere la presunzione di volerlo prevedere.

6. America in declino. – L’analisi di Chomsky concorda con il quadro che si può leggere nel libro di Naomi Klein, Shock Economy, che però è del 2007. La situazione è peggiorata e questa voltra riguarda direttamente la gente che negli Stati Uniti ci vive. Restano fuori naturalmente una fascia più stretta di profittatore delle disgrazie altrui. È un mondo radicalmente cattivo che diventa sempre più cattiva, ma è sorprendente la mancanza di reazioni, almeno fino a questo momento.

giovedì 28 aprile 2011

Freschi di stampa: 54: Marcello Veneziani: «Vivere non basta» (Mondadori, Marzo 2011)

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Questa non è e non vuole essere una recensione, nel senso accademico del termine. Non lo sono neppure le altre che precedono in serie e non lo saranno neppure quelle che seguono. Da un punto di vista tecnico la metodologia è del tutto differente. Quanto per incominciare il libro non l’ho neppure aperto, dopo averlo appena comprato. E già ne parlo. Come mai? È un assurdo! Mi spiego. Ero l’altra sera ad un incontro dove rivedevo l’Autore dopo un intervallo di anni, salvo brevi comunicazioni telefoniche. Veneziani, che rivedevo comunque volentieri, ha parlato di questo suo ultimo libro, ma non solo. Il dibattito è stato più ampio. Naturalmente, ho quindi comprato il libro, ma il suo contenuto mi è noto dall’esposizione che ne ha fatto l’Autore stesso.

La spiegazione del libro, che è una riflessione su Seneca, è tutta nel suo titolo. Intende dire che non possiamo accontentarci di un’esistenza puramente vegetativa, che può avere forse un parziale riscontro nell’aspressione “tirare a campare”. Le nostre sono state descritte come le società del benessere, anche se poi questo benessere si scopre che è sempre stato assai inegualmente distribuito e attraverso i condizionamenti mediatici il più poveraccio di tutti si sentiva un vicino di casa di un Agnelli, perché insieme faremmo tutti parte di un “noi”. Non è mai stato così e l’inganno si sta rivelando ai nostri giorni in modo flagrante: la FIAT dopo aver lucrato infiniti aiuti di stato, che abbiamo pagato “noi” poveracci, porta quegli stessi soldi, al sicuro, all’estero. Quindi sono portato a credere che la “società del benessere” in realtà non è mai esistita.

È invece esistita, ed esiste tuttora, sempre più forte, l’atomizzazione degli individui. La loro riduzione da ogni tendenza all’aggregazione comunitaria ed identitaria a quella atomistica del consumatore dove tanto più sei un “Qualcuno” quanto più consumi e quanto più appari, magari in televisione o i giornali parlano di te. Si assiste sempre più ad uno svuotamento interiore dell’individuo che lo rende poi permeabile a qualsiasi contenuto gli si voglia dare. I processi qui sono lunghi, molteplici e complessi. Ed andremmo fuori strada, smarrendoci, se cercassimo di delinearli e descriverli. Veneziani ha perfettamente intuito il problema, ma non credo che sia nelle sue intenzioni una sociologia dello smembramento sociale.

Non ho fatto a Veneziani la classica domanda che uno del pubblico fa all’Autore del libro che si presenta. Non sarebbe stata né un’obiezione e nemmeno un’osservazione, ma solo una riflessione a margine che però Marcello aveva ben presente, come ho potuto accorgermi da una risposta che ha dato ad altri. Quello che lui dice è che dobbiamo reagire con tutte le nostre forze alla riduzione nel privato più angusto, accompagnato o no sa benessere. Giustamente, non indica Veneziani il come, la forma in cui ciò debba avvenire. Se lo facesse, si trasformerebbe nell’ennesimo propagandista di quella o quell’aggregazione politica, ormai tutte screditate, una più dell’altra. Vedendolo dopo non so quanti anni mi sono premurato io dargli un volantino, che ha la sola pretesa di essere una stessa reazione a quel processo di disintegrazione della nostra società. Quando dobbiamo reagire? Ora o mai più! Su alcune cose, riguardanti l’attualità politica, da lui accennate, potrei forse non essere d’accordo con Veneziani. Ma si tratta di questioni che spero di poter affrontare con lui direttamente in una prossima occasione.

Conoscevo Marcello Veneziani come saggista politico, non come cultore di filosofia ed è per me una piacevole sorpresa questa sua profonda vena, che lui stesso dice essenziale per tutta la sua formazione. Il libro pare non abbia avuto finora nessuna recensione sui giornale, pur avendo un successo di lettori e di vendita. Ho già detto che neppure questa è una recensione. E non saprei neppure se sarei in grado di scriverlo, in un senso strettamente tecnico, non essendo io uno specialista di Seneca. Ne ho parlato qui per la valenza “politica” e “civile” di questa nuova opera di Veneziani, con la quale – ci ha detto – non intende ritirarsi dal mondo negli orti privati della filosofia. Ma anzi, al contrario, proprio traendo impulso dalla filosofia egli ci dice che dobbiamo impiegare tutte le nostre forze, hic et nunc, per rifondare le ragioni del nostro stare insieme. Senza ricette precostituite, ma rimboccandoci le mani e lavorando sodo senza ripetere gli errori dei nostri verdi anni e soprattutto non andando dietro a quei ciarlatani, profittatori di regime, che ci taglieggiano e tiranneggiano ogni giorno. Forse questa è la sfida maggiore, non se se espressamente contemplata da Veneziani, quella di produrre un intero nuovo ceto politica, diffidando in via preventiva di tutti i riciclati che intendessero affacciarsi dopo il crollo prossimo ventura.

E che il libro non intendo leggerlo? Non aprirlo neppure? Ho già accennato a Marcello Veneziani di questa mia “scrittura sull’acqua”, del tutto diversa dalla scrittura sulla carta stampa, che dà un senso di solidità e durata. Tra i miei tanti blogs ve ne uno negletto e trascurato da parecchio tempo, intitolato “Meditazioni filosofiche”, dove intendevo ed intendo perseguire un “ritiro” credo analogo a quello di Veneziani nel suo “Vivere non basta”. Mi riprometto quindi, ma su tempi lunghi, di annotare a margine di pagina, tutte le mie modeste riflessione, di nessuna pretesa, che emergeranno dalla lettura del libro. Glielo ho annunciato all’Autore, che dopo questo primo pronunciamento sul suo libro seguiranno a distanza di tempo, di volta in volta, magari intervallando il libro con la bella edizione di Seneca che vedo sulla destra, in uno scaffale della mia Biblioteca... Ma guarda un po’ che razza di recensione sarebbe mai stata questa! Non ho neppure detto l’essenziale sul libro. E cioè che Veneziani immagina che il Lucilio al quale sono indirizzate le famose Lettere di Seneca, rispondesse a sua volta al Maestro, verso il quale scrive in tono dimesso e referente, come si addice ad un allievo. Si tratta chiaramente di lettere apocrife e qualche Lettore piuttosto ingenuo ha chiesto a Veneziani se sono veramente le lettere di Lucilio, scoperte chissà dove. Può essere forse solo vero che Veneziani si identifichi con il Lucilio storico e immagini una risposta. Ma per giocare anche noi con questa finzione dobbiamo rinviare alle nostre proprie «Meditazioni Filosofiche», dove appena postato un post (= chiedo scusa di queste brutte espressioni, ormai tcniche) dal titolo: «Leggendo Marcello che si finge Lucilio e scrive a Seneca».

mercoledì 27 aprile 2011

Paolo Sensini: Quello che ho visto in Libia


QU
ELLO CHE HO VISTO
IN LIBIA


Video

di Paolo Sensini


«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»
George Orwell, La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico,
in 1984 (parte II, capitolo 9)
Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta «rivolta delle popolazioni libiche». Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.

È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese, tanto da guadagnarsi l’appellativo non proprio benevolo di «faraone». Eventi che la stampa occidentale ha subito definito, con la consueta dose di sensazionalismo spettacolare, come «rivoluzione gelsomino» e «rivoluzione dei loti».

La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi, aiutati in quest’ultimo caso dall’intervento oltre confine di reparti dell’esercito dell’Arabia Saudita, reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.

Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’«evidente e sistematica violazione dei diritti umani» (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 26 febbraio 2011) e sui «crimini contro l’umanità» (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il «suo stesso popolo».

Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che viola in maniera patente la Carta dell’ONU. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la «delega» agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla «no-fly zone», che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’ONU può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo VII della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro «dominio riservato». Ma questa è storia vecchia: la prima no-fly zone (anch’essa illegale) risale al 1991, dopo la prima guerra all’Iraq, da cui si può far decorrere la crisi verticale del vecchio Diritto Internazionale sostanzialmente garantito dal bipolarismo Est-Ovest scomparso a cavallo tra i decenni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Ma torniamo ai momenti salienti della cosiddetta «primavera araba». Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere «senza se e senza ma» i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i «fratelli musulmani» provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris I, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani il 1° settembre 1969.

O, per essere ancora più precisi, come continua sistematicamente a ripetere il colonnello fin dall’inizio nei suoi accalorati speech alla nazione, una rivolta monopolizzata in gran parte da appartenenti ad «Al-Qāʿida». Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei SAS, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.

Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della «Coalizione dei volenterosi», in accordo con USA e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.

Per «proteggere la popolazione civile» di Bengasi e Tripoli dalle «stragi del pazzo sanguinario Gheddafi», il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma – per carità, questo no – senza alcuna intenzione di detronizzare il «dittatore», ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione «Alba dell’Odissea», che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.

È quanto assevera anche l’ammiraglio americano William Gortney, secondo cui il colonnello «non è nella lista dei bersagli della coalizione» pur non escludendo che possa venire colpito «a nostra insaputa». Anche il capo di stato maggiore britannico, sir David Richards, nega che l’uccisione di Gheddafi sia un obiettivo della coalizione perché la risoluzione dell’ONU «non lo consentirebbe».

La scelta degli alleati non può dunque che essere per i «ribelli», così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese. Anche addestrata e armata fino ai denti, quella degli insorti rischia di rimanere un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una «rivolta popolare», senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.

Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio nazionale di transizione (CNT) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di «addestrare gli insorti». Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.

La loro forza, come hanno scritto giornalisti inglesi, «sta interamente nel sostegno, politico e militare, di cui godono sul piano internazionale». Quanto a formare un governo funzionante, e soprattutto a conquistare qualche parvenza di vittoria – anche sotto il riparo della no-fly zone – ne sono del tutto incapaci.

Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.

I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione

Ma che cosa ha potuto realmente giustificare, al di là delle fumisterie mediatiche che sono state riversate in grandi dosi sulla pubblica opinione, la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da «intervento umanitario»?

Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che «Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli» uccidendo «più di 10.000 persone». Una «notizia» di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya, considerati una sorta di CNN del Vicino e Medio Oriente. Parliamo quindi d’informazioni provenienti direttamente dall’interno di quel mondo arabo controllato rispettivamente dalle aristocrazie sunnite del Qatar e di Dubai.

Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di «10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi» è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un «fatto» indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina. A supporto di tale onirismo informativo venivano poi presentate le immagini di supposte «fosse comuni» in cui erano stati seppelliti nottetempo, sempre secondo i corifei della disinformazione di massa, coloro che erano periti sotto i bombardamenti ordinati dal «dittatore pazzo e sanguinario». Tuttavia, com’è poi emerso quasi subito, si trattava d’immagini fuorvianti e decontestualizzate, visto che ciò che si mostrava al pubblico occidentale erano le riprese di un cimitero di Tripoli dove si espletavano le normali operazioni di inumazione dei deceduti.

Ma come ogni spin doctor sa benissimo, ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli «attentati terroristici di Al-Qāʿida dell’11 settembre 2001».

Non poteva dunque che essere così anche in questo caso, dove la prima versione mediatica propalata con solerzia gobbelsiana ha ripetuto in continuazione la favola dei «10.000 morti» e del «genocidio» compiuto dal «dittatore pazzo e sanguinario» senza nessuna evidenza di prove, ma facendo leva unicamente sulla pura e ininterrotta circolazione dello stesso messaggio.

Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione, giacché il fatto conclamato s’imponeva da sé, quasi per motu proprio. Il resto era solo dietrologia o, horribile dictu, nient’altro che «complottismo».

Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della «sinistra» in quasi tutte le sue declinazioni – da quella moderata fino alle propaggini più estreme – alla Versione Mediatica Ufficiale, che nel caso italiano comprendeva anche la voce infondata su ipotetici «campi di concentramento» o «lager» destinati agli immigrati neri provenienti dalle zone subsahariane. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente «gli insorti di Bengasi», a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.

Partenza per la Libia

Per tutte queste ragioni, o forse sarebbe meglio dire per la mancanza di esse, una volta offertami la possibilità dal tenore Joe Fallisi di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici «volenterosi» denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, non ci ho pensato due volte e ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.

Dopo essere arrivati nel tardo pomeriggio del 15 aprile a Djerba con un volo da Roma in ritardo di più di tre ore sull’orario prefissato, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità. E anzi troviamo una metropoli perfettamente in ordine, bella, molto ben tenuta e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle «stragi» volute dal raìs.

La prima sensazione che ho avuto la mattina del 16 aprile mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il Sud-Est del paese, è stata quella di un forte appoggio popolare nei confronti di Gheddafi, un appoggio pieno, passionale e incondizionato, e non certo di «risentimento e ostilità della popolazione» nei suoi confronti come strillavano da settimane i media. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, «una delle conseguenze inattese dell’intervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo. In più ora, dopo l’aggressione, ha ripreso massicciamente a battere il vecchio tasto sull’antimperialismo».

Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli all’interno di un vasto distretto montagnoso, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di ingegneria elettronica. Questo territorio ospita la più grande Tribù della Libia, i Warfalla o Warfella, che con i suoi 52 Clan e all’incirca un milione e cinquecentomila effettivi rappresenta la più grande Tribù della Tripolitania, dove si trova il 66 per cento della popolazione libica (nella Cirenaica vive il 26-27 per cento, il resto è nel Fezzan), estendendosi anche nel distretto di Misratah (Misurata) e, in parte, in quello di Sawfajjn.

Ci rechiamo poi nella piazza centrale della città, dov’è in corso una manifestazione contro l’aggressione della Coalizione occidentale nei confronti della Libia. Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Lo slogan che ci accompagna lungo tutto il nostro percorso è Allah – Muʿammar – ua Libia – ua bas! (Allah, Gheddafi, Libia e basta!), che è diventata una specie di colonna sonora scandita un po’ dovunque. Mentre, tra i nemici della Libia, Sarkozy è senz’altro quello più preso di mira e contro il quale si indirizzano la maggior parte degli sberleffi («Down, down Sarkozy!»). Seguono poi gli altri leaders occidentali che si sono distinti nell’aggressione «umanitaria», come il surrealistico Premio Nobel Barck Obama, soprannominato per l’occasione U-Bomba, e via via tutti gli altri.


Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi Tribù dei Warfalla, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, «fino alla fine». «Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere», ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra e in cui si può morire semplicemente andando al mercato, a un ristorante, in banca o anche solo camminando per strada. Questi i «risultati» a quasi un decennio dai primi interventi umanitari e dalle conseguenti operazioni di Peacekeeping, che oggi qualche zelante «esportatore di democrazia» vorrebbe replicare pure in Libia…


Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: «Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?». Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.

Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente «emancipati» rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente. Ma nei loro volti non vi è nessuna arrendevolezza o rassegnazione al fato, quanto invece una ferma volontà di resistere «con ogni mezzo». E anche la voglia di tramutare la pesantezza delle circostanze, per quanto possibile, in momenti di passione condivisa.


Dai sobborghi di Tripoli, dove incontriamo le persone sulle strade, nelle loro abitazioni o sui luoghi di lavoro, passando per i medici feriti durante i bombardamenti e attualmente degenti in ospedale fino agli assembramenti nel cuore pulsante della città, dovunque è la stessa disposizione d’animo verso la leadership del proprio paese e la situazione che, giorno dopo giorno, viene angosciosamente profilata dai bollettini radio-televisivi.

Unico elemento davvero anomalo e per molti versi stupefacente, soprattutto perché stiamo parlando di uno dei grandi paesi produttori di petrolio al mondo, sono le file di chilometri e chilometri di automobili incolonnate ai bordi delle strade, e che cominciano già a formarsi nelle prime ore della notte, in attesa del proprio turno di rifornimento alle stazioni di servizio. Anche questo è un paradosso, uno dei tanti paradossi insensati di cui ogni guerra è prodiga.

Muovendoci in lungo e in largo per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni ONU che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare. Eppure per fare più di «10.000 morti», soprattutto quando si parla di bombardamenti in una grande città come Tripoli, bisogna necessariamente aver prodotto gravi danni urbanistici e lasciato quantità e quantità di indizi disseminati per le strade. Ma questo è un dettaglio che poco importa ai signori dell’informazione: ciò che conta è il panico virtuale creato ad arte, che però sta già sortendo effetti concretissimi.

Gli unici riscontri tangibili di bombardamenti li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti NATO hanno trovato la morte oltre quaranta civili. Lo verifichiamo direttamente in loco, quando ci rechiamo nella fattoria in cui sono state sganciate alcune bombe che hanno causato ingenti danni agli edifici prospicienti, e in cui sono ancor ben visibili i frammenti degli ordigni deflagrati. Ne avremo convalida all’ospedale civile di Tajoura, dove ci vengono mostrati dalle autorità mediche i documenti ufficiali che attestano i decessi causati dalle bombe sganciate dalla Coalizione.



La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Moussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese, e accertare di persona i seguenti punti: 1) la reale dinamica dei fatti su come è nata la ribellione, fin da subito armata; 2) quali sono i suoi veri obbiettivi, se per caso anche secessionisti al di là della bandiera prescelta e del suo apparente leader, l’ex ministro della Giustizia libico Jelil; 3) chi ha bombardato cosa; 4) fino a che punto e attraverso quali canali i ribelli si sono armati; 5) quante sono le vittime civili dei presunti bombardamenti di Gheddafi e di quelle dei cosiddetti “volenterosi”, e così via.

«Eppure – insiste Ibrahim – l’invio in Libia di una simile delegazione per verificare come stanno veramente le cose avrebbe avuto un costo inferiore a quello di un singolo missile da crociera Tomahawk, e di questi missili ne sono stati gettati oltre 250 in questi giorni. Perché questa ipocrisia dell’Occidente nei nostri confronti? Perché non è stata imposta una no-fly zone anche a Israele quando ha bombardato Gaza per oltre un mese senza che nessun paese avesse nulla da eccepire? Perché due pesi e due misure, quando è ormai stato appurato che non abbiamo mai bombardato, e lo ribadisco in maniera fermissima, la nostra popolazione».

Ma una commissione internazionale di osservatori, nonostante le reiterate richieste da parte delle autorità libiche, non è mai stata inviata e si è continuato a salmodiare l’ormai trita versione del «dittatore sanguinario Gheddafi» bombardatore e oppressore del «suo stesso popolo». L’Occidente, o quel ristretto novero di paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.

Possiamo verificare di persona la sera del 17 aprile a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia; nonostante gli strettissimi controlli delle forze di sicurezza, siamo gli unici occidentali a poter aver accesso al parco antistante il bunker del raìs. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986 – in cui tra l’altro perse la vita sua figlia adottiva Hana – e lasciata volutamente in quello stato a mo’ di testimonianza storica, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i «bombardamenti umanitari» contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone, dai neonati per cui è approntato un ampio kindergarten fino agli anziani che si ritrovano con i loro narghilè sotto una tenda ricolma di cuscini e tappeti. Un grande palco montato davanti alla vecchia casa del colonnello è il proscenio sul quale si alternano musica, parole, proclami e intrattenimento per riscaldare un’atmosfera che si fa di giorno in giorno sempre più plumbea.


Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, «è la vicinanza e l’affetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi», come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita; un «fratello e un padre» verso il quale è percepibile l’affetto che gli è tributato dalla sua gente. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni dopo quella del 21 marzo 2011, incursioni ripetute anche la sera del 25 aprile, quando un edificio adibito ad uso uffici situato nel complesso di Bāb al ‘Azīzīyah è stato distrutto da un missile da crociera Tomahawk lanciato da un sottomarino della Royal Navy su coordinate fornite dalle forze speciali di Londra infiltrate anche nella capitale.


L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei «fratelli musulmani» e altri jihadisti stranieri tra i «rivoltosi di Bengasi», alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.

Kaim ci mette anche a disposizione tutto il materiale video e le rassegne stampa internazionali che coprono interamente la sequenza temporale presa in esame, in modo da poterle vagliare nella sua ampiezza per poi emettere un giudizio obiettivo sui fatti. Il suo auspicio, rivolto idealmente all’opinione pubblica occidentale, è quello di non farsi ipnotizzare dall’informazione ad usum delphini diffusa in questi mesi dai grandi media, ma di guardare la sostanza del contenzioso tra governo e «ribelli» che comunque, secondo la sua valutazione dell’intervento militare NATO nelle questioni interne libiche, ha reso più complicato e dilazionato nel tempo un possibile processo di pacificazione nazionale.

Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, Monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che «il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla NATO a Tajoura; che l’unica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe»; che «i ‘ribelli di Bengasi’ si sono macchiati di gravi crimini gettando il paese nel caos».

Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché «le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere». Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso tra l’altro da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del paese. «Un uomo dal carattere fortissimo e deciso – soggiunge padre Martinelli – che ha favorito, da quando ha iniziato la sua opera di governo, la libertà di movimento, la libertà politica, la libertà religiosa e che ha permesso che in Libia convivessero pacificamente ben cinque confessioni religiose». «In oltre quarant’anni – conclude il vescovo di Tripoli congedandosi da noi –, non ho mai subito alcuna provocazione da parte di nessuno, e la nostra comunità convive serenamente con tutte le altre. Trovatemi un altro luogo in cui tutto ciò sia possibile». E come dargli torto, visto il panorama attuale del Vicino Oriente.



Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, l’aspettativa di vita dei suoi abitanti si aggira intorno ai 75 anni di età, un vero record considerando che in alcuni paesi del continente africano la media si aggira intorno ai 40 anni. Quando Gheddafi prese il potere, il livello di analfabetismo in Libia era del 94 per cento, mentre oggi oltre il 76 per cento dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili. Prima dell’attacco franco-britannico, inoltre, era stato varato dal governo libico un programma di edilizia popolare agevolata in cui erano stati investiti oltre due miliardi di dinari, che doveva portare alla costruzione di circa 647 mila case in tutto il paese per una popolazione complessiva di sei milioni di abitanti. Un progetto che naturalmente ora è fermo, e che verrà riavviato – se mai lo sarà – chissà quando.

A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.

L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos, in cui viene anche proiettato sullo schermo un documentario montato a tempo di record dal bravo videoreporter e attivista inglese Ishmahil Blagrove; la conferenza stampa è anche l’occasione per rendere noti ai media tutti i documenti, i riscontri probatori e le evidenze raccolti dalla «Fact Finding Commission» durante le sue indagini. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.


La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali sentendosi chiamati in causa per le evidenti distorsioni a cui si erano prestati durante i loro servizi informativi e che le nostre ricerche sul campo mettevano giustamente a nudo, reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un «lavoro sporco» e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.

Una patente menzogna, visto e considerato che con i nostri pochi mezzi a disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti. E che per un attimo, ancora infervorato da ciò che avevo visto e udito in quei giorni, ho pensato di comunicare alla zelante bombardatrice della Libia Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del PD, che sedeva una fila dietro di me sull’aereo che mi riconduceva da Tunisi a Roma. Ma sarebbe stata tutta fatica inutile, mi sono poi subito detto, vista la determinazione assunta in prima persona dalla “sinistra” etimologica nel condurre a un punto di non ritorno questa sporca guerra.

Come notava invero il grande scrittore Mario Mariani, «i giornalisti e i politici non debbono intendersi di niente e debbono far conto d’intendersi di tutto». L’unica cosa che davvero conta per essi, è quella di possedere un buon fiuto per sapere in quale direzione is Blowing the Wind…

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, incominciavano a farsi largo analisi serie e documentate sull’eziologia dei fatti libici. E si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, stimati in circa 60 miliardi di barili e i cui costi di estrazione sono tra i più bassi del mondo, senza contare le enormi riserve di gas naturale valutate in circa 1.500 miliardi di metri cubi.

Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli «Stati canaglia», Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Nel 2004, per esempio, Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è stato il primo leader occidentale a recarsi in Libia, divenuta così frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il colonnello aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

La risposta è stata data dal quotidiano statunitense «The Washington Times». Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza precedenti, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vogliono a tutti i costi impossessarsi di questi fondi sovrani. «Queste sono le vere ragioni dell’intervento della NATO in Libia», afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento «congelati» nelle banche centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, «cosa che è totalmente falsa», come sottolinea Leghliel, il che però autorizza i pescecani della finanza decotta internazionale a voler stornare il gruzzolo nei loro caveau.

«Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio», chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano (FMA), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana. Il Fondo sarà finanziato principalmente da Paesi africani e, a quanto si è appreso, l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari USA, la Libia 9,33, la Nigeria 5,35, l’Egitto 3,43 e il Sud Africa 3,4.

La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del FMA è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano. Un passo necessario alla stabilità finanziaria e al progresso dell’economia del continente che decreterebbe inoltre la fine del franco CFA, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.

Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati. A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di «interventi umanitari», manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq?

• Le foto grandi sono dell’Autore. Le altre foto sono state scelte dalla Redazione e tratte da internet.

Homepage di Alan Hart su “Civium Libertas»

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Abbiamo voluto riservare in questo blog uno spazio personale ad una delle voci più autorevoli tra gli esperti impegnati a diffondere la verità sul sionismo e sulla colonizzazione della Palestina mediante occupazione militare di stampo terrorista.

Alan Hart, autore britannico, non ancora noto in Italia, è uno dei più strenui difensori della causa palestinese e una delle firme più accreditate presso il grande pubblico in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. E’ molto presente sulla blogosfera di lingua inglese e ambito come relatore negli ambienti accademici e culturali che si impegnano sul fronte della lotta contro il sionismo.


Leggere gli scritti di Alan Hart significa intraprendere un viaggio negli intrighi internazionali che hanno permesso l’ascesa del sionismo sulla scena mondiale e il suo insediamento a tutti i livelli del potere globale. Permette di vedere all’opera, nei giorni nostri, la nefasta influenza della Lobby sionista ebraico-cristiana sugli ambienti politici internazionali, causa dei tanti conflitti bellici che le potenze occidentali hanno messo in atto nei confronti del mondo islamico e dell’Africa in generale.


Da oltre 40 anni Alan Hart è coinvolto nel conflitto intorno alla Palestina e ne ha visto personalmente le terribili conseguenze fino ai giorni nostri. A partire dalla metà degli anni ’60, è stato testimone in prima persona delle guerre di invasione e occupazione che Israele ha mosso contro i popoli arabi, quando trasmetteva per la BBC, in qualità di inviato speciale in Palestina/Israele, i suoi reportage molto provocatori e le interviste ai personaggi centrali del conflitto.
Il suo impegno in favore della causa palestinese lo ha visto protagonista delle fasi centrali del cosiddetto ‘Processo di Pace’ israelo-palestinese, nella veste di diplomatico e consulente per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E’ stato lui l’uomo individuato e prescelto dalla diplomazia internazionale per fungere da mediatore nei negoziati di pace tra il leader palestinese Arafat e l’astro israeliano allora in ascesa Shimon Peres.

Alan Hart ha conosciuto personalmente tutti i leader politici e militari del suo tempo schierati dall’una e dall’altra parte del conflitto, e molti tra i protagonisti occidentali della storia. Ma è con Yasser Arafat che ha instaurato, negli anni, un rapporto ravvicinato, di fiducia e di profonda stima reciproca, durato fino alla morte del grande leader palestinese.


Nel suo recente libro ‘Zionism: The Real Enemy of the Jews’, – non ancora pubblicato in Italia – l’autore racconta la nascita e ascesa del sionismo, e la sua espansione sulla scena internazionale fino all’epoca Obama. Racconta tutti i retroscena politici, tutte le trattative segrete tra i sionisti e i governi occidentali che si sono svolte dietro le quinte delle sfere diplomatiche a Washington, Londra, Parigi, Mosca, nelle capitali arabe e in Palestina/Israele dall’inizio del secolo scorso in poi fino ai giorni nostri – per assecondare le richieste dei sionisti in cambio dell’appoggio finanziario dei ricchi e influenti ebrei americani ed europei.

Speriamo che il libro di Alan Hart venga presto pubblicato in Italia, perché permetterà ai lettori italiani di comprendere, tra l’altro, le cause alla base delle rivolte arabe in atto nei giorni nostri. Intanto facciamo conoscere l’autore, e le verità che ci svela, pubblicando i suoi articoli, sempre pieni di rivelazioni e spesso arricchiti di conversazioni con i protagonisti mediorientali e occidentali coinvolti nel conflitto narrato.

Iniziamo con una ‘Introduzione agli scritti di Alan Hart’, che contiene anche informazioni sul sito dell’autore, sui video dei ‘faccia a faccia’ tra l’autore e molti personaggi noti per l’impegno anti-sionista (Norman Finkelstein, Ilàn Pappe e.a.), e l’introduzione all’articolo più recente di Alan Hart dal titolo ‘Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace – Ovvero, come è nata tecnicamente l’Impunità di Israele’ – appena tradotto e pubblicato su questo blog.







martedì 26 aprile 2011

1. Per una introduzione agli scritti di Alan Hart

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Non è questione di opinione collocare Alan Hart tra i maggiori esperti del cosiddetto ‘conflitto israelo-palestinese’. Alan ha vissuto il ‘conflitto’ in prima persona per oltre 40 anni, in ruoli successivi sempre più mirati all’impegno per la causa palestinese. Il suo impegno lo ha visto inizialmente nel ruolo di inviato speciale per la BBC in Palestina/Israele – ai tempi in cui la BBC forniva informazione di qualità – e in seguito nella veste di diplomatico e consulente per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dopo avere sposato la causa palestinese senza riserve.

E’ stato lui l’uomo individuato e prescelto dalla diplomazia internazionale per fungere da mediatore nei negoziati di pace tra il leader palestinese Arafat e l’astro israeliano allora in ascesa Shimon Peres. Sappiamo che tale negoziato ha preparato la strada verso gli Accordi di Oslo, poi rivelatisi ingannevoli a causa della formulazione ‘rivisitata’, messa a punto dai sionisti. E sappiamo anche come Peres si sia poi rivelato un ‘partner per la pace’ disonesto. Forse il più disonesto tra i leader sionisti, perché ha sempre celato la mano che brandiva il coltello.

Il libro di Alan Hart ‘Zionism: The Real Enemy of the Jews’ – non ancora pubblicato in Italia, racconta la nascita e ascesa del sionismo, e la sua espansione sulla scena internazionale fino all’epoca Obama. Alan Hart racconta la verità storica sulla nascita del sionismo e sulla persecuzione dei palestinesi e di altri popoli arabi, smantellando l’intero castello della mitologia costruita intorno alla fondazione dello stato sionista, e dimostrando che l’esistenza di Israele non è mai stata in pericolo, in nessun momento della storia passata o presente, contrariamente a quanto i leader sionisti vogliono farci credere per assicurarsi la nostra solidarietà ad oltranza.

L’opera di Alan Hart permette ai lettori, inizialmente privi di informazione di rilievo in merito al sionismo, di constatare come tutti i tasselli del più complesso e complicato puzzle combacino tra loro per formare un quadro ben preciso della situazione politica internazionale, attuale e recente, e sulle cause che hanno generato le insurrezioni arabe a cui assistiamo nei giorni nostri.

Racconta come i sionisti abbiano corrotto e ricattato, sistematicamente, tutti i governi che si sono succeduti in America e in Europa Centrale dall’inizio del 20° secolo in poi, per mettere in atto il suo spregiudicato progetto di colonizzazione e occupazione militare della Palestina e di altri territori arabi: un progetto ideato a tavolino decenni prima dell'ascesa del nazismo.

Svela come la Palestina sia stata fatta letteralmente a pezzi dopo la 1° Guerra Mondiale (e non dopo la fine del nazismo) per essere spartita tra sionisti, britannici e leader arabi alleati degli inglesi e francesi.

Racconta come l’insediamento del regime sionista nel cuore delle terre arabe abbia provocato uno sconvolgimento totale degli equilibri geo-politici ed economici della regione e delle nostre società occidentali, con i risultati che sono sotto i nostri occhi, attualmente, tutti i giorni.

Svela la catena di tradimenti dell’Occidente nei confronti degli Arabi che hanno portato al dominio sionista in Palestina. E spiega come nei decenni successivi alla creazione di Israele i leader arabi si siano prestati a salvaguardare l’egemonia del regime sionista nella regione, in cambio di favori politici ed economici da parte di Washington. Di come i dittatori arabi abbiano messo in atto politiche repressive nei confronti dei cittadini arabi per respingere ogni tentativo di ribellione al dominio sionista, alle mire imperialiste occidentali, all’oppressione e umiliazione dei palestinesi.

E fornisce l’intero resoconto storico della sistematica impunità di Israele decretata e protetta da Washington e dalle altre succursali sioniste in Europa, con la complicità delle Nazioni Unite, dalla creazione di Israele in poi, fino ai giorni del governo Obama. Ci permette di vedere all’opera le Lobby sioniste negli Stati Uniti e in Europa nel corso dell’intero secolo appena trascorso e durante i giorni nostri.

Leggere il libro e gli articoli di Alan Hart sulle vicende del sionismo, equivale a conoscere gli eventi centrali che hanno caratterizzato il 20° secolo e la prima decade del secolo presente, e a comprendere come e perché siano accaduti. Permette di capire cosa realmente è successo e accade tuttora in Palestina e nel Medio Oriente, e di comprendere quanto “tale realtà influenzi gli eventi dei giorni nostri e le vite di tutti noi.”

Alan ha conosciuto personalmente tutti i leader politici e militari del suo tempo schierati dall’una e dall’altra parte del conflitto mediorientale, e molti tra i protagonisti occidentali della storia. E’ per questo che la sua narrativa è ricca di aneddoti su conversazioni private tra l’autore e le figure centrali del conflitto. Sono episodi che mettono in evidenza, ad esempio, il divario tra la posizione ufficiale dei leader israeliani sostenuta in pubblico per alimentare il mito sionista, e ciò che in realtà tali personaggi politici e militari pensavano in privato. Emblematico, in questo senso, è certamente il capitolo dedicato interamente alla figura pubblica e privata di Golda Meir: un racconto vivace e pieno di sorprese, che si articola sulle conversazioni, avvenute negli anni, tra l’autore e la famosa statista israeliana, intercalate dalla narrazione degli eventi storici in cui i dialoghi si collocano, fino al momento della morte di Golda Meir.


Ma è con Yasser Arafat – il grande leader palestinese - che Alan aveva stabilito, negli anni, anzi decenni, un rapporto più ravvicinato, di profonda stima reciproca, durato fino alla morte del grande leader palestinese. Tale rapporto ha indotto Alan Hart a scrivere un libro intitolato ‘Arafat, Terrorista o Pacifista?’ pubblicato in Italia nel 1985 dall’editore Frassinelli. Esiste un recente articolo alquanto divertente in cui l’autore descrive la reazione di Arafat a una parte del contenuto del libro di Alan, subito dopo la pubblicazione. Ma l’articolo è importante e credo che lo tradurrò per questo blog, soprattutto perché sintetizza al meglio la lotta impari che un leader palestinese deve sostenere avendo come avversario il resto del mondo: Israele, Washington, i governi occidentali e soprattutto i leader arabi corrotti asserviti alla Casa Bianca e determinati a ‘chiudere la pratica palestinese definitivamente’ – e cioè, a tradire la causa palestinese - per fare affari con Israele e l’occidente. Proprio come avviene oggi, mentre sono in corso le insurrezioni arabe.

(Vediamo, ad esempio, che il re del Bahrein al-Khalifa ha dato qualche settimana fa il benestare per la sistematica repressione e perfino soppressione di stampo sionista dei cittadini che lui stesso governa, per assicurarsi affari doro con l’Impero Usa/Isra/Eu. La collaborazione del monarca del Bahrein con il Mossad è stata rivelata alcuni giorni fa da Wikileaks. Collaborazione analoga a quella di tutti i dittatori arabi, pagati per salvaguardare gli interessi di Usa e Israele nella regione, ai danni dei rispettivi popoli. E, come facevo notare in post precedenti, la distruzione della società del Bahrein attualmente in corso viene tenuta nascosta agli occhi del mondo, dietro ordine di Washington.)

Molti degli articoli di Alan Hart prendono spunto da eventi storici narrati nel suo libro, commentati e analizzati dall’autore per fornire la chiave di lettura necessaria a comprendere la situazione attuale nel medio oriente alla luce dei retroscena storici narrati. Sono articoli ricchi di rivelazioni, e mirano sempre a mettere sull’avviso che il punto focale dei conflitti internazionali attuali e recenti è da individuare nell’oppressione della Palestina, vittima sacrificale del dominio sionista di Israele e dei suoi complici occidentali. Gli articoli di Alan individuano le cause e propongono soluzioni.

Dice Alan Hart «Il sionismo è il cancro al cuore delle politiche internazionali: deve essere curato prima che ci consumi tutti, ovunque nel mondo

Personalmente sono dell’opinione che ci abbia già consumati oltre la misura consentita per una cura. Purtroppo la maggioranza delle persone non è a conoscenza del sionismo, delle Lobby israeliane che controllano le nostre società occidentali, in particolare i media. Ancora peggio: i giornalisti stessi non sono consapevoli di essere sotto l’effetto di un’ipnosi che provoca lo strabismo pro-israeliano e li induce a leggere dal copione sionista.

Come fare a curare il ‘cancro’ sionista, instaurato a tutti i livelli del potere e delle infrastrutture culturali, a iniziare dai libri di scuola? L’intoccabilità di Israele è salvaguardata da una serie di tabu inviolabili e dallo spettro dell’etichetta anti-semita (bella invenzione, quella, che se ci pensiamo è totalmente priva di significato razionale); l’intero mito sionista si basa sull’assunto che Israele sia stata progettata solo in seguito alla persecuzione nazista degli ebrei – mentre troppo pochi sanno che è la materializzazione delle mire coloniali concepite oltre un secolo fa (e decenni prima dell’ascesa del nazismo) da parte un gruppo di intellettuali ebrei dell’Europa centrale – mire, da allora, perseguite dai sionisti con tutti i mezzi più indegni che la psiche umana abbia mai generato.

Santocielo, come sperare di curare il cancro sionista, visto che il mondo non si è rivoltato neanche dopo il vile bombardamento del ghetto di Gaza, sotto assedio totale da parte di Israele con la complicità dell’Egitto? Israele osa definirsi ‘l’unica democrazia tra i paesi del Medio Oriente’ – affermazione oltraggiosa, e non solo perché Israele è un’entità totalitaria fondata sul razzismo, ma soprattutto perché rappresenta l’ostacolo primario alla formazione di governi democratici nelle nazioni arabe. La prova è sotto i nostri occhi: nessuna – ma proprio nessuna – delle rivolte in atto da parte dei coraggiosi popoli arabi che reclamano a gran voce condizioni di democrazia, mostra alcun segno di successo. Perché? E’ semplice: sono in atto tutti gli sforzi congiunti di Washington, della corte Saudita, del Mossad, della Cia, della Nato e soprattutto delle Lobby pro-Israele in America e in Europa per impedire che i cittadini arabi alzino la testa nel disperato tentativo di affrancarsi dallo stato di oppressione indotto per salvaguardare il totalitarismo sionista e quello imperialista americano, di cui i nostri governi occidentali in Europa, Australia e Canada sono vassalli volontari.

Oggi Alan Hart è uno degli esperti più consultati per la questione palestinese. E’ spesso invitato per conferenze nelle università e nei circoli accademici della Gran Bretagna. L’anno scorso è stato invitato per un giro di conferenze negli Stati Uniti e ora è appena tornato da una serie di conferenze nella Repubblica Sud-Africana, che ha avuto una grande risonanza mediatica ed ha concorso al boicottaggio accademico di Israele da parte delle università sudafricane.

Il 3 maggio, Alan sarà relatore insieme a Gilad Atzmon e Gadha Karmi nel contesto di un evento programmato all’Università di Westminster, a Londra. Evento che “esaminerà i crimini di Israele, in seguito alla ritrattazione di Goldstone”. Eventuali testi o video della conferenza verranno segnalati su questo blog.

Per chi fosse interessato, il sito dell’autore www.alanhart.net - oltre a contenere gli articoli originali in inglese - offre la possibilità di vedere i video delle conversazioni tra Alan Hart e molte personalità del mondo accademico a noi note, come il prof. Norman Finkelstein, il prof. Ilàn Pappe, l’autrice Ghada Karmi, e altri nomi e volti noti. I video sono tratti da una serie di ‘faccia a faccia’ sulla questione Palestinese, andata in onda su PressTV nei mesi che hanno preceduto il bombardamento di Gaza di due anni fa. Si accede ai video dalla homepage, a destra, sotto l’immagine della copertina del libro di Alan Hart, e dopo gli spazi Twitter e Facebook, in una sezione che porta il titolo della trasmissione da cui le interviste sono tratte: ‘Hart of the Matter’. Sono facili da trovare perché la sezione mostra le immagini dei singolo personaggi intervistati.


Introduzione al recente articolo “Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace?”

Per mezzo dei suoi articoli, Alan ci racconta le vicende del presente mettendole in relazione con gli eventi di rilievo storico per fornire al lettore gli elementi necessari a comprendere i retroscena che hanno causato la situazione politica attuale. Sono articoli vivaci, pieni di rivelazioni e spesso arricchiti di conversazioni con personaggi che hanno forgiato la storia recente.

Alan Hart ci fa sapere, che il capitolo più importante della sua opera è quello relativo alla storia del 1967. Ed è proprio un episodio del 1967 che viene narrato nell’articolo che segue, che spiega come siamo arrivati, tecnicamente, alla totale impunità per il comportamento di Israele che agisce in disprezzo di ogni legge che regolamenti il Diritto Internazionale e i Diritti dell’Uomo ovunque nel mondo.

Si tratta del racconto di un ‘precedente’ molto pericoloso per l’equilibrio politico tra le Nazioni, creato a favore di Israele in un momento preciso della storia. Un precedente che vede sul banco degli imputati gli Stati Uniti come mandante e le Nazioni Unite come esecutore di un piano semplice quanto ingegnoso per invertire i ruoli di aggressore/vittima a favore dello stato sionista.

L’articolo è accessibile per mezzo di questo link e ha per titolo ‘Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace ?’

V. altri scritti di Alan Hart elencati nella Homepage dell'autore in questo blog
Egeria

Alan Hart: 7. Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace? Ovvero, come è nata tecnicamente l'impunità di Israele

Per mezzo dei suoi articoli, Alan ci racconta le vicende del presente mettendole in relazione con gli eventi di rilievo storico per fornire al lettore gli elementi necessari a comprendere i retroscena che hanno causato la situazione politica attuale. Sono articoli vivaci, pieni di rivelazioni e spesso arricchiti di conversazioni con personaggi che hanno forgiato la storia recente.

L’articolo che segue spiega come siamo arrivati, tecnicamente, alla totale impunità per il comportamento di Israele che agisce in disprezzo di ogni legge che regolamenti il Diritto Internazionale e i Diritti dell’Uomo ovunque nel mondo.

Si tratta del racconto di un ‘precedente’ molto pericoloso per l’equilibrio politico tra le Nazioni, creato a favore di Israele in un momento preciso della storia. Un precedente che vede sul banco degli imputati gli Stati Uniti come mandante e le Nazioni Unite come esecutore di un piano semplice quanto ingegnoso per invertire i ruoli di aggressore/vittima a favore dello stato sionista.


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Alan Hart, 12 aprile 2011

Come ho spiegato durante il mio recente giro di conferenze in Sud Africa – peraltro paese di Goldstone – dal quale sono appena rientrato, la risposta alla domanda del titolo – e cioè «perché Israele ha il veto sul processo di pace» consiste in ciò che è successo a porte chiuse nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu a New York, durante i mesi che seguirono la guerra del 1967. Ma per capire davvero è necessario prima di tutto rendersi conto che si è trattato di una guerra di aggressione da parte di Israele e non di legittima difesa come vorrebbe la fraudolenta versione sionista.

A distanza di oltre 40 anni, la maggior parte della gente è ancora convinta che Israele sia ‘entrata’ in guerra perché gli Arabi hanno attaccato per primi (la versione iniziale di Israele), oppure perché gli Arabi avessero l’intenzione di attaccare e Israele si sarebbe trovata costretta ad una guerra preventiva. La verità su quella guerra può essere riassunta in una semplice affermazione: gli Arabi non hanno attaccato, né avevano intenzione di attaccare. L’intera verità, tuttavia, documentata nel mio libro 'Zionism: The Real Enemy of The Jews' (non ancora uscito in Italia), evidenzia i fatti seguenti.

Il premier israeliano di quell’epoca, il molto calunniato Levi Eshkol, ricopriva allora anche la carica di ministro alla difesa e non aveva alcuna intenzione di fare entrare Israele in guerra. Né l’aveva il suo capo di stato maggiore, Yitzhak Rabin. La loro intenzione era di mettere pressione alla comunità internazionale mediante azioni militari molto limitate e per niente assimilabili ad una guerra, affinché spingesse il presidente egiziano Nasser a riaprire lo Stretto di Tiran.

Israele ha fatto la guerra perché così volevano i ‘falchi’ militari e politici, che a tale scopo insistevano che gli Arabi stessero per attaccare. Sapevano benissimo che era una menzogna, ma hanno sostenuto questa falsità per attaccare Eshkol sul piano politico, facendolo passare per un debole agli occhi del paese. Al culmine della campagna di diffamazione contro Eshkol i falchi hanno chiesto a gran voce che il premier passasse il portafoglio della difesa a Moshé Dayan, che tutti ricordiamo come il signore della guerra con la benda sull’occhio e maestro dell’inganno. Appena quattro giorni dopo avere ottenuto il ministero che voleva, mentre i falchi avevano ottenuto il via libera dal governo Johnson per annientare l’aviazione e l’esercito dell’Egitto, Israele ha iniziato la guerra. (Lindon Johnson era stato vice-presidente di John Kennedy, al quale era succeduto dopo l’assassinio del famoso presidente, n.d.t.)

Ciò che in realtà avvenne in Israele durante i giorni che precedettero la guerra fu qualcosa di molto simile ad un golpe militare, eseguito in segreto, a porte chiuse, senza colpo ferire. Per i falchi di Israele, in effetti, la guerra del 1967 significava portare a termine l’impresa iniziata nel 1948/49: creare la Grande Israele, con Gerusalemme -- l’intera Gerusalemme – come capitale. Avvenne questo. I falchi israeliani tesero una trappola al presidente egiziano Nasser minacciando la Siria. Sentendosi obbligato a salvare la faccia con la Siria, l’imprudente Nasser cadde nella trappola ad occhi aperti. Il giorno dopo l’inizio della guerra, il Generale Chaim Herzog, uno dei fondatori dei Servizi Segreti Militari di Israele, mi confessò questo in privato: «Anche se Nasser non fosse stato tanto stupido da fornirci un pretesto per la guerra, noi stessi ne avremmo creato uno nel giro di 12-18 mesi.»

Come dico nel mio libro, se l’affermazione che gli Arabi non avessero intenzione di attaccare e che l’esistenza di Israele non era messa a rischio fosse solo quella di un goy (un non-ebreo) - io nella fattispecie – tale affermazione potrebbe essere liquidata dai sionisti e dai sostenitori di Israele come una congettura anti-semita. Invece tale verità è stata ammessa, confessata, da molti leader israeliani. Ecco di seguito alcuni tra i tanti esempi.

In un’intervista pubblicata su Le Monde il 28 febbraio del 1968, il capo di stato maggiore Rabin disse questo: «Non credo che Nasser volesse la guerra. Le due divisioni che ha inviato nella Penisola del Sinai il 14 maggio (1967) non sarebbero state sufficienti a scatenare un’offensiva contro Israele. Lo sapeva lui e lo sapevamo noi.»

Il 14 aprile del 1971, un rapporto pubblicato nel giornale israeliano Al-Hamishmar conteneva la seguente dichiarazione di Mordecai Bentov, esponente del governo israeliano durante la guerra: «L’intera storia dell’annientamento (di Israele) è stata inventata in ogni suo dettaglio e perfino esagerata a posteriori per giustificare l’annessione di altre terre Arabe

Nel 1982 il primo ministro Begin si fece sfuggire questa osservazione in pubblico: «Nel giugno del 1967 avevamo una scelta. Le forze egiziane concentrate nel Sinai non erano affatto una prova che Nasser fosse davvero sul punto di attaccarci. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. Noi abbiamo deciso di attaccarlo.»

Tuttavia l’avvenimento più catastrofico del 1967 non è stata la guerra in sé stessa con la creazione di una Israele allargata (Eretz Israel, Greater Israel, o Grande Israele come viene definita in italiano – n.d.t.).

Dietro pressione degli Stati Uniti, e con la complicità finale dell’Unione Sovietica, l’evento più catastrofico si rivelò essere il rifiuto da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di condannare Israele in quanto aggressore.

Se lo avesse fatto, la storia della regione – e del mondo – potrebbe avere seguito un corso completamente diverso: ad esempio, un negoziato per la fine del conflitto israelo-arabo con la prospettiva per la pace entro un anno o due. A coloro che ritengono questa un’ipotesi non realistica dico questo: leggete il mio libro, che contiene un capitolo intitolato ‘Addio all’Integrità del Consiglio di Sicurezza’.

Domanda: Perché, in effetti, era così importante dal punto di vista dei sionisti che Israele non fosse marchiato come aggressore quando in realtà lo era? In sintesi, ecco perché.

Per prima cosa, agli aggressori è vietato rimanere in possesso dei territori che invadono con la guerra – hanno l’obbligo del ritiro incondizionato. Questi sono i termini della Legge Internazionale che peraltro costituiscono un principio fondamentale che le Nazioni Unite hanno l’obbligo di applicare e difendere – proprio come hanno fatto nel 1956 quando Israele aveva invaso l’Egitto con la complicità dell’Inghilterra e della Francia.

E inoltre esiste un principio, generalmente riconosciuto, che si applica nel caso in cui uno Stato venga attaccato e diventi quindi vittima di aggressione. Qualora lo Stato attaccato decidesse di fare la guerra per legittima difesa e invadesse di conseguenza il territorio dell’aggressore, avrebbe poi il diritto, in eventuali negoziati, di dettare condizioni per il proprio ritiro.

Sulla base dei principi illustrati, ecco dunque cosa è successo nelle Nazioni Unite dopo la guerra del 1967.

E’ vero che mediante la Risoluzione 242 del 23 novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha applicato il principio del ‘divieto di acquisizione di territori per mezzo di guerre’, ma lo ha fatto favorendo i sionisti. Lo ha fatto attribuendo ad Israele – e non agli Arabi - il diritto di dettare condizioni per il proprio ritiro (cioè, l’aggressore sionista è diventato la vittima). La Risoluzione 242 ha in effetti consegnato ai leader israeliani e alla Lobby sionista in America il Veto su eventuali processi di pace.

Nel 1957 il presidente americano Eisenhower aveva detto che: se ad una nazione che avesse attaccato e occupato territori stranieri fosse concesso di dettare condizioni per il proprio ritiro, «ciò equivarrebbe a rimettere indietro l’orologio dell’ordine internazionale».

Ed è proprio questo che avvenne nel 1967. Il presidente americano Johnson, preoccupato della guerra in Viet-Nam, e dietro consiglio dei sionisti più estremi nella cerchia dei suoi consiglieri, ha rimesso indietro l’orologio dell’ordine internazionale.

Con ciò vennero effettivamente creati due pesi e due misure per regolamentare il comportamento delle nazioni:

– da una parte c’erano le nazioni del mondo, escluso Israele, chiamate ad agire in conformità con le leggi internazionali e con gli obblighi derivanti dall’appartenenza alla comunità delle Nazioni Unite;

- dall’altra c’era Israele, da cui non ci si aspettava - e a cui non veniva richiesto – di comportarsi come il resto del mondo, o meglio, come uno stato normale.

Dietro insistenza dei sionisti nel governo Johnson, il rifiuto da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di bollare Israele come aggressore segnò la nascita del ‘doppio standard’ nell’interpretazione e applicazione delle regole per giudicare e sanzionare, dove appropriato, il comportamento delle nazioni. Questo ‘doppio standard’ rappresenta il motivo per cui dal 1967 ad oggi un vero e proprio processo di pace non è stato reso possibile.

A mio avviso non esiste la benché minima possibilità per un reale processo di pace fino a quando questo doppio standard – due pesi e due misure – non sarà abbandonato. Fino a quando, cioè, i governi delle maggiori potenze mondiali, con gli USA in testa, daranno ad Israele un messaggio forte e chiaro, che abbia questo significato: «Adesso basta. E’ nell’interesse di tutti noi che mettiate fine al vostro disprezzo del Diritto Internazionale. Altrimenti saremo obbligati a marchiarvi come stato canaglia e ad applicare boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni.»

Alan Hart, 12 aprile 2011

Vedi anche:
Presentazione dell'autore Alan Hart e del suo libro
Introduzione agli scritti di Alan Hart

Il testo originale in inglese di questo articolo è disponibile sul sito dell'autore www.alanhart.net al link:
http://www.alanhart.net/why-does-israel-have-a-veto-over-the-peace-process/#more-1511