giovedì 23 giugno 2011

Bisogna “arrabbiarsi”: non basta “indignarsi” o “arrabiarsi” – In margine ad un Seminario sui libri di Nino Galloni

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Questo blog reca nell’indicazione della sua problematica anche la dicitura “per i diritti politici, sociali ed economici dei cittadini”, ma è ben vero che non ci siamo occupati quasi per nulla di questione economiche, anche se esiste un altro nostro blog specificamente dedicato al “Mondo dell’economia”, rimasto allo stato iniziale, senza che sia stato sviluppato ed aggiornato. Non cancelliamo questo blog economico, perché dopo aver studiato e superato non pochi esami di economia, durante gli studi universitari, contiamo di ritornare a riflettere in anni maturi sui problemi dell’economia. Rimandiamo quindi ad altra sede maggiori sviluppi e dettagli sui temi economici. Qui però troviamo che sia a taglio a noi congeniale quello con cui Nino Galloni affronta problemi basilari come il lavoro e i problemi dell’occupazione. Posto che un giovane disoccupato, spesso fornito di una notevole qualificazione, è una preziosa risorsa per la nostra società, stupisce e indigna la sua forzata inazione. Si assiste perfino ad una sorta di colpevolizzazione del disoccupato. Non hai un lavoro? È colpa tua! Datti da fare, rimboccati le maniche, vai a scaricare cassette ai mercati generali alle cinque di mattina, anche se non hai il fisico e non c’era bisogno di studiare 20 anni per scaricare cassette ai mercati generali. Il fallimento della politica e dei suoi addetti ultra-privilegiati, che non vanno a scaricare cassette, è sotto i nostri occhi. La società non può aspettarsi nulla dai suoi politici e governanti: è convinzione diffusa. Ma è anche vera che la società è stata resa inerte da anni di consumismo che ha polverizzato e frantumato le compagini sociali. L’individuo atomizzato diventa incapace di unire i suoi sforzi a quello di altri uomini per la ricerca del bene comune. Solo uscendo da questa inerzia, rapportandosi in un vincolo sociale e politico con altri uomini, diventa possibile risolvere problemi che paiono insormontabili, ma per i quali esiste la tecnologia adatta ed è disponibile. Manca soltanto la volontà e la forza politica per darvi applicazione. Lo studio di Nino Galloni, oggi offerto come bozza durante un Seminario svoltosi in Roma, alla presenza dell’Autore e di numerosi relatori, nonchè di un folto e qualificato pubblico, introduce a questa problematica, che ci riserviamo di approfondire con successivi contributi.

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Nino Galloni

CHI HA TRADITO L’ITALIA E GLI ITALIANI?

(storia non conclusa della repubblica)

PRE-PRINT PARZIALE E PROVVISORIO DEL 23-06-2011
BOZZA PROVVISORIA!!
SONO GRADITI COMMENTI E CRITICHE!!


SOMMARIO: Premessa. – Capitolo 1: Dal 1946 al 1962. - 1.1 Le svolte del 1947 e l’impostazione degasperiana. - 1.2 Le partecipazioni statali. - 1.3 Dall’omicidio di Mattei ai prodromi del centro-sinistra. – Capitolo 2: Gli anni sessanta e settanta. - 2.1 L’Italia ha un ruolo nello scacchiere internazionale. - 2.2 Fiducia negli affari, investimenti elevati e valore dei patrimoni. - 2.3 Piccole imprese e strane virtù della lira. - 2.4 Un Paese che va troppo bene: bisogna ammazzare qualcuno. – Capitolo 3: Dal “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia alla messa a regime delle privatizzazioni. - 3.1 La crisi della sovranità politica e la sterilizzazione dello sviluppo. - 3.2 La fine della sovranità monetaria come punizione della politica. - 3.3 Restrizioni del bilancio pubblico e svendita delle imprese partecipate. - 3.4 La riforma del mercato del lavoro e la negazione delle strategie per l’industria. - 3.5 Le ripercussioni sulle grandi reti infrastrutturali, la ricerca e l’innovazione applicata. - 3.6 Alti tassi di interesse, riconversioni e assistenzialismo. - 3.7 Trame oscure per l’impoverimento e l’indebolimento del Paese. - 3.8 La mancata attuazione della Costituzione e la sottrazione della politica all’elettorato. – Capitolo 4: Il nuovo millennio. La fine de della globalizzazione, il nulla? - 4.1 Le conseguenze delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni sulla vita di tutti. - 4.2 È arrivato il nuovo feudalesimo ... sarà per sempre? - 4.3 Riforme fiscali, economia sommersa, usura. - 4.4 È possibile una necessaria riforma previdenziale? - 4.5 Separare la speculazione finanziaria dal credito all’economia. - 4.6 Una rivisitazione della politica economica per gestire in modo diverso la convergenza europea e la cooperazione tra tutte le realtà mediterranee.


1. Premessa. – Scopo di questa ricerca è tentare di valutare la ragioni e le conseguenze delle principali scelte di politica economica successive al referendum istituzionale (1946) e fino ai giorni d'oggi; per capire se gli obiettivi della classe dirigente siano sempre stati ispirati al bene comune degli Italiani - seppure a fronte di compromessi interni ed internazionali anche importanti - ovvero abbiano nascosto l'intento di indebolire e depredare il Paese.

Tuttavia, a differenza di altre ricerche, si partirà da considerazioni che riguardano il presente (e, quindi, l'immediato futuro), per poi approfondire gli antefatti nazionali ed il tema del definirsi delle responsabilità politiche.

La recente decisione della BCE di aumentare i tassi di interesse sottolinea, in Europa, la priorità - per non dire l'esclusività - della lotta all’inflazione rispetto all'obiettivo dello sviluppo: l'americana FED, al contrario, assume la lotta all'inflazione come mero vincolo, ammettendo una politica monetaria e di bilancio volta a non soffocare l'economia. Se gli USA avessero destinato gran parte delle risorse finanziarie così create ad investimenti produttivi e tecnologici, al rafforzamento delle reti infrastrutturali e non ad attività puramente speculative, al sostegno dei soggetti in difficoltà per l'emissione dei derivati o ad inutili quanto dannose guerre, oggi lo sviluppo del pianeta non sarebbe solo trainato faticosamente dai sorprendenti BRICS - Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica - ma anche dalla (seppure per poco ancora) superpotenza industriale.

E non vale nemmeno osservare che l'azione della BCE ingessa irrimediabilmente l’Europa e le sue prospettive di sviluppo economico proprio nel momento in cui la situazione africana dovrebbe suggerire un operoso e generoso interventismo, perché la BCE non fa altro che realizzare la propria missione. Missione del tutto avulsa e indipendente dalle condizioni dello sviluppo economico e unicamente attenta alla situazione dell’inflazione. Situazione quest’ultima, peraltro, ben poco influenzabile dagli strumenti a disposizione della stessa BCE: inflazione che risente delle attività speculative sui prezzi internazionali dei beni di largo consumo e dei prodotti petroliferi. Prezzi internazionali che risentono in minima parte delle variazioni dell’offerta e della domanda reale di essi ed in massima parte della domanda fittizia - appunto speculativa - che si accanisce ora sui generi alimentari ora sul petrolio, a seconda delle dinamiche geopolitiche che vengono estremizzate ed artificiosamente gonfiate dagli stessi speculatori. La politica della BCE rafforza l’euro in modo esagerato e, così, rende meno competitive le nostre esportazioni e, tuttavia, ottiene un parziale - seppure costosissimo in termini sociali - risultato di contenimento dei prezzi interni, visto che il valore medio delle importazioni denominate in dollari tende a flettere.

La BCE ricevette quel tipo di mandato allo scopo di soddisfare la principale richiesta da parte della Germania in cambio dell'abbandono del marco: la priorità assegnata alla lotta all'inflazione doveva consentire la sopravvivenza del cosiddetto modello renano (più che corrispondere, semplicisticamente, al timore di un ripetersi della nota tragedia monetaria weimariana).

Il modello “renano”, infatti, si basa su 5 presupposti dinamici: inflazione zero, bassi tassi di interesse reali, elevato tasso di investimenti tecnologici, elevati salari (il profitto è una variabile dipendente e non aprioristica), tassazione significativa e, comunque, capace di impedire la formazione di disavanzi della spesa pubblica (e, quindi di contenere il debito).

Il modello renano presenta molti vantaggi, soprattutto sul piano sociale e politico, ma risulta, altresì, come si cercherà di vedere subito, fortemente vulnerabile.

I vantaggi: compatibilizzazione tra la crescita del reddito interno e la competitività internazionale mediante l'introduzione di tecnolgie avanzate agevolata dai bassi tassi di interesse; eticità del profitto in quanto conseguenza finale dei processi produttivi e non come parametro aprioristico imposto dal proprietario; basso livello della spesa pubblica per lo sviluppo e dell'indebitamento, grazie ad una sostenibile tassazione e, soprattutto, ad un’elevata propensione dei privati agli investimenti produttivi. Ovviamente, un tale modello presuppone che i capitali in cerca di una valorizzazione speculativa (più elevata degli investimenti produttivi) vadano all’estero: ma si tratta di un problema secondario, gestibile efficacemente anche in termini fiscali.

Il lato debole del modello, invece, si appalesa proprio quando l’inflazione sale un po: per ragioni che gli economisti non sono riusciti a capire bene, infatti, l'adeguamento dei tassi nominali di interesse - a parità di quelli reali - non neutralizza i propri effetti (depressivi) sulla propensione a investire. In altre parole, un aumento - sebbene solo nominale - del tasso di interesse svia gli investimenti produttivi quel tanto che basta a far crescere la pressione sulla spesa pubblica di sostegno, in qualche modo, all’economia a parità di gettito fiscale o, addirittura, proprio quando le tasse, seppure lievemente, tendono a diminuire. Ciò determina, ovviamente, aspettative di ulteriore inflazione generata dai disavanzi pubblici (non importa se decenni di ricerca scientifica hanno dimostrato l'infondatezza di tale tesi) ed il modello renano si incrina vieppiù.
Ovviamente, un modello renano funzionante rende praticabile il principio di sussidiarietà: lo Stato interverrà nell' economia solo se e in quanto i privati non si attivino ovvero laddove l'eccessivo differimento dei profitti nel tempo ostacoli l'impegno in comparti come la ricerca o l'infrastrutturazione.
L'alternativa al modello renano è stato il capitalismo dei grandi investitori istituzionali (soprattutto i fondi pensione) i quali, però, ragionano da proprietari e,
. quindi, impongono un rendimento certo e definito per gli investimenti all 'inizio del ciclo produttivo; il che comporta un'agevolazione - anche finanziaria - per le attività attese ad elevato rendimento (innovative), ma un evidente freno alla gran parte dell'economia (le produzioni cosiddette tradizionali) che, invece, abbisognerebbe di forte innovazione, pur non assicurando - almeno nell'immediato - una redditività adeguata, ma non elevata.
La mancanza di una classe imprenditiva lungimirante, l'inadeguatezza delle prospettive immediate di profitto, la carenza di mezzi finanziari disponibili ha quindi spiazzato il principio di sussidiari età ovvero favorito l'emergere dello Stato imprenditore, finanziatore, depositario di strategie industriali.
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Ma se il prezzo di un contenimento - peraltro molto parziale - dell 'inflazione importata (e, va sottolineato, generata dalle attività speculative) consiste in una gestione della moneta e del credito che frena gli investimenti produttivi dei privati e che, quindi, mina alla radice lo sviluppo del "modello renano" e della sussidiarietà; allora le alternative che si possono porre riguardano sia la ripresa di un intervento pubblico sia una rivisitazione della missione della BCE in Europa.
Su entrambe le opzioni (alternative all'attuale inaccettabile stallo europeo, ma certamente non alternative tra di loro, anzi, al limite, complementari, come si cercherà di dire meglio tra poco), sembra, tuttavia, pesare la situazione normativa corrente, rappresentata, principalmente e non solo, dal Trattato di Lisbona e dagli accordi di convergenza; in realtà, però, sia la Francia sia la stessa Germania - ad esempio - non si sono certo autolimitate quando gli interessi nazionali suggenvano un non leggero intervento diretto dello Stato.
Inoltre, la situazione di Grecia, Portogallo e Irlanda risentirà a breve non solo dell'aumento dei tassi di interesse deciso dalla BCE ad aprile, ma soprattutto
dell' attesa di altri aumenti dovuti alla coazione a ripetere, da parte della stessa BCE, a seguito dell 'invarianza negli assetti operativi e strategici dei vertici europei. Ma su tali assetti incombono problematiche e incertezze di varia natura.
In primo luogo, ciò che sta accadendo in Africa dovrebbe costringere gli Stati europei o ad unirsi sotto un unico vessillo strategico allo scopo di unire l'emergenza delle democrazie afro mediterranee alla salvezza socioeconomica del vecchio continente o a dividersi secondo le proprie esigenze nazionali: in entrambi i casi si dovrà mettere mano ai Trattati, non ultimo quello di Schengen.
In secondo luogo, il destino dei piccoli indebitamenti di Grecia, Portogallo e Irlanda, dovranno seguire la sorte dei grandi: Spagna e la sua associata Inghilterra, con la differenza che quest'ultima ha conservato la propria valuta storica a tutti gli effetti. Se la Spagna riuscisse a passare "a nuttata" grazie alla denominazione in dollari dei propri debiti o ad altre ancor meno corrette pratiche (si parla di un uso non poco disinvolto della possibilità di stampare le banconote da 500 euro), allora la situazione
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di tutti i citati Paesi (a questo punto, Italia compresa), si consoliderebbe; col rischio, comunque, di una stretta attorno al tema delle risorse finanziarie da destinare agli investimenti per lo sviluppo. Viceversa, se la situazione dei Paesi maggiormente indebitati (tra cui non c'è l'Italia, deficitaria solo per la parte pubblica del debito stesso) peggiorasse e tracollasse, l'intero impianto dell' euro ne risentirebbe e ritornerebbe in auge l'ipotesi di un euro per i Paesi forti; con la conseguenza che l'Italia si troverebbe nel bel mezzo del guado e, per scegliere l'euro, dovrebbe sottoporsi a tali e tante cure da mettere a repentaglio la propria sopravvivenza. In tale scenario sarebbe auspicabile che le forze politiche si dividessero in base alla scelta fondamentale (euro sì, euro no), in modo di dare la possibilità all'elettorato e non ai soliti incompetenti o, peggio, ai cosiddetti poteri forti, di decidere qualcosa di cruciale.
In terzo luogo, proprio la necessità di controllare più saldamente la spesa pubblica ordinaria - sanità, trasporti, funzionamento delle istituzioni ecc. - e di contenerla nell'ambito del gettito fiscale disponibile (soprattutto a livello locale, dando respiro a varie forme di federalismo), pone con doverosa urgenza l'obbligo storico e civile di provvedere allo straordinario: investimenti necessari ma che i privati non effettuano, piano per l'ordine pubblico, interventi di solidarietà ovvero di tipo produttivo ad effettivo sostegno dell' economia.
Per far questo occorre ragionare sia sui progetti, sia sui mezzi di finanziamento di essi: solo dopo si potrà tornare all'altro obiettivo della ricerca, vale a dire quando, come e perché è stata abbandonata una via che assicurava un adeguato equilibrio democratico ed economico.
Orbene, premesso che appare impensabile - nel terzo millennio - privarsi di strumenti capaci di evitare l'avvitamento della crisi (ma forse sarebbe più appropriato chiamarla sindrome) verso situazioni di aperto conflitto sociale, aggravio delle condizioni dell' ordine pubblico, ritorno a secoli bui di tipo medievale, si potrebbero solo fare ipotesi sul quantum e la sede dell 'utilizzo di strumenti efficaci - è vero anche pericolosi - ai fini della ripresa e dello sviluppo.
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La scienza ha dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio (e non possiamo abbandonarci a fatalistici pessimismi attorno al non uso dell 'intelligenza umana), che l'emissione di banconote produce inflazione se e solo se la capacità aggiuntiva di acquisto così creata, non trova i beni ed i servizi aggiuntivi che vengono domandati; per contro, l'ulteriore emissione di titoli del debito pubblico, seppure a bassi tassi di interesse che, a livello nazionale dovrebbe essere evitata, ma che un sistema di Stati può garantire facilmente, avrebbe come unico limite il raggiungimento del pareggio tra il tasso di interesse del debito aggiuntivo e quello di crescita medio dello stesso sistema di Stati che li emette. In altri termini, per raggiungere e mantenere un tale equilibrio finanziario occorrerebbe spingere l'emissione di mezzi finanziari oltre ciò che è sufficiente a stimolare la ripresa (con adeguati e selezionati investimenti pubblici produttivi), ma non oltre ciò che consente di raggiungere una adeguata occupazione delle risorse, ovvero un loro impiego in modo che la crescita del sistema non si attesti al di sotto del rendimento del debito stesso.
Non è ragionevole privarsi di tali strumenti quando le circostanze economiche non corrispondono più a quelle ipotizzate negli accordi di Maastricht e nei conseguenti parametri di convergenza; dove al limite di un disavanzo pubblico del 3 % in rapporto al PIL per ciascuno dei Paesi aderenti (senza tenere in minimo conto la specifica e strutturale situazione nazionale), corrispondeva una prospettiva - almeno nella media - di crescita del PIL stesso almeno del 2% all'anno; è invece ragionevole spostare il livello di utilizzo di tale strumentazione dal locale al nazionale, dal nazionale al continentale.
Ma c'è un'altra possibile fonte di credito potenzialmente a buon mercato: recuperare la netta suddivisione fra i soggetti che fanno affari speculativi e quelli che devono prestare all'economia (famiglie e imprese); tale recupero consentirebbe alle banche di guardare esclusivamente ai rendimenti e ai redditi delle imprese e delle famiglie senza lasciarsi spiazzare da prospettive (peraltro fallaci) di facili guadagni dalle attività speculative che invogliano i risparmiatori verso impieghi pericolosi. E siccome vogliamo continuare a vivere in un sistema economicamente liberale,
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vogliamo altresì lasciare la possibilità a chiunque di rovinarsi a suo piacimento, con l'attesa di rendimenti finanziari stabilmente più elevati di quelli produttivi, ma senza consentire a questa libertà di impedire speranza e sviluppo ad intere generazioni.
Un rendimento delle attività finanziarie stabilmente più elevato di quello produttivo, non è sostenibile e produce crisi e dissesti immediati ovvero li differisce ingrandendo li.
Il discorso sui poteri forti, infine, andrebbe liberato dai luoghi comuni che non tengono conto dell' effettiva evoluzione della storia dove l'elemento del dinamismo è dato ora dall'azione dei movimenti popolari dotati di adeguata consapevolezza ora da scelte coraggiose, pionieristiche, strategiche, maturate in cerchie ristrette e responsabili. Il problema di oggi sembrerebbe, invero, rappresentato dal fatto che le cerchie decisive non risultano né responsabili, né lungimiranti mentre i movimenti popolari non trovano coaguli adeguati al governo - o, almeno alla proposta-progetto - del cambiamento. Su questa strada sono di ostacolo non solo i cosiddetti poteri forti, ma soprattutto i vecchi pregiudizi e l'esistenza, tipica dei Paesi latini, di una fitta rete di connivenze e di appartenenze che, dal basso, minano la democrazia ed utilizzano la legalità al contrario, per ottenere benefici e privilegi che segnano l'ambito della resistenza ad una politica partecipata da tutti e finalizzata al bene di tutti.
Il recente discorso di Obama che si affretta a sganciarsi dai regimi dittatoriali
filo occidentali degli ultimi decenni tradisce la solita impostazione USA che si vedrà nel corso della ricerca, per quanto riguarda le svolte italiane del 1947: oggi questi Paesi si trovano in una situazione simile alla nostra sessant' anni fa. Ora come allora lo scambio tra aiuti - soprattutto ma non solo agroalimentari - e sovranità deve riuscire a cogliere il segreto delle democrazie popolari: fingere un compromesso per stabilire una crescita adeguata della classe media da cui consegue l'indipendenza economica basilare per tutto il resto. Questa fu l'intuizione di De Gasperi e, se i Paesi africani sapranno delineare un percorso democratico più netto di quello attualmente in vigore nelle decrepite democrazie occidentali, queste ultime saranno costrette a
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interrogarsi e ad accettare quel cambiamento che decenni di tradimenti del bene comune hanno solo rinviato.
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1. DAL 1946 AL 1962
In questo primo capitolo si cercherà di inquadrare il problema a partire dalla duplice svolta del 1947 (la fuoriuscita dei socialcomunisti dalla compagine governativa e l'allontanamento dei cattolici dalle leve del potere finanziario), per poi considerare il Trattato di pace di Parigi, la riduzione della sovranità nazionale, i contorni della manovra anti-inflattiva conclusa da Luigi Einaudi, le pressioni degli USA per ottenere un Gabinetto di loro gradimento, i confini della visione degasperiana del mercato, delle piccole imprese, del credito.
In seguito si osserveranno la nascita e lo sviluppo di una concezione delle partecipazioni statali che apre all 'Italia la prospettiva di un successo sui mercati internazionali legato non solo alle capacità competitive delle aziende, ma soprattutto alla elaborazione di strategie geopolitiche non appiattite su nessuno dei blocchi coinvolti nella "guerra fredda".
Questo capitolo si conclude, quindi, con l'assassinio di Enrico Mattei ed il tentativo di spiegare i nessi tra la maturazione del cosiddetto miracolo economico italiano e l'affermarsi dei governi di centro-sinistra.
1.1. LE SVOLTE DEL 1947 E L'IMPOSTAZIONE DEGASPERIANA.
Non ci sono molti dubbi che il 1947 abbia rappresentato l'anno cruciale per gli assetti futuri del Paese e l'inizio di un percorso straordinario che ha caratterizzato l'Italia almeno fino alla sostanziale negazione (a cominciare dall'inizio degli anni '80), di quanto emerso dalle feconde decisioni e riflessioni dell'immediato dopoguerra: nella visione degasperiana, condivisa da Vanoni e altri, infatti, l'Italia doveva alzare le bandiere del mercato e della libera impresa non senza avere un occhio di riguardo alla funzione sociale di quest'ultima ed ruolo propulsore dello Stato nell' economia.
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Ciò si spiega per la duplice consapevolezza delle caratteristiche dimensionali prevalenti delle imprese italiane, la cui parcellizzazione sul territorio richiedeva un qualche collante (etico, ideologico, sociale) che rendesse compatibile il perseguimento dell 'utilità particolaristica dei singoli e la realizzazione di funzioni generali (l'occupazione, lo sviluppo, la produzione) a livello di insieme; e, in secondo luogo, per la necessità di supplire alla carenza di grandi industrie nazionali nei comparti strategici, attraverso una supplenza dello Stato non estemporanea, non ingessata, ma dinamica e fluida come la formula delle partecipazioni (invece della gestione diretta) indicherà.
La visione dell' economia che emerge già nel 1947 è, dunque, una visione complessa, lungimirante e adeguata.
Complessa, perché vuole unire, in un unico sistema, la dinamicità delle piccole imprese (pur frenata dalla insufficiente infrastrutturazione del territorio, dai limiti del credito, dai condizionamenti dell 'indotto), l'ambizione dei gruppi nazionali (presenti nei comparti strategici dell' energia e del petrolio, ma anche della siderurgia e della metalmeccanica) a smarcarsi dai vincoli internazionali, la promozione delle regole del mercato, un interventismo pubblico che deve crescere enormemente pur senza soffocare la libera intraprendenza dei privati.
Né si dovrebbe dimenticare che, all'indomani della seconda guerra mondiale, il Paese trova una situazione di ritardo nella ricostruzione dopo le devastazioni del conflitto, tra cui risalta sopra tutte quella riguardante l'attività produttiva. Essa risulta deficitaria in ogni comparto, comprese l'agricoltura e l'alimentazione. Non deve stupire, quindi, se la produzione diviene un valore in sé: in tempi di abbondanza si dà meno importanza al prodotto! !
E' impressionante constatare che la produzione nel 1947 risulta di gran lunga inferiore a quella del 1938 (ciò conferma il ritardo nella ricostruzione); le quantità esportate nel 1947 sono un terzo di quanto accadeva per l'anno precedente l'entrata in guerra dell 'Italia; le importazioni sono più alte proprio con l'eccezione di quelle strumentali alla produzione.
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Ma, paradossalmente, la circostanza del ritardo produttivo e imprenditivo del 1947 consente di raggiungere una spiegazione circa il successo nella cruciale e spietata manovra anti-inflattiva - iniziata da Campilli nella primavera e conclusa da Einaudi nell'autunno - basata su un aumento senza precedenti del tasso di interesse (sconto). In un sistema produttivo ed imprenditivo ben strutturato, infatti, livelli del tasso di interesse dieci o venti volte superiori a quelli medi (storici), avrebbero finito per stimolare l'inflazione attraverso la traslazione dei maggiori costi sui prezzi; ma laddove esisteva ben poco in termini di offerta, l'effetto di quella manovra fu paralizzante (e basta) nel breve periodo ed ebbe, quindi, ragione sull 'impennata inflattiva.
Se l'economia fosse stata sviluppata, infatti, la domanda di moneta per investimenti (almeno la parte più rigida di essa) avrebbe spinto verso l'alto la struttura dei costi; invece, con un'economia arretrata, tradizionale e agricola la domanda di moneta per investimenti (ma anche per il finanziamento dell'esercizio) si ferma e l'effetto deflattivo compensa (controbilancia) quello inflattivo.
Ciò accresce enormemente la stima e l'alone di mistero nei confronti degli economisti liberali, proprio mentre questi ultimi ed i loro "cugini" socialdemocratici (dopo la scissione di gennaio dal PSI) prendono il posto - nella maggioranza - dei socialcomunisti che escono (definitivamente) dal governo. Ma l'aspetto più importante di tale circostanza non è l'uscita dei comunisti e dei socialisti dalla compagine governativa che, fino a quel momento aveva semplicemente ricalcato lo schema di alleanze della Resistenza, sibbene la sostanziale espunzione dei cattolici dalle leve del potere finanziario e monetario.
Nel 1947 Togliatti aveva valutato come male minore l'uscita dal governo nazionale, considerato che gli aiuti americani apparivano inevitabili ed un'eventuale alternativa insurrezionale fortemente osteggiata dall 'Unione Sovietica.
Certo, la sostanziale imposizione americana di un allontanamento dei socialcomunisti dal governo, in cambio degli aiuti - anche alimentari - andava ad aggravare la posizione e l'immagine di De Gasperi e della stessa Democrazia
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Cristiana che usciva dalla Conferenza di Parigi (Trattato di Pace) con un forte ridimensionamento della sovranità nazionale.
In sintesi, la Democrazia Cristiana si rafforza come consensi che comprendono anche gli ambienti qualunquistici, la destra vaticana (più cattolica che cristiana), la componente elettorale che considera prioritario sostenere l'alternativa concreta al PCI: cosÌ, proprio a partire dal 1947 e dagli esordi della cosiddetta guerra fredda, la DC si scopre anticomunista non per vocazione, ma per necessità.
E siccome non avviene un vero e proprio passaggio di consegne ad un nuovo vertice visceralmente anticomunista, ma permane il disegno originario della DC (sebbene non possa non segnalarsi un significativo e non definitivo ridimensionamento del ruolo di Vanoni e di altri rappresentanti del mondo cattolico come Dossetti e gli animatori della Rivista Cronache Sociali), accade che cresca la distanza tra la base popolare e la classe dirigente che cerca una sorta di "terza via" (capitalismo misto a socialismo) tra mercato selvaggio e pianificazione di Stato.
Questa distanza tra elettorato e leadership viene colmata, paradossalmente, dalla convergenza con le opposizioni di sinistra sulle grandi problematiche delle istituzioni democratiche (quelle fondate sull' accordo legislativo nella comunione governativa uscita dalla Resistenza); e, quindi, proprio quel PCI che spinge l'elettorato di destra verso la DC, finisce per legittimare il vertice del partito cattolico (o,almeno, la parte più attiva e propositiva di esso) giustificando la distanza con il coacervo anticomunista del suo elettorato.
Se ciò è esatto, la distanza tra De Gasperi ed altri democristiani del suo gabinetto e dintorni si rivela inferiore a quella che trapela dagli atti ufficiali.
La ricerca specifica, quindi, potrà gettare nuova luce sul De Gasperi che - pur consapevole della degradazione del Paese avvenuta col Trattato di Parigi, delle conseguenze dell' abbandono ai liberali delle leve del potere bancario e monetario, dell' esigenza di introdurre maggior dirigismo pubblico nell' economia - opta per compromessi che salvaguardino almeno una parte significativa della libertà (o autonomia) nazionale, di quella delle imprese, di quella dei singoli.
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Non muore con i regressi del 1947, allora, l'idea che sia possibile un modello che, pur basandosi sulla libertà d'impresa, tuttavia promuova una presenza pubblica nell' economia capace di regolare la qualità delle esportazioni e di atnrnortizzare le quantità di importazioni.
Negli anni successivi al 1947, infatti, che segnano l'inizi di una ripresa che porterà in circa un quindi cenni o a risultati eccellenti, si cominciano a delineare strategie geopolitiche che consentiranno all 'Italia di conseguire un maggiore equilibrio, sui mercati internazionali, tra risorse che devono, comunque, continuare ad essere importate e beni destinati alla penetrazione in aree definite proprio dal posizionamento del Paese: snodo tra Est e Ovest, europeo, filoamericano, ma anche filoarabo e in una relazione molto speciale con l'area comunista e la stessa Unione Sovietica.
1.2. LE PARTECIPAZIONI STATALI
E' da questo clima culturale e politico che prendono quota le partecipazioni statali. Invenzione del regime precedente e, tuttavia, profondamente rivisitate dall' ottica di quei democristiani così attenti ai riferimenti sociali della filosofia marxista e così lontani dalla logica politica di quest'ultima.
Atteggiamento in un certo senso speculare a quello d'oltretevere, dove, alla posizione vaticana più attenta alla "realpolitik" e agli interessi pratici della Chiesa, facevano da contrappeso le esposizioni papaline così sensibili alle problematiche sociali delle masse popolari.
E, se i fondamenti sostanziali delle partecipazioni statali risiedevano nella evidente contraddizione tra potenzialità e realizzazioni industriali e finanziarie del Paese - che aveva alimentato la stessa rappresentazione di ruolo che il Fascismo si era data - in pratica si era arrivati ad un sistema che differiva profondamente dal modello colbertiano: qui era lo Stato direttamente ad occuparsi dello sviluppo degli opifici, laddove - nell 'Italia pre e soprattutto post bellica - prevalse una ricerca di autonomia
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(dalla proprietà statale) a volte persino esagerata. Così, si poteva parlare solo imprecisamente di Stato imprenditore: era il manager o "commis" che decideva, ben oltre le formalità dei consigli di amministrazione, linee strategiche e modalità di azione. La funzione imprenditiva, in altra parole, veniva associata a quella manageriale, a volte coincidendo nella stessa persona (si pensi soprattutto al caso Mattei). Ma tale associazione o coincidenza aveva conseguenze fondamentali sugli aspetti economici e macroeconomici delle grandi strategie industriali.
Lo Stato che, indirettamente, controllava le grandi banche (affidate, come si è visto, ai liberali ovvero - fatte salve alcune eccezioni che daranno risultati inquietanti - ai non cattolici), si limitava a fornire alle industrie grandi linee guida e adeguati finanziamenti.
Questi ultimi consentivano alla proprietà (lo Stato, appunto) di ottenere una sufficiente remunerazione del capitale impegnato finchè i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico si mantennero al di sotto di essa (vale a dire per tutti gli anni '50, '60 e '70). Lo Stato aveva così uno strumento che produceva occupazione (quindi sostituiva spese assistenzialistiche e contribuiva al rafforzamento finanziario del sistema previdenziale in vigore), ovviava alle carenze strutturali dell' offerta interna determinando altresì l'ammodernamento del Paese (senza aggravare il disavanzo dello Stato, ma, anzi, riducendolo in proporzione alla differenza tra il tasso di remunerazione del capitale impegnato nelle partecipazioni e quello del debito pubblico), affidava un' arma essenziale alla politica estera dell 'Italia ed alla sua penetrazione sui mercati internazionali.
E mentre lo Stato imprenditore diretto tende a sganciarsi del tutto dalla logica del profitto finendo per accumulare ingenti perdite che, molte volte, si rivelano strategicamente e socialmente ingiustificate, il sistema italiano delle partecipazioni assumeva un vincolo (di profitto, cioè di bilancio) che consentiva al managerimprenditore di spingere la produzione fino al limite massimo segnato dal pareggio tra costo e ricavo marginale; ovvero dalla differenza tra ricavo e costo marginale che
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pareggiasse la spesa di approvvigionamento della moneta - in genere il tasso di interesse sui titoli del debito pubblico - da parte dello Stato proprietario.
Anche il privato poteva accettare un obiettivo strategico uguale: massimizzare la produzione (e, quindi, l ' occupazione) col solo vincolo di un profitto "minimo" (non inferiore al rendimento delle obbligazioni) allo scopo di aumentare la valorizzazione del patrimonio ovvero potere e influenza nella società.
Si potrebbe spiegare così la storica sottocapitalizzazione in borsa delle imprese italiane: la ricerca di sviluppo (che sottopone la stessa logica del profitto all'espansione ed alla valorizzazione dei patrimoni) risulta incompatibile con la logica speculativa ogniqualvolta ci si confronta con produzioni che presentano saggi di rendimento - seppure elevati - inferiori alla media dei titoli più redditizi.
Se, infatti, il privato assume l'obiettivo di massimizzare non il profitto totale (che corrisponde al raggiungimento del massimo della produzione prima di cominciare a far registrare delle perdite), ma il profitto per unità di investimento (detto anche saggio del profitto), allora la produzione (e, quindi l ' occupazione) si deve fermare molto prima: laddove è stato raggiunto il massimo nella differenza tra il ricavo e il costo; tutto il resto della produzione (e dell ' occupazione) viene perso in quanto il capitale deve migrare verso impieghi più remunerativi.
La logica della massimizzazione del tasso o saggio del profitto (sull'investimento) è anche quella della finanza e della borsa; con la quotazione in borsa, infatti, come si cercherà di approfondire più avanti, il management delle partecipazioni privatizzate, si vedrà costretto a cambiare le strategie industriali con evidenti ricadute negative sull 'utenza e sugli assetti aziendali.
Partecipazioni statali, cooperative e imprese che perseguono la massimizzazione del profitto totale sono accomunate dalla possibilità di scegliere il loro limite operativo tra il mantenimento di un equilibrio di bilancio (in tale caso si dice che il profitto non è l'obiettivo, ma il vincolo e dev'essere almeno zero non sotto, corrispondente, appunto, al pareggio) e il rendimento delle principali obbligazioni; la dottrina economica keynesiana indica quest'ultimo come il riferimento generale del
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proprietario di capitale il quale decide di investire nell'attività produttiva solo se essa rende almeno quanto quella finanziaria.
La convergenza di obiettivo tra le partecipazioni statali, le cooperative e le imprese private che - per ragioni legate all'allargamento della propria influenza sul mercato ovvero alla possibilità di assicurare una qualche occupazione per i titolari ed i loro familiari - optano per la massimizzazione del profitto totale o, il che è lo stesso, come si è visto, per l'azzeramento del profitto marginale, finiva per costituire una buon base comune etica e pratica ad un progetto sociale capace di porre al centro l'essere umano senza indulgere in sterili utopie.
Da ciò discende l'ovvia conseguenza che, se gli obiettivi dell'impresa si rivelano diversi - come nel caso della quotazione in borsa - la centralità dell' essere umano non può che venir negata ovvero surrogata da azioni lodevoli, filantropiche, ma solo complementari e marginali rispetto alla logica dell' economia.
1.3. DALL'OMICIDIO DI MATTEI AI PRODROMI DEL CENTRO-SINISTRA.
Così, la leadership cattolica cercava una ricomposizione effettiva tra le due diversema non inconciliabili - concezioni: quella dossettiana che impegnava lo Stato a perseguire obiettivi di giustizia (anche o soprattutto economica) per tutti e la stessa impresa a finalità sociali; quella più liberale che partiva da un'assegnazione allo Stato di compiti di garanzia e rispetto delle regole e all'impresa di sviluppo nell'ambito del modello economico di mercato. Se questa suddivisione è esatta, la concezione cattolico-liberale si differenzia da quella liberale "tout court" per il fatto che il conseguimento del bene comune da parte dell'impresa non è automatico, ma richiede di specificare - fra i vari modelli di mercato - quelli non incompatibili con la
dottrina sociale della Chiesa; mentre la visione dossettiana risulta del tutto scollegata da quella liberi sta, sia per quanto attiene i compiti dello Stato, sia per il ruolo che deve assumere l'attività imprenditiva.
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Non ostante le apparenze, pertanto, la posizione di De Gasperi, che troverà in Moro il suo erede, propende per un inevitabile innesto sul ceppo mercatistico caratterizzato dall'iniziativa privata, non solo delle partecipazioni statali, ma anche della cosiddetta
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programmazione econormca.
Eppure, al vigore assegnato al ruolo pubblico nell' economia reale (infrastrutture, energia, manifattura, siderurgia, chimica) ed alla contemporanea centralità dell'impresa privata, non corrispose un disegno altrettanto fermo ed alto nell'ambito della finanza e del credito.
Se i due descritti paradigmi cattolici fossero rimasti inconciliati, sarebbe mancato lo spazio culturale e politico necessario all'impostazione del dialogo con le sinistre man mano che esse si emancipavano dall'egida sovietica.
Forse la "spallata" finale all'alternativa di una posizione meschina dei cattolici italiani viene data nel luglio del 1961 dall'enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII: essa rappresenta, infatti, il più alto riconoscimento della 1aicità dello Stato e della non intromissione della Chiesa nelle vicende politiche non direttamente afferenti questioni cruciali per la fede.
Così, si afferma in Europa l'asse culturale italo-tedesco che, pur tra posizioni differenziate, consente di delineare una strategia economica continentale di sostanziale equilibrio tra le posizioni via via più "programmati che" della Democrazia Cristiana italiana e quelle tedesche legate all' automaticità del cosiddetto modello renano, basato - infatti - su un più agevole rapporto tra banche e industria.
E' da questa situazione di libero mercato e di intervento pubblico non dirigista che l'Italia trova un suo cammino capace di valorizzare al meglio le originali qualità imprenditive e manageriali dei suoi uomini migliori.
Tra questi spicca Enrico Mattei, capace di lanciare la sfida ai padroni anglo-olandoamericani che sottrae definitivamente il mondo arabo al colonialismo e si collega ad una prospettiva ancora più inquietante per il resto dell'Africa. Mattei riesce a creare il colosso energetico italiano ovviando al tallone di Achille del nostro sviluppo nazionale, ma lascia incompiuta la sua opera, perché l'emancipazione del cosiddetto
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Terzo Mondo dal neo-colonialismo viene interrotta con la violenza (si pensi anche, tra i tanti casi, a Lumumba in Congo) e perché i suoi successori consolideranno solo il lavoro già fatto senza aprire all'Italia la prospettiva di una necessaria diversificazione energetica. Senza tale prospettiva - che aveva nel nucleare la sua speranza più importante (dava fastidio all 'Europa che l'Italia fosse all' avanguardia in quel settore e agli Americani che si sottraesse alla petroliodipendenza) - il Paese non potrà superare la Francia ed avvicinarsi alla Germania un decennio dopo: con tassi di sviluppo del PIL, nella media, oltre il 3%, l'importazione degli idrocarburi peserà troppo sul saldo della bilancia commerciale.
Gli anni sessanta - dunque - iniziano sotto i migliori ed i peggiori auspici: nemici dei colonizzatori e amici di chi li osteggiava; portatori di un modello economico originario ma vincolati dalle importazioni di quei prodotti che non si volevano sostituire; costretti a guardare a sinistra - perché la destra e i potentati finanziari osteggiano la necessaria nazionalizzazione dell' energia elettrica, la tassa sui dividendi, quella sui profitti e le rendite immobiliari, la crescita dei consumi pubblici, la programmazione economica e le partecipazioni statali - ma, al contempo, impossibilitati a sfruttare tutta l'energia della sinistra, in massima parte schierata col blocco politico internazionale opposto a quello cosiddetto occidentale.
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2. GLI ANNI '60 E '70
In questo capitolo si cercheranno di capire le dinamiche sociali ed economiche che caratterizzano i 15 anni di maggior influenza dell 'Italia nello scacchiere internazionale, i quali termineranno con la vicenda di Aldo Moro e la crisi della sovranità politica del Paese.
La compressione del profitto ed un'elevata propensione agli investimenti (sia privati che pubblici) testimoniano di un clima di fiducia negli affari che consente di valorizzare i patrimoni, sostenere i redditi dei lavoratori e far crescere i livelli occupazionali.
Le piccole e medie imprese trovano occasione di sviluppo nella loro capacità di flessibilizzarsi per rispondere alla crescente variegazione delle esigenze dei consumatori; le leve monetarie, valutarie e creditizie sono utilizzate con molta disinvoltura - è ben vero - ma con straordinario successo nell 'interesse di un Paese che vuole veder aumentare il peso, la consistenza e l'autonomia politica della propria classe media.
2.1. E' in tale contesto che, favorita dall'enciclica Mater et Magistra e dalla necessità di praticare un disegno di politica economica che non escluda né la libertà di sviluppo delle piccole imprese, né gli aiuti alla grandi industrie private, né l'espansione dei poli pubblici, maturano le scelte di centro-sinistra.
DAL "DIVORZIO" TRA TESORO E BANCA D'ITALIA ALLA MESSA A REGIME DELLE PRIVATIZZAZIONI
A seguito della crisi della sovranità politica, forse allo scopo di impedire qualsiasi eventuale ripresa di essa, vengono elaborate linee di sterilizzazione della crescita
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economica italiana che richiedono il completo abbandono della sovranità monetaria, le restrizioni del bilancio pubblico, la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale.
Il mercato del lavoro e la sua riforma giocano il ruolo centrale rispetto al disegno di ridimensionamento non solo del ruolo pubblico nella produzione, ma anche della stessa penetrazione dei privati nell' economia europea: la presenza delle imprese italiane all'estero inizia un deciso declino con la sola eccezione delle cosiddette nicchie, viene abbandonato qualsiasi disegno strategico e così accade alle grandi reti infrastrutturali, alla ricerca, all'innovazione applicata.
Sono i venti anni circa che vedono un aumento insostenibile dei tassi di interesse che fanno restringere alle aziende gli orizzonti temporali dei loro investimenti proprio quando è matura l'esigenza di grandi riconversioni e ristrutturazioni industriali.
E' in questo contesto che esplode una delle più oscure vicende giudiziarie della Repubblica: i massimi vertici del Tesoro e della Banca d'Italia vengono arrestati e, sebbene vengano in seguito completamente scagionati da ogni accusa, niente sarà più come prima: si cercherà pertanto di indagare non solo sulle false accise a Baffi e Sarcinelli, ma anche al ruolo svolto, nelle intricate vicende che porteranno alla fine della sovranità monetaria del Paese, da chi ne erediterà le funzioni.
Tutto ciò appare concomitante all'escalation nel controllo degli investimenti privati da parte dei grandi gruppi finanziari che non credono più ad una redditività di lungo termine (compatibile con la crescita e la modernizzazione del Paese), ma di corto respiro, finalizzata solo a portare risorse verso le spiagge della speculazione internazionale.
Inizia un percorso di impoverimento dell 'Italia e dei suoi abitanti che non appare scorporabile da quello della rappresentanza politica, della centralità della Costituzione, dal prevalere del sistema di cooptazione della leadership: si studieranno le ragioni e gli effetti delle cosiddette riforme istituzionali tese a rendere più flessibile la Costituzione, consentire una gestione particolaristica dei partiti politici eludendo la doverosa possibilità di erigerli a soggetti dotati di personalità giuridica e, quindi, al
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riparo dal controllo di lobbies che non rispondono ai sostenitori e agli iscritti dei partiti stessi.
IL NUOVO MILLENNIO: DOPO LA FINE DELLA GLOBALIZZAZIONE, IL NULLA?
In quest'ultimo capitolo, dopo le considerazioni analitiche riguardanti la situazione del Paese e le conseguenze delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni (banche, assicurazioni, poste e telecomunicazioni, carburanti, autostrade ed altre infrastrutture), si passeranno in rassegna alcune ipotesi finalizzate a delineare
un' alternativa praticabile alla prospettiva di una sorta di feudalesimo ben poco auspicabile.
Di tale situazione appare parte integrante il sistema fiscale, incapace di coniugarsi con i principi della democrazia e, quindi, di liberarsi dei troppi aspetti persecutori nei confronti dei cittadini pur senza venire a capo delle problematiche legate all' economia sommersa, all'evasione fiscale, allo stesso fenomeno dell 'usura.
Come intervenire sul comportamento delle banche e del sistema assicurativo nei confronti delle piccole e medie imprese.
Come ipotizzare una più equa riforma previdenziale e tributaria che assicuri un minimo vitale per tutti e, contemporaneamente, maggiore disponibilità sociale di risorse provenienti dalla fiscalità generale.
Che tipo di rivisitazione della politica economica europea e dell'impianto di guida dell 'Unione che sappia gestire meglio sia la convergenza interna, sia la cooperazione con le vicine realtà mediterranee e continentali.
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