mercoledì 29 luglio 2009

E. La critica giudaica al sionismo: 2. «Sionismo è il contrario di giudaismo».

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A Montréal, quando vi fu un’enorme manifestazione a sostegno della proclamazione dello stato di Israele, trovarono modo di esprimersi alcuni ebrei haredi che brandivano i loro cartelli, di cui uno particolarmente significativo diceva: «Sionismo è il contrario di giudaismo». Orbene, poco vale qui obiettare che si trattava solo di “alcuni” ebrei dissidenti a fronte di una «enorme» manifestazione di sostegno, come riporta lo stesso Rabkin (op. cit., 9). Ciò che a noi qui interessa rilevare è la netta e crescente divaricazione fra un movimento nazionalistico, e razzista, da quella che è, – secondo “alcuni” haredi allora presenti ai margini della manifestazione – la vera tradizione dottrinale giudaica. Si vanno cioè sviluppando e divaricando nel tempo due cose diverse. Tuttavia, per quanto indebito, l’appello del sionismo all’ebraismo, cioè la pretesa del sionismo di essere l’ebraismo, tutto l’ebraismo, la sola voce dell’ebraismo, pone problemi delicati non sempre presenti e chiari sia ai critici del giudaismo che del sionismo. La distinzione è però necessaria. In altri termini, se gli ebrei haredi hanno ragione, come noi crediamo seguendo Rabkin, allora vuol dire che noi dovremmo abituarci a considerare il sionismo per quello che effettivamente è: l’ultima guerra coloniale di conquista, come Robert Fisk sottolinea e ripete spesso.

Noi comuni cittadini siamo stati più volte ingannati e continuiamo ad essere ingannati dai nostri politici e dalle Israel lobbies che hanno preso il sopravvento all’interno dei nostri stati. È come se, montati su un carro con armi e masserizie, i transfughi dalla Russia e dai paesi dell’Europa orientale si fossero lanciati alla conquista non dell’Ovest americano, popolato da indiani con licenza di poter sterminare, ma alla conquista dell’Oriente a noi vicino, dove la popolazione da sterminare è costituita da arabi, che ci si vuole presentare come barbari e incivili. Qui l’ebraismo vittimizzato dalla discriminazione e persecuzione nazista degli anni Trenta non c’entra proprio nulla ed i coloni russi non hanno nessun titolo per richiamarsi né al giudaismo dottrinale né all’ebraismo europeo vittima del nazismo. È una colossale truffa che Norman G. Finkelstein ha denunciato in modo inconfutabile. Purtroppo, la ragione e la verità non hanno di norma il sostegno della forza, degli eserciti, della politica che può avere altre convenienze.

E quale è stata finora la convenienza della politica? Dai libri di storia conosciamo la cosiddetta questione orientale, che era fondamentalmente il disegno politico di produrre e favorire la dissoluzione dell’impero ottomano non solo con mezzi militari, ma anche e soprattutto con mezzi ideologici. Edward Said con il suo capolavoro, Orientalismo, ci ha svelato come tutto l’approccio europeo alla studio dell’«Oriente» fosse inficiato da pregiudizi razzisti e coloniali. La strategia del “focolare ebraico” ben si inseriva e si inserisce in una politica di conquista, colonizzazione e dissoluzione della geopolitica mediorientale. Araldi fino ad oggi di questa politica sono stati gli USA, sollecitati non poco dalla Israel lobby individuata e di recente denunciata da Mearsheimer e Walt. Resta da vedere quanto questa politica sia lungimirante, auspicabile e utile, soprattutto a noi europei in quanto non satelliti rigidamente condizionati e dipendenti dal nostro invasore, conquistatore e liberatore del 1945.

Qui però entriamo nel campo della politica estera e della geopolitica e ci allontaniamo dal nostro proposito di analisi dottrinale e ideologica del giudaismo e del sionismo, che divergono e si contrappongono. Si possono spuntare le armi ideologiche del sionismo svelando i suoi effettivi rapporti con l’ebraismo, che cessa di essere una religione per diventare ciò che è ma ancora non appare come dovrebbe: un’avventura coloniale di conquista in un’epoca dove il colonialismo è stato messo formalmente al bando. Se così è, si sono assunti una ben grave responsabilità i nostri politici e governanti che ci stanno trascinando in guerra contro un miliardo e passa di musulmani. Se impropriamente è stata chiamata guerra mondiale la guerra civile che ha dilaniato l’Europa dal 1917 al 1945, ora si tratta per davvero di una guerra mondiale militare e ideologica condotta soprattutto dagli USA, istigati dal sionismo.

(segue)

martedì 28 luglio 2009

B. Memoriale dei villaggi palestinesi distrutti: 13. Umm al-Zinat, ora coperto dal parco di Ramat Menashe.

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I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale nominativo dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Ho consultato i grandi dizionari del De Mauro e del Battaglia per ricostruire il significato lessicale del termine ‘perfidia’ o del suo aggettivo ‘perfido’. Viene rilevato innanzitutto l’elemento della cattiveria e della malvagità congiunta ad intimo godimento, ma non è sottaciuto l’elemento dell’inganno, della frode, della disonestà intellettuale, che io invece sono portato a mettere in primo piano quando uso questi termini. Anche nella liturgia cattolica si usava fino a non molto tempo fa l’espressione “perfido ebreo”, che è poi stata tolta dopo l’assalto condotto dal B’naï B’rith alla chiesa cattolica, i cui vertici sono oggetto di un trattamento analogo a quello che l’AIPAC usa con successo verso quanti in America aspirano a candidarsi ad una qualsiasi pubblica ed a fare carriera politica.

Links:
1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.
3. Commemorazione di una catastrofe. – Il villaggio contava 1.500 abitanti, quando furono cacciati via dai soldati israeliani il 15 maggio 1948.


Rovine del cimitero di Umm al-Zinat

12. Burayka 13. → 14. Ghubayya al-Fawka

Umm al-Zinat

1. Un parco per nascondere sei crimini. – Ma perché ho iniziato con uno studio lessicale sul termine ‘perfidia’? Perché odo spesso la propaganda israeliana rinfacciare ad Ahmadinejad la sua intenzione di voler cancellare Israele dalla carta geografica, cosa che in realtà Ahmadinenjad non avrebbe mai detto, anche perché se l’accusa vuole evocare un olocausto nucleare, ne farebbero le spese proprio quei palestinesi di cui invece Ahmadinejad è indicato come protettore, palestinesi che quindi fungono da scudo umano a vantaggio degli ebrei russi che sono andati ad occupare la Palestina ed a cercarvi quel benessere economico e quella libido dominandi che non trovavano in Russia. Ma diamo subito un brano di Ilan Pappe che meglio illustra il senso della nostre riflessioni:
A sud di Biriyya si estende il parco di Ramat Menashe. Ricopre le rovine di Lajjun, Mansi, Kafrayn, Butaymat, Hubeiza, Daliyat al-Rawha, Sabbarin, Burayka, Sindiyana e Umm al-Zinat. Proprio al centro del parco ci sono i resti del villaggio distrutto di Daliyat al-Rawha, ora ricoperto dal kibbutz Ramat Menashe del movimento socialista Hashomer Ha-Tza’ir, e sono ancora visibili le rovine delle case fatte esplodere2 del villaggio di Kafrayn. Il sito web del JNF illustra la mescolanza di natura e habitat umano nella foresta quando ci dice che al suo interno ci sono “sei villaggi”. Il sito usa la parola ebraica kfar, molto atipica per ‘villaggio’, riferendosi ai kibbutz nel parco e non ai sei villaggi che giacciono sotto il parco - un espediente linguistico che serve a rafforzare il palinsesto metaforico qui in atto: la cancellazione della storia di un popolo allo scopo di scriverei sopra quella di un altro3.
Il sito del JNF dice che la bellezza e il fascino di questo luogo sono “impareggiabili”. Uno dei principali motivi sta nel paesaggio stesso, con i suoi bustans e le sue rovine del “passato”, ma dietro a tutto ciò c’è un progetto generale che fa di tutto per mantenere i contorni di uno scenario naturale. Qui, per di più, la natura ha quel “particolare fascino” a causa dei villaggi palestinesi distrutti che il parco ricopre. Il tour nel parco, virtuale o reale che sia, guida dolcemente il visitatore da un punto all’altro, e tutti hanno nomi arabi: sono i nomi dei villaggi distrutti, ma qui sono presentati come luoghi naturali o geografici che non tradiscono alcuna precedente presenza umana. La ragione per cui ci si sposta così facilmente da un punto all’altro viene attribuita dal JNF a una rete di strade che furono lastricate nel «periodo inglese». Ma perché gli inglesi si preoccuparono di lastricare le strade? Certo per collegare meglio (e quindi controllare) i villaggi esistenti, ma è molto difficile, se non impossibile, ricavare questo dato dal testo. Tuttavia quésto sistema di cancellazioni non può mai essere infallibile. Per esempio, il sito web del JNF offre indicazioni che non si trovano sui cartelli sparsi nei sentieri del parco. Tra le numerose rovine che punteggiano il luogo, la «sorgente del villaggio» (Ein ha-Kfar) è consigliata come «la zona più tranquilla». Spesso una fonte si trova al centro, vicino alla piazza, come qui a Kafrayn, le cui rovine ora non solo offrono «pace alla mente» ma servono anche al bestiame del vicino kibbutz Mishmar HaEmek come luogo di riposo lungo il percorso verso i grandi prati più in basso.
I. Pappe, op. cit., 275-276.
Note:
2. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, a cura di Walid Khalidi, p. 169.
3. In ebraico israeliano, kfar significa normalmente ‘villaggio palestinese’, cioè, non sono villaggi “ebraici” poiché l'ebraico usa invece yishuvim (‘insediamenti’), (kibbutzim, moshavim ecc.
Dunque, non vi è minimo dubbio che siano stati proprio gli israeliani, ovvero in gran parte gli ebrei russi sionistizzati, che hanno già fatto loro nel 1948 e anni successivi ciò che rimproverano ad Ahmadinjad di voler fare: cancellare qualcuno dalla carta geografica. Hanno raso al suolo oltre 400 villaggi palestinesi, in pratica mezza Palestina, e ne hanno obliterato il nome sulla geografica sostituendolo con nomi ebraici. Loro che insultano gli storici revisionisti come “assassini della memoria” hanno invece fatto di tutto non solo per cancellare la memoria di un popolo, ma con legge in Israele e nei paesi soggetti all’influenza delle Israel lobbies impongono per un verso la “memoria” che essi vogliono e prescrivono penalmente l’oblio della Nakba ovvero dei crimini dove essi stessi sono coinvolti. Questa è perfidia in grado eminente ed ha fatto molto male la chiesa cattolica a togliere dalla sua liturgia un’espressione che era il frutto di una saggezza secolare, anzi millenaria.

B. Censimento dei villaggi palestinesi distrutti: 12. Burayka, ora coperto dal parco di Ramat Menashe.

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I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale nominativo dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Ho consultato i grandi dizionari del De Mauro e del Battaglia per ricostruire il significato lessicale del termine ‘perfidia’ o del suo aggettivo ‘perfido’. Viene rilevato innanzitutto l’elemento della cattiveria e della malvagità congiunta ad intimo godimento, ma non è sottaciuto l’elemento dell’inganno, della frode, della disonestà intellettuale, che io invece sono portato a mettere in primo piano quando uso questi termini. Vi è certamente perfidia nell’accusare gli altri, criminalizzandoli, di fare ciò che io realtà noi stessi abbiamo fatto e continuiamo a fare.

Links:
1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.



11. Daliyat al-Rawha12. 13. Umm al-Zinat

Burayka

1. Un parco per nascondere sei crimini. – Ma perché ho iniziato con uno studio lessicale sul termine ‘perfidia’? Perché odo spesso la propaganda israeliana rinfacciare ad Ahmadinejad la sua intenzione di voler cancellare Israele dalla carta geografica, cosa che in realtà Ahmadinenjad non avrebbe mai detto, anche perché se l’accusa vuole evocare un olocausto nucleare, ne farebbero le spese proprio quei palestinesi di cui invece Ahmadinejad è indicato come protettore, palestinesi che quindi fungono da scudo umano a vantaggio degli ebrei russi che sono andati ad occupare la Palestina ed a cercarvi quel benessere economico e quella libido dominandi che non trovavano in Russia. Ma diamo subito un brano di Ilan Pappe che meglio illustra il senso della nostre riflessioni:
A sud di Biriyya si estende il parco di Ramat Menashe. Ricopre le rovine di Lajjun, Mansi, Kafrayn, Butaymat, Hubeiza, Daliyat al-Rawha, Sabbarin, Burayka, Sindiyana e Umm al-Zinat. Proprio al centro del parco ci sono i resti del villaggio distrutto di Daliyat al-Rawha, ora ricoperto dal kibbutz Ramat Menashe del movimento socialista Hashomer Ha-Tza’ir, e sono ancora visibili le rovine delle case fatte esplodere2 del villaggio di Kafrayn. Il sito web del JNF illustra la mescolanza di natura e habitat umano nella foresta quando ci dice che al suo interno ci sono “sei villaggi”. Il sito usa la parola ebraica kfar, molto atipica per ‘villaggio’, riferendosi ai kibbutz nel parco e non ai sei villaggi che giacciono sotto il parco - un espediente linguistico che serve a rafforzare il palinsesto metaforico qui in atto: la cancellazione della storia di un popolo allo scopo di scriverei sopra quella di un altro3.
Il sito del JNF dice che la bellezza e il fascino di questo luogo sono “impareggiabili”. Uno dei principali motivi sta nel paesaggio stesso, con i suoi bustans e le sue rovine del “passato”, ma dietro a tutto ciò c’è un progetto generale che fa di tutto per mantenere i contorni di uno scenario naturale. Qui, per di più, la natura ha quel “particolare fascino” a causa dei villaggi palestinesi distrutti che il parco ricopre. Il tour nel parco, virtuale o reale che sia, guida dolcemente il visitatore da un punto all’altro, e tutti hanno nomi arabi: sono i nomi dei villaggi distrutti, ma qui sono presentati come luoghi naturali o geografici che non tradiscono alcuna precedente presenza umana. La ragione per cui ci si sposta così facilmente da un punto all’altro viene attribuita dal JNF a una rete di strade che furono lastricate nel «periodo inglese». Ma perché gli inglesi si preoccuparono di lastricare le strade? Certo per collegare meglio (e quindi controllare) i villaggi esistenti, ma è molto difficile, se non impossibile, ricavare questo dato dal testo. Tuttavia quésto sistema di cancellazioni non può mai essere infallibile. Per esempio, il sito web del JNF offre indicazioni che non si trovano sui cartelli sparsi nei sentieri del parco. Tra le numerose rovine che punteggiano il luogo, la «sorgente del villaggio» (Ein ha-Kfar) è consigliata come «la zona più tranquilla». Spesso una fonte si trova al centro, vicino alla piazza, come qui a Kafrayn, le cui rovine ora non solo offrono «pace alla mente» ma servono anche al bestiame del vicino kibbutz Mishmar HaEmek come luogo di riposo lungo il percorso verso i grandi prati più in basso.
I. Pappe, op. cit., 275-276.
Note:
2. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, a cura di Walid Khalidi, p. 169.
3. In ebraico israeliano, kfar significa normalmente ‘villaggio palestinese’, cioè, non sono villaggi “ebraici” poiché l'ebraico usa invece yishuvim (‘insediamenti’), (kibbutzim, moshavim ecc.
Dunque, non vi è minimo dubbio che siano stati proprio gli israeliani, ovvero in gran parte gli ebrei russi sionistizzati, che hanno già fatto loro nel 1948 e anni successivi ciò che rimproverano ad Ahmadinjad di voler fare: cancellare qualcuno dalla carta geografica. Hanno raso al suolo oltre 400 villaggi palestinesi, in pratica mezza Palestina, e ne hanno obliterato il nome sulla geografica sostituendolo con nomi ebraici. Loro che insultano gli storici revisionisti come “assassini della memoria” hanno invece fatto di tutto non solo per cancellare la memoria di un popolo, ma con legge in Israele e nei paesi soggetti all’influenza delle Israel lobbies impongono per un verso la “memoria” che essi vogliono e prescrivono penalmente l’oblio della Nakba ovvero dei crimini dove essi stessi sono coinvolti. Questa è perfidia in grado eminente ed ha fatto molto male la chiesa cattolica a togliere dalla sua liturgia un’espressione che era il frutto di una saggezza secolare, anzi millenaria.

2. I dati che si ricavano dal libro di Khalid. – Ho qui con me una ristampa del 2006, da dove legge da pag. 156 in poi che al-Butaymat, sita nel distretto di Haifa, si trovava ad una distanza di 31 km da Haifa.

B. Censimento dei villaggi palestinesi distrutti: 11. Daliyat al-Rawha, ora coperto dal parco di Ramat Menashe.

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I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale nominativo dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Ho consultato i grandi dizionari del De Mauro e del Battaglia per ricostruire il significato lessicale del termine ‘perfidia’ o del suo aggettivo ‘perfido’. Viene rilevato innanzitutto l’elemento della cattiveria e della malvagità congiunta ad intimo godimento, ma non è sottaciuto l’elemento dell’inganno, della frode, della disonestà intellettuale, che io invece sono portato a mettere in primo piano quando uso questi termini. Anche nella liturgia cattolica si usava fino a non molto tempo fa l’espressione “perfido ebreo”, che è poi stata tolta dopo l’assalto condotto dal B’naï B’rith alla chiesa cattolica, i cui vertici sono oggetto di un trattamento analogo a quello che l’AIPAC usa con successo verso quanti in America aspirano a candidarsi ad una qualsiasi pubblica ed a fare carriera politica.

Links:
1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.



10. Hubeiza 11. 12. Burayka

Daliyat al-Rawha

1. Un parco per nascondere sei crimini. – Ma perché ho iniziato con uno studio lessicale sul termine ‘perfidia’? Perché odo spesso la propaganda israeliana rinfacciare ad Ahmadinejad la sua intenzione di voler cancellare Israele dalla carta geografica, cosa che in realtà Ahmadinenjad non avrebbe mai detto, anche perché se l’accusa vuole evocare un olocausto nucleare, ne farebbero le spese proprio quei palestinesi di cui invece Ahmadinejad è indicato come protettore, palestinesi che quindi fungono da scudo umano a vantaggio degli ebrei russi che sono andati ad occupare la Palestina ed a cercarvi quel benessere economico e quella libido dominandi che non trovavano in Russia. Ma diamo subito un brano di Ilan Pappe che meglio illustra il senso della nostre riflessioni:
A sud di Biriyya si estende il parco di Ramat Menashe. Ricopre le rovine di Lajjun, Mansi, Kafrayn, Butaymat, Hubeiza, Daliyat al-Rawha, Sabbarin, Burayka, Sindiyana e Umm al-Zinat. Proprio al centro del parco ci sono i resti del villaggio distrutto di Daliyat al-Rawha, ora ricoperto dal kibbutz Ramat Menashe del movimento socialista Hashomer Ha-Tza’ir, e sono ancora visibili le rovine delle case fatte esplodere2 del villaggio di Kafrayn. Il sito web del JNF illustra la mescolanza di natura e habitat umano nella foresta quando ci dice che al suo interno ci sono “sei villaggi”. Il sito usa la parola ebraica kfar, molto atipica per ‘villaggio’, riferendosi ai kibbutz nel parco e non ai sei villaggi che giacciono sotto il parco - un espediente linguistico che serve a rafforzare il palinsesto metaforico qui in atto: la cancellazione della storia di un popolo allo scopo di scriverei sopra quella di un altro3.
Il sito del JNF dice che la bellezza e il fascino di questo luogo sono “impareggiabili”. Uno dei principali motivi sta nel paesaggio stesso, con i suoi bustans e le sue rovine del “passato”, ma dietro a tutto ciò c’è un progetto generale che fa di tutto per mantenere i contorni di uno scenario naturale. Qui, per di più, la natura ha quel “particolare fascino” a causa dei villaggi palestinesi distrutti che il parco ricopre. Il tour nel parco, virtuale o reale che sia, guida dolcemente il visitatore da un punto all’altro, e tutti hanno nomi arabi: sono i nomi dei villaggi distrutti, ma qui sono presentati come luoghi naturali o geografici che non tradiscono alcuna precedente presenza umana. La ragione per cui ci si sposta così facilmente da un punto all’altro viene attribuita dal JNF a una rete di strade che furono lastricate nel «periodo inglese». Ma perché gli inglesi si preoccuparono di lastricare le strade? Certo per collegare meglio (e quindi controllare) i villaggi esistenti, ma è molto difficile, se non impossibile, ricavare questo dato dal testo. Tuttavia quésto sistema di cancellazioni non può mai essere infallibile. Per esempio, il sito web del JNF offre indicazioni che non si trovano sui cartelli sparsi nei sentieri del parco. Tra le numerose rovine che punteggiano il luogo, la «sorgente del villaggio» (Ein ha-Kfar) è consigliata come «la zona più tranquilla». Spesso una fonte si trova al centro, vicino alla piazza, come qui a Kafrayn, le cui rovine ora non solo offrono «pace alla mente» ma servono anche al bestiame del vicino kibbutz Mishmar HaEmek come luogo di riposo lungo il percorso verso i grandi prati più in basso.
I. Pappe, op. cit., 275-276.
Note:
2. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, a cura di Walid Khalidi, p. 169.
3. In ebraico israeliano, kfar significa normalmente ‘villaggio palestinese’, cioè, non sono villaggi “ebraici” poiché l'ebraico usa invece yishuvim (‘insediamenti’), (kibbutzim, moshavim ecc.
Dunque, non vi è minimo dubbio che siano stati proprio gli israeliani, ovvero in gran parte gli ebrei russi sionistizzati, che hanno già fatto loro nel 1948 e anni successivi ciò che rimproverano ad Ahmadinjad di voler fare: cancellare qualcuno dalla carta geografica. Hanno raso al suolo oltre 400 villaggi palestinesi, in pratica mezza Palestina, e ne hanno obliterato il nome sulla geografica sostituendolo con nomi ebraici. Loro che insultano gli storici revisionisti come “assassini della memoria” hanno invece fatto di tutto non solo per cancellare la memoria di un popolo, ma con legge in Israele e nei paesi soggetti all’influenza delle Israel lobbies impongono per un verso la “memoria” che essi vogliono e prescrivono penalmente l’oblio della Nakba ovvero dei crimini dove essi stessi sono coinvolti. Questa è perfidia in grado eminente ed ha fatto molto male la chiesa cattolica a togliere dalla sua liturgia un’espressione che era il frutto di una saggezza secolare, anzi millenaria.

B. Censimento dei villaggi palestinesi distrutti: 10. Hubeiza, ora coperto dal parco di Ramat Menashe.

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I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale nominativo dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Ho consultato i grandi dizionari del De Mauro e del Battaglia per ricostruire il significato lessicale del termine ‘perfidia’ o del suo aggettivo ‘perfido’. Viene rilevato innanzitutto l’elemento della cattiveria e della malvagità congiunta ad intimo godimento, ma non è sottaciuto l’elemento dell’inganno, della frode, della disonestà intellettuale, che io invece sono portato a mettere in primo piano quando uso questi termini. Anche nella liturgia cattolica si usava fino a non molto tempo fa l’espressione “perfido ebreo”, che è poi stata tolta dopo l’assalto condotto dal B’naï B’rith alla chiesa cattolica, i cui vertici sono oggetto di un trattamento analogo a quello che l’AIPAC usa con successo verso quanti in America aspirano a candidarsi ad una qualsiasi pubblica ed a fare carriera politica.

Links:
1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.

9. Butaymat 10. 11. Daliyat al-Rawha

Hubeiza

1. Un parco per nascondere sei crimini. – Ma perché ho iniziato con uno studio lessicale sul termine ‘perfidia’? Perché odo spesso la propaganda israeliana rinfacciare ad Ahmadinejad la sua intenzione di voler cancellare Israele dalla carta geografica, cosa che in realtà Ahmadinenjad non avrebbe mai detto, anche perché se l’accusa vuole evocare un olocausto nucleare, ne farebbero le spese proprio quei palestinesi di cui invece Ahmadinejad è indicato come protettore, palestinesi che quindi fungono da scudo umano a vantaggio degli ebrei russi che sono andati ad occupare la Palestina ed a cercarvi quel benessere economico e quella libido dominandi che non trovavano in Russia. Ma diamo subito un brano di Ilan Pappe che meglio illustra il senso della nostre riflessioni:
A sud di Biriyya si estende il parco di Ramat Menashe. Ricopre le rovine di Lajjun, Mansi, Kafrayn, Butaymat, Hubeiza, Daliyat al-Rawha, Sabbarin, Burayka, Sindiyana e Umm al-Zinat. Proprio al centro del parco ci sono i resti del villaggio distrutto di Daliyat al-Rawha, ora ricoperto dal kibbutz Ramat Menashe del movimento socialista Hashomer Ha-Tza’ir, e sono ancora visibili le rovine delle case fatte esplodere2 del villaggio di Kafrayn. Il sito web del JNF illustra la mescolanza di natura e habitat umano nella foresta quando ci dice che al suo interno ci sono “sei villaggi”. Il sito usa la parola ebraica kfar, molto atipica per ‘villaggio’, riferendosi ai kibbutz nel parco e non ai sei villaggi che giacciono sotto il parco - un espediente linguistico che serve a rafforzare il palinsesto metaforico qui in atto: la cancellazione della storia di un popolo allo scopo di scriverei sopra quella di un altro3.
Il sito del JNF dice che la bellezza e il fascino di questo luogo sono “impareggiabili”. Uno dei principali motivi sta nel paesaggio stesso, con i suoi bustans e le sue rovine del “passato”, ma dietro a tutto ciò c’è un progetto generale che fa di tutto per mantenere i contorni di uno scenario naturale. Qui, per di più, la natura ha quel “particolare fascino” a causa dei villaggi palestinesi distrutti che il parco ricopre. Il tour nel parco, virtuale o reale che sia, guida dolcemente il visitatore da un punto all’altro, e tutti hanno nomi arabi: sono i nomi dei villaggi distrutti, ma qui sono presentati come luoghi naturali o geografici che non tradiscono alcuna precedente presenza umana. La ragione per cui ci si sposta così facilmente da un punto all’altro viene attribuita dal JNF a una rete di strade che furono lastricate nel «periodo inglese». Ma perché gli inglesi si preoccuparono di lastricare le strade? Certo per collegare meglio (e quindi controllare) i villaggi esistenti, ma è molto difficile, se non impossibile, ricavare questo dato dal testo. Tuttavia quésto sistema di cancellazioni non può mai essere infallibile. Per esempio, il sito web del JNF offre indicazioni che non si trovano sui cartelli sparsi nei sentieri del parco. Tra le numerose rovine che punteggiano il luogo, la «sorgente del villaggio» (Ein ha-Kfar) è consigliata come «la zona più tranquilla». Spesso una fonte si trova al centro, vicino alla piazza, come qui a Kafrayn, le cui rovine ora non solo offrono «pace alla mente» ma servono anche al bestiame del vicino kibbutz Mishmar HaEmek come luogo di riposo lungo il percorso verso i grandi prati più in basso.
I. Pappe, op. cit., 275-276.
Note:
2. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, a cura di Walid Khalidi, p. 169.
3. In ebraico israeliano, kfar significa normalmente ‘villaggio palestinese’, cioè, non sono villaggi “ebraici” poiché l'ebraico usa invece yishuvim (‘insediamenti’), (kibbutzim, moshavim ecc.
Dunque, non vi è minimo dubbio che siano stati proprio gli israeliani, ovvero in gran parte gli ebrei russi sionistizzati, che hanno già fatto loro nel 1948 e anni successivi ciò che rimproverano ad Ahmadinjad di voler fare: cancellare qualcuno dalla carta geografica. Hanno raso al suolo oltre 400 villaggi palestinesi, in pratica mezza Palestina, e ne hanno obliterato il nome sulla geografica sostituendolo con nomi ebraici. Loro che insultano gli storici revisionisti come “assassini della memoria” hanno invece fatto di tutto non solo per cancellare la memoria di un popolo, ma con legge in Israele e nei paesi soggetti all’influenza delle Israel lobbies impongono per un verso la “memoria” che essi vogliono e prescrivono penalmente l’oblio della Nakba ovvero dei crimini dove essi stessi sono coinvolti. Questa è perfidia in grado eminente ed ha fatto molto male la chiesa cattolica a togliere dalla sua liturgia un’espressione che era il frutto di una saggezza secolare, anzi millenaria.

B. Censimento dei villaggi palestinesi distrutti: 9. Butaymat, ora coperto dal parco di Ramat Menashe.

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Precedente/Seguente
I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale nominativo dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Ho consultato i grandi dizionari del De Mauro e del Battaglia per ricostruire il significato lessicale del termine ‘perfidia’ o del suo aggettivo ‘perfido’. Viene rilevato innanzitutto l’elemento della cattiveria e della malvagità congiunta ad intimo godimento, ma non è sottaciuto l’elemento dell’inganno, della frode, della disonestà intellettuale, che io invece sono portato a mettere in primo piano quando uso questi termini. Anche nella liturgia cattolica si usava fino a non molto tempo fa l’espressione “perfido ebreo”, che è poi stata tolta dopo l’assalto condotto dal B’naï B’rith alla chiesa cattolica, i cui vertici sono oggetto di un trattamento analogo a quello che l’AIPAC usa con successo verso quanti in America aspirano a candidarsi ad una qualsiasi pubblica ed a fare carriera politica.

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1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.

8. Kafrayn9. → 10. Hubeiza

Butaymat

1. Un parco per nascondere sei crimini. – Ma perché ho iniziato con uno studio lessicale sul termine ‘perfidia’? Perché odo spesso la propaganda israeliana rinfacciare ad Ahmadinejad la sua intenzione di voler cancellare Israele dalla carta geografica, cosa che in realtà Ahmadinenjad non avrebbe mai detto, anche perché se l’accusa vuole evocare un olocausto nucleare, ne farebbero le spese proprio quei palestinesi di cui invece Ahmadinejad è indicato come protettore, palestinesi che quindi fungono da scudo umano a vantaggio degli ebrei russi che sono andati ad occupare la Palestina ed a cercarvi quel benessere economico e quella libido dominandi che non trovavano in Russia. Ma diamo subito un brano di Ilan Pappe che meglio illustra il senso della nostre riflessioni:
A sud di Biriyya si estende il parco di Ramat Menashe. Ricopre le rovine di Lajjun, Mansi, Kafrayn, Butaymat, Hubeiza, Daliyat al-Rawha, Sabbarin, Burayka, Sindiyana e Umm al-Zinat. Proprio al centro del parco ci sono i resti del villaggio distrutto di Daliyat al-Rawha, ora ricoperto dal kibbutz Ramat Menashe del movimento socialista Hashomer Ha-Tza’ir, e sono ancora visibili le rovine delle case fatte esplodere2 del villaggio di Kafrayn. Il sito web del JNF illustra la mescolanza di natura e habitat umano nella foresta quando ci dice che al suo interno ci sono “sei villaggi”. Il sito usa la parola ebraica kfar, molto atipica per ‘villaggio’, riferendosi ai kibbutz nel parco e non ai sei villaggi che giacciono sotto il parco - un espediente linguistico che serve a rafforzare il palinsesto metaforico qui in atto: la cancellazione della storia di un popolo allo scopo di scriverei sopra quella di un altro3.
Il sito del JNF dice che la bellezza e il fascino di questo luogo sono “impareggiabili”. Uno dei principali motivi sta nel paesaggio stesso, con i suoi bustans e le sue rovine del “passato”, ma dietro a tutto ciò c’è un progetto generale che fa di tutto per mantenere i contorni di uno scenario naturale. Qui, per di più, la natura ha quel “particolare fascino” a causa dei villaggi palestinesi distrutti che il parco ricopre. Il tour nel parco, virtuale o reale che sia, guida dolcemente il visitatore da un punto all’altro, e tutti hanno nomi arabi: sono i nomi dei villaggi distrutti, ma qui sono presentati come luoghi naturali o geografici che non tradiscono alcuna precedente presenza umana. La ragione per cui ci si sposta così facilmente da un punto all’altro viene attribuita dal JNF a una rete di strade che furono lastricate nel «periodo inglese». Ma perché gli inglesi si preoccuparono di lastricare le strade? Certo per collegare meglio (e quindi controllare) i villaggi esistenti, ma è molto difficile, se non impossibile, ricavare questo dato dal testo. Tuttavia quésto sistema di cancellazioni non può mai essere infallibile. Per esempio, il sito web del JNF offre indicazioni che non si trovano sui cartelli sparsi nei sentieri del parco. Tra le numerose rovine che punteggiano il luogo, la «sorgente del villaggio» (Ein ha-Kfar) è consigliata come «la zona più tranquilla». Spesso una fonte si trova al centro, vicino alla piazza, come qui a Kafrayn, le cui rovine ora non solo offrono «pace alla mente» ma servono anche al bestiame del vicino kibbutz Mishmar HaEmek come luogo di riposo lungo il percorso verso i grandi prati più in basso.
I. Pappe, op. cit., 275-276.
Note:
2. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, a cura di Walid Khalidi, p. 169.
3. In ebraico israeliano, kfar significa normalmente ‘villaggio palestinese’, cioè, non sono villaggi “ebraici” poiché l'ebraico usa invece yishuvim (‘insediamenti’), (kibbutzim, moshavim ecc.
Dunque, non vi è minimo dubbio che siano stati proprio gli israeliani, ovvero in gran parte gli ebrei russi sionistizzati, che hanno già fatto loro nel 1948 e anni successivi ciò che rimproverano ad Ahmadinjad di voler fare: cancellare qualcuno dalla carta geografica. Hanno raso al suolo oltre 400 villaggi palestinesi, in pratica mezza Palestina, e ne hanno obliterato il nome sulla geografica sostituendolo con nomi ebraici. Loro che insultano gli storici revisionisti come “assassini della memoria” hanno invece fatto di tutto non solo per cancellare la memoria di un popolo, ma con legge in Israele e nei paesi soggetti all’influenza delle Israel lobbies impongono per un verso la “memoria” che essi vogliono e prescrivono penalmente l’oblio della Nakba ovvero dei crimini dove essi stessi sono coinvolti. Questa è perfidia in grado eminente ed ha fatto molto male la chiesa cattolica a togliere dalla sua liturgia un’espressione che era il frutto di una saggezza secolare, anzi millenaria.

B. Censimento dei villaggi palestinesi distrutti: 8. Kafrayn, ora coperto dal parco di Ramat Menashe.

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I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale nominativo dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Ho consultato i grandi dizionari del De Mauro e del Battaglia per ricostruire il significato lessicale del termine ‘perfidia’ o del suo aggettivo ‘perfido’. Viene rilevato innanzitutto l’elemento della cattiveria e della malvagità congiunta ad intimo godimento, ma non è sottaciuto l’elemento dell’inganno, della frode, della disonestà intellettuale, che io invece sono portato a mettere in primo piano quando uso questi termini. Anche nella liturgia cattolica si usava fino a non molto tempo fa l’espressione “perfido ebreo”, che è poi stata tolta dopo l’assalto condotto dal B’naï B’rith alla chiesa cattolica, i cui vertici sono oggetto di un trattamento analogo a quello che l’AIPAC usa con successo verso quanti in America aspirano a candidarsi ad una qualsiasi pubblica ed a fare carriera politica.

Links:
1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.

7. Mansi8. → 9. Butaymat

Kafrayn

1. Un parco per nascondere sei crimini. – Ma perché ho iniziato con uno studio lessicale sul termine ‘perfidia’? Perché odo spesso la propaganda israeliana rinfacciare ad Ahmadinejad la sua intenzione di voler cancellare Israele dalla carta geografica, cosa che in realtà Ahmadinenjad non avrebbe mai detto, anche perché se l’accusa vuole evocare un olocausto nucleare, ne farebbero le spese proprio quei palestinesi di cui invece Ahmadinejad è indicato come protettore, palestinesi che quindi fungono da scudo umano a vantaggio degli ebrei russi che sono andati ad occupare la Palestina ed a cercarvi quel benessere economico e quella libido dominandi che non trovavano in Russia. Ma diamo subito un brano di Ilan Pappe che meglio illustra il senso della nostre riflessioni:
A sud di Biriyya si estende il parco di Ramat Menashe. Ricopre le rovine di Lajjun, Mansi, Kafrayn, Butaymat, Hubeiza, Daliyat al-Rawha, Sabbarin, Burayka, Sindiyana e Umm al-Zinat. Proprio al centro del parco ci sono i resti del villaggio distrutto di Daliyat al-Rawha, ora ricoperto dal kibbutz Ramat Menashe del movimento socialista Hashomer Ha-Tza’ir, e sono ancora visibili le rovine delle case fatte esplodere2 del villaggio di Kafrayn. Il sito web del JNF illustra la mescolanza di natura e habitat umano nella foresta quando ci dice che al suo interno ci sono “sei villaggi”. Il sito usa la parola ebraica kfar, molto atipica per ‘villaggio’, riferendosi ai kibbutz nel parco e non ai sei villaggi che giacciono sotto il parco - un espediente linguistico che serve a rafforzare il palinsesto metaforico qui in atto: la cancellazione della storia di un popolo allo scopo di scriverei sopra quella di un altro3.
Il sito del JNF dice che la bellezza e il fascino di questo luogo sono “impareggiabili”. Uno dei principali motivi sta nel paesaggio stesso, con i suoi bustans e le sue rovine del “passato”, ma dietro a tutto ciò c’è un progetto generale che fa di tutto per mantenere i contorni di uno scenario naturale. Qui, per di più, la natura ha quel “particolare fascino” a causa dei villaggi palestinesi distrutti che il parco ricopre. Il tour nel parco, virtuale o reale che sia, guida dolcemente il visitatore da un punto all’altro, e tutti hanno nomi arabi: sono i nomi dei villaggi distrutti, ma qui sono presentati come luoghi naturali o geografici che non tradiscono alcuna precedente presenza umana. La ragione per cui ci si sposta così facilmente da un punto all’altro viene attribuita dal JNF a una rete di strade che furono lastricate nel «periodo inglese». Ma perché gli inglesi si preoccuparono di lastricare le strade? Certo per collegare meglio (e quindi controllare) i villaggi esistenti, ma è molto difficile, se non impossibile, ricavare questo dato dal testo. Tuttavia quésto sistema di cancellazioni non può mai essere infallibile. Per esempio, il sito web del JNF offre indicazioni che non si trovano sui cartelli sparsi nei sentieri del parco. Tra le numerose rovine che punteggiano il luogo, la «sorgente del villaggio» (Ein ha-Kfar) è consigliata come «la zona più tranquilla». Spesso una fonte si trova al centro, vicino alla piazza, come qui a Kafrayn, le cui rovine ora non solo offrono «pace alla mente» ma servono anche al bestiame del vicino kibbutz Mishmar HaEmek come luogo di riposo lungo il percorso verso i grandi prati più in basso.
I. Pappe, op. cit., 275-276.
Note:
2. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, a cura di Walid Khalidi, p. 169.
3. In ebraico israeliano, kfar significa normalmente ‘villaggio palestinese’, cioè, non sono villaggi “ebraici” poiché l'ebraico usa invece yishuvim (‘insediamenti’), (kibbutzim, moshavim ecc.
Dunque, non vi è minimo dubbio che siano stati proprio gli israeliani, ovvero in gran parte gli ebrei russi sionistizzati, che hanno già fatto loro nel 1948 e anni successivi ciò che rimproverano ad Ahmadinjad di voler fare: cancellare qualcuno dalla carta geografica. Hanno raso al suolo oltre 400 villaggi palestinesi, in pratica mezza Palestina, e ne hanno obliterato il nome sulla geografica sostituendolo con nomi ebraici. Loro che insultano gli storici revisionisti come “assassini della memoria” hanno invece fatto di tutto non solo per cancellare la memoria di un popolo, ma con legge in Israele e nei paesi soggetti all’influenza delle Israel lobbies impongono per un verso la “memoria” che essi vogliono e prescrivono penalmente l’oblio della Nakba ovvero dei crimini dove essi stessi sono coinvolti. Questa è perfidia in grado eminente ed ha fatto molto male la chiesa cattolica a togliere dalla sua liturgia un’espressione che era il frutto di una saggezza secolare, anzi millenaria.

B. Censimento dei villaggi palestinesi distrutti: 7. Mansi, ora coperto dal parco di Ramat Menashe.

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I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale nominativo dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Ho consultato i grandi dizionari del De Mauro e del Battaglia per ricostruire il significato lessicale del termine ‘perfidia’ o del suo aggettivo ‘perfido’. Viene rilevato innanzitutto l’elemento della cattiveria e della malvagità congiunta ad intimo godimento, ma non è sottaciuto l’elemento dell’inganno, della frode, della disonestà intellettuale, che io invece sono portato a mettere in primo piano quando uso questi termini. Anche nella liturgia cattolica si usava fino a non molto tempo fa l’espressione “perfido ebreo”, che è poi stata tolta dopo l’assalto condotto dal B’naï B’rith alla chiesa cattolica, i cui vertici sono oggetto di un trattamento analogo a quello che l’AIPAC usa con successo verso quanti in America aspirano a candidarsi ad una qualsiasi pubblica ed a fare carriera politica.

Links:
1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.

6. Lajjun 7. 8. Kafrayn

Mansi

1. Un parco per nascondere sei crimini. – Ma perché ho iniziato con uno studio lessicale sul termine ‘perfidia’? Perché odo spesso la propaganda israeliana rinfacciare ad Ahmadinejad la sua intenzione di voler cancellare Israele dalla carta geografica, cosa che in realtà Ahmadinenjad non avrebbe mai detto, anche perché se l’accusa vuole evocare un olocausto nucleare, ne farebbero le spese proprio quei palestinesi di cui invece Ahmadinejad è indicato come protettore, palestinesi che quindi fungono da scudo umano a vantaggio degli ebrei russi che sono andati ad occupare la Palestina ed a cercarvi quel benessere economico e quella libido dominandi che non trovavano in Russia. Ma diamo subito un brano di Ilan Pappe che meglio illustra il senso della nostre riflessioni:
A sud di Biriyya si estende il parco di Ramat Menashe. Ricopre le rovine di Lajjun, Mansi, Kafrayn, Butaymat, Hubeiza, Daliyat al-Rawha, Sabbarin, Burayka, Sindiyana e Umm al-Zinat. Proprio al centro del parco ci sono i resti del villaggio distrutto di Daliyat al-Rawha, ora ricoperto dal kibbutz Ramat Menashe del movimento socialista Hashomer Ha-Tza’ir, e sono ancora visibili le rovine delle case fatte esplodere2 del villaggio di Kafrayn. Il sito web del JNF illustra la mescolanza di natura e habitat umano nella foresta quando ci dice che al suo interno ci sono “sei villaggi”. Il sito usa la parola ebraica kfar, molto atipica per ‘villaggio’, riferendosi ai kibbutz nel parco e non ai sei villaggi che giacciono sotto il parco - un espediente linguistico che serve a rafforzare il palinsesto metaforico qui in atto: la cancellazione della storia di un popolo allo scopo di scriverei sopra quella di un altro3.
Il sito del JNF dice che la bellezza e il fascino di questo luogo sono “impareggiabili”. Uno dei principali motivi sta nel paesaggio stesso, con i suoi bustans e le sue rovine del “passato”, ma dietro a tutto ciò c’è un progetto generale che fa di tutto per mantenere i contorni di uno scenario naturale. Qui, per di più, la natura ha quel “particolare fascino” a causa dei villaggi palestinesi distrutti che il parco ricopre. Il tour nel parco, virtuale o reale che sia, guida dolcemente il visitatore da un punto all’altro, e tutti hanno nomi arabi: sono i nomi dei villaggi distrutti, ma qui sono presentati come luoghi naturali o geografici che non tradiscono alcuna precedente presenza umana. La ragione per cui ci si sposta così facilmente da un punto all’altro viene attribuita dal JNF a una rete di strade che furono lastricate nel «periodo inglese». Ma perché gli inglesi si preoccuparono di lastricare le strade? Certo per collegare meglio (e quindi controllare) i villaggi esistenti, ma è molto difficile, se non impossibile, ricavare questo dato dal testo. Tuttavia quésto sistema di cancellazioni non può mai essere infallibile. Per esempio, il sito web del JNF offre indicazioni che non si trovano sui cartelli sparsi nei sentieri del parco. Tra le numerose rovine che punteggiano il luogo, la «sorgente del villaggio» (Ein ha-Kfar) è consigliata come «la zona più tranquilla». Spesso una fonte si trova al centro, vicino alla piazza, come qui a Kafrayn, le cui rovine ora non solo offrono «pace alla mente» ma servono anche al bestiame del vicino kibbutz Mishmar HaEmek come luogo di riposo lungo il percorso verso i grandi prati più in basso.
I. Pappe, op. cit., 275-276.
Note:
2. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, a cura di Walid Khalidi, p. 169.
3. In ebraico israeliano, kfar significa normalmente ‘villaggio palestinese’, cioè, non sono villaggi “ebraici” poiché l'ebraico usa invece yishuvim (‘insediamenti’), (kibbutzim, moshavim ecc.
Dunque, non vi è minimo dubbio che siano stati proprio gli israeliani, ovvero in gran parte gli ebrei russi sionistizzati, che hanno già fatto loro nel 1948 e anni successivi ciò che rimproverano ad Ahmadinjad di voler fare: cancellare qualcuno dalla carta geografica. Hanno raso al suolo oltre 400 villaggi palestinesi, in pratica mezza Palestina, e ne hanno obliterato il nome sulla geografica sostituendolo con nomi ebraici. Loro che insultano gli storici revisionisti come “assassini della memoria” hanno invece fatto di tutto non solo per cancellare la memoria di un popolo, ma con legge in Israele e nei paesi soggetti all’influenza delle Israel lobbies impongono per un verso la “memoria” che essi vogliono e prescrivono penalmente l’oblio della Nakba ovvero dei crimini dove essi stessi sono coinvolti. Questa è perfidia in grado eminente ed ha fatto molto male la chiesa cattolica a togliere dalla sua liturgia un’espressione che era il frutto di una saggezza secolare, anzi millenaria.

B. Censimento dei villaggi palestinesi distrutti: 6. Lajjun, ora coperto dal parco di Ramat Menashe.

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I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale nominativo dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Ho consultato i grandi dizionari del De Mauro e del Battaglia per ricostruire il significato lessicale del termine ‘perfidia’ o del suo aggettivo ‘perfido’. Viene rilevato innanzitutto l’elemento della cattiveria e della malvagità congiunta ad intimo godimento, ma non è sottaciuto l’elemento dell’inganno, della frode, della disonestà intellettuale, che io invece sono portato a mettere in primo piano quando uso questi termini. Anche nella liturgia cattolica si usava fino a non molto tempo fa l’espressione “perfido ebreo”, che è poi stata tolta dopo l’assalto condotto dal B’naï B’rith alla chiesa cattolica, i cui vertici sono oggetto di un trattamento analogo a quello che l’AIPAC usa con successo verso quanti in America aspirano a candidarsi ad una qualsiasi pubblica ed a fare carriera politica.

Links:
1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.

5. Umm al-Shauf6. 7. Mansi

Lajjun

1. Un parco per nascondere sei crimini. – Ma perché ho iniziato con uno studio lessicale sul termine ‘perfidia’? Perché odo spesso la propaganda israeliana rinfacciare ad Ahmadinejad la sua intenzione di voler cancellare Israele dalla carta geografica, cosa che in realtà Ahmadinenjad non avrebbe mai detto, anche perché se l’accusa vuole evocare un olocausto nucleare, ne farebbero le spese proprio quei palestinesi di cui invece Ahmadinejad è indicato come protettore, palestinesi che quindi fungono da scudo umano a vantaggio degli ebrei russi che sono andati ad occupare la Palestina ed a cercarvi quel benessere economico e quella libido dominandi che non trovavano in Russia. Ma diamo subito un brano di Ilan Pappe che meglio illustra il senso della nostre riflessioni:
A sud di Biriyya si estende il parco di Ramat Menashe. Ricopre le rovine di Lajjun, Mansi, Kafrayn, Butaymat, Hubeiza, Daliyat al-Rawha, Sabbarin, Burayka, Sindiyana e Umm al-Zinat. Proprio al centro del parco ci sono i resti del villaggio distrutto di Daliyat al-Rawha, ora ricoperto dal kibbutz Ramat Menashe del movimento socialista Hashomer Ha-Tza’ir, e sono ancora visibili le rovine delle case fatte esplodere2 del villaggio di Kafrayn. Il sito web del JNF illustra la mescolanza di natura e habitat umano nella foresta quando ci dice che al suo interno ci sono “sei villaggi”. Il sito usa la parola ebraica kfar, molto atipica per ‘villaggio’, riferendosi ai kibbutz nel parco e non ai sei villaggi che giacciono sotto il parco - un espediente linguistico che serve a rafforzare il palinsesto metaforico qui in atto: la cancellazione della storia di un popolo allo scopo di scriverei sopra quella di un altro3.
Il sito del JNF dice che la bellezza e il fascino di questo luogo sono “impareggiabili”. Uno dei principali motivi sta nel paesaggio stesso, con i suoi bustans e le sue rovine del “passato”, ma dietro a tutto ciò c’è un progetto generale che fa di tutto per mantenere i contorni di uno scenario naturale. Qui, per di più, la natura ha quel “particolare fascino” a causa dei villaggi palestinesi distrutti che il parco ricopre. Il tour nel parco, virtuale o reale che sia, guida dolcemente il visitatore da un punto all’altro, e tutti hanno nomi arabi: sono i nomi dei villaggi distrutti, ma qui sono presentati come luoghi naturali o geografici che non tradiscono alcuna precedente presenza umana. La ragione per cui ci si sposta così facilmente da un punto all’altro viene attribuita dal JNF a una rete di strade che furono lastricate nel «periodo inglese». Ma perché gli inglesi si preoccuparono di lastricare le strade? Certo per collegare meglio (e quindi controllare) i villaggi esistenti, ma è molto difficile, se non impossibile, ricavare questo dato dal testo. Tuttavia quésto sistema di cancellazioni non può mai essere infallibile. Per esempio, il sito web del JNF offre indicazioni che non si trovano sui cartelli sparsi nei sentieri del parco. Tra le numerose rovine che punteggiano il luogo, la «sorgente del villaggio» (Ein ha-Kfar) è consigliata come «la zona più tranquilla». Spesso una fonte si trova al centro, vicino alla piazza, come qui a Kafrayn, le cui rovine ora non solo offrono «pace alla mente» ma servono anche al bestiame del vicino kibbutz Mishmar HaEmek come luogo di riposo lungo il percorso verso i grandi prati più in basso.
I. Pappe, op. cit., 275-276.
Note:
2. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, a cura di Walid Khalidi, p. 169.
3. In ebraico israeliano, kfar significa normalmente ‘villaggio palestinese’, cioè, non sono villaggi “ebraici” poiché l'ebraico usa invece yishuvim (‘insediamenti’), (kibbutzim, moshavim ecc.
Dunque, non vi è minimo dubbio che siano stati proprio gli israeliani, ovvero in gran parte gli ebrei russi sionistizzati, che hanno già fatto loro nel 1948 e anni successivi ciò che rimproverano ad Ahmadinjad di voler fare: cancellare qualcuno dalla carta geografica. Hanno raso al suolo oltre 400 villaggi palestinesi, in pratica mezza Palestina, e ne hanno obliterato il nome sulla geografica sostituendolo con nomi ebraici. Loro che insultano gli storici revisionisti come “assassini della memoria” hanno invece fatto di tutto non solo per cancellare la memoria di un popolo, ma con legge in Israele e nei paesi soggetti all’influenza delle Israel lobbies impongono per un verso la “memoria” che essi vogliono e prescrivono penalmente l’oblio della Nakba ovvero dei crimini dove essi stessi sono coinvolti. Questa è perfidia in grado eminente ed ha fatto molto male la chiesa cattolica a togliere dalla sua liturgia un’espressione che era il frutto di una saggezza secolare, anzi millenaria.

lunedì 27 luglio 2009

B. Memoriale dei villaggi palestinesi distrutti: 5. Umm al-Shauf distrutto dalla ferocia dell’Irgùn.

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«Non mi faccio illusioni: ci vorrà ben più di questo libro per ribaltare una realtà che demonizza un popolo colonizzato, espulso, occupato, e glorifica invece quello stesso popolo che l’ha colonizzato, espulso, occupato»
Ilan Pappe, ivi, p. 220)
I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Proseguiamo nella nostra redazione di un censimento di tutti i villaggi che furono cancellati dalla carta geografica ad opera dei coloni russo-ebrei non solo nel 1948, ma anche negli anni a venire. A tutt’oggi l’opera di espulsione dei palestinesi rimasti nel 1948, o meglio dei loro discendenti, è il tema costante della politica governativa che ha dato vita ad un vero e proprio regime di apartheid, peggiore di quello sudafricano. L’ordine di successione delle schede è puramente casuale, ma potremo poi redigire un elenco alfabetico per agevolarne la ricerca. Ho già fissato un format per la redazione di una vera e propria opera enciclopedica, dove ogni scheda per singolo villaggio potrà assumere dentro il singolo post anche la dimensione di un libro cartaceo. Magari con il concorso dei lettori ed attingendo ad ogni fonti possibile una volta esaurite le informazioni contenute nel libro di Pappe da cui la ricerca prende avvio.

Links:
1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.
3. Umm Al Shouf. – Si trovava a 23 miglia SSE di Haifa con una popolazione di 480 abitanti. Il villaggio fu distrutto e cancellato nel 1948. Gli vennero sottratti dagli israeliani i suoi 1807 acri.

Khubbeiza5. Lajjun

Umm al-Shauf


1. L’Irgun distrugge Umm al-Shauf. – Pappe descrive i diversi momenti e le diverse tecniche nella fase di distruzione dei villaggi. Ne riporto testualmente il brano che segue, dove il nome di Barieka compare insieme a quello di altri villaggi che ebbero eguale sorte:
A Sabbarin i terroristi dell’Irgun, furiosi per aver trovato qualche resistenza armata, come punizione tennero le donne, i vecchi e i bambini chiusi entro recinti di filo spinato - del tutto simili alle gabbie in cui i palestinesi oggi vengono trattenuti per ore ai checkpoint nella Cisgiordania quando non riescono a presentare il permesso giusto. Sette giovani palestinesi, sorpresi con le armi, furono uccisi sul posto dai soldati ebrei, che poi espulsero gli altri abitanti del villaggio verso Umm al Fahm, non ancora in mani ebraiche 49. Anche qui l’Irgun fece la sua parte nel continuare la distruzione della campagna palestinese. Essi completarono l’attacco vendicativo contro i restanti villaggi di Marj Ibn Amir mentre erano ancora presenti le truppe del Mandato britannico: Sabbarin, Sindiyana, Barieka, Khubbeiza e Umm al-Shauf. Alcuni degli abitanti di questi villaggi fuggirono sotto il fuoco pesante dei mortai delle forze attaccanti, mentre altri che sventolavano la bandiera bianca per segnalare la resa erano mandati immediatamente in esilio.
Ciascuna fase o operazione nelle varie aree geografiche produceva nuovi modelli di comportamento che venivano in seguito adottati dal resto delle truppe. Alcuni giorni dopo l’occupazione del villaggio di Kafrayn e l’espulsione dei suoi abitanti, l’esercito dimostrò la propria destrezza nel villaggio ormai vuoto, cancellandolo dalla faccia della terra 50. Questo tipo di manovre si ripeté più volte, anche negli anni Cinquanta, ben oltre la fine della guerra del 1948.
Pappe, op. cit., 137-38
Note:
49 Benny Morris, The Birth of th Palestinian Refugee Problem, pp. 243-244.
50 Archivi Palmach, Givat Haviva, G/146, 19 aprile 1948.
In effetti, nel 1948 la pulizia etnica iniziò per non fermarsi mai. I 60 anni di Israele, che in Torino hanno voluto onorare alla Fiera del Libro, sono anni ininterroti di pulizia etnica. Sbagliano quanti ritengono che la Nakba sia stato un episodio, un poco sgradevole, ma ormai superato e limitato al solo 1948. Dopo è venuto il regno della democrazia e finalmente la Palestina ha conosciuto la civiltà occidentale russo-ebraica.

B. Censimento dei villaggi palestinesi distrutti: 4. Khubbeiza distrutto dalla ferocia dell’Irgùn.

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«Non mi faccio illusioni: ci vorrà ben più di questo libro per ribaltare una realtà che demonizza un popolo colonizzato, espulso, occupato, e glorifica invece quello stesso popolo che l’ha colonizzato, espulso, occupato»
Ilan Pappe, ivi, p. 220)
I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Proseguiamo nella nostra redazione di un censimento di tutti i villaggi che furono cancellati dalla carta geografica ad opera dei coloni russo-ebrei non solo nel 1948, ma anche negli anni a venire. A tutt’oggi l’opera di espulsione dei palestinesi rimasti nel 1948, o meglio dei loro discendenti, è il tema costante della politica governativa che ha dato vita ad un vero e proprio regime di apartheid, peggiore di quello sudafricano. L’ordine di successione delle schede è puramente casuale, ma potremo poi redigire un elenco alfabetico per agevolarne la ricerca. Ho già fissato un format per la redazione di una vera e propria opera enciclopedica, dove ogni scheda per singolo villaggio potrà assumere dentro il singolo post anche la dimensione di un libro cartaceo. Magari con il concorso dei lettori ed attingendo ad ogni fonti possibile una volta esaurite le informazioni contenute nel libro di Pappe da cui la ricerca prende avvio.

Links:
1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.

3. Barieka4. ← 5. Umm al-Shauf

Khubbeiza


1. L’Irgun distrugge Khubbeiza. – Pappe descrive i diversi momenti e le diverse tecniche nella fase di distruzione dei villaggi. Ne riporto testualmente il brano che segue, dove il nome di Barieka compare insieme a quello di altri villaggi che ebbero eguale sorte:
A Sabbarin i terroristi dell’Irgun, furiosi per aver trovato qualche resistenza armata, come punizione tennero le donne, i vecchi e i bambini chiusi entro recinti di filo spinato - del tutto simili alle gabbie in cui i palestinesi oggi vengono trattenuti per ore ai checkpoint nella Cisgiordania quando non riescono a presentare il permesso giusto. Sette giovani palestinesi, sorpresi con le armi, furono uccisi sul posto dai soldati ebrei, che poi espulsero gli altri abitanti del villaggio verso Umm al Fahm, non ancora in mani ebraiche 49. Anche qui l’Irgun fece la sua parte nel continuare la distruzione della campagna palestinese. Essi completarono l’attacco vendicativo contro i restanti villaggi di Marj Ibn Amir mentre erano ancora presenti le truppe del Mandato britannico: Sabbarin, Sindiyana, Barieka, Khubbeiza e Umm al-Shauf. Alcuni degli abitanti di questi villaggi fuggirono sotto il fuoco pesante dei mortai delle forze attaccanti, mentre altri che sventolavano la bandiera bianca per segnalare la resa erano mandati immediatamente in esilio.
Ciascuna fase o operazione nelle varie aree geografiche produceva nuovi modelli di comportamento che venivano in seguito adottati dal resto delle truppe. Alcuni giorni dopo l’occupazione del villaggio di Kafrayn e l’espulsione dei suoi abitanti, l’esercito dimostrò la propria destrezza nel villaggio ormai vuoto, cancellandolo dalla faccia della terra 50. Questo tipo di manovre si ripeté più volte, anche negli anni Cinquanta, ben oltre la fine della guerra del 1948.
Pappe, op. cit., 137-38
Note:
49 Benny Morris, The Birth of th Palestinian Refugee Problem, pp. 243-244.
50 Archivi Palmach, Givat Haviva, G/146, 19 aprile 1948.
In effetti, nel 1948 la pulizia etnica iniziò per non fermarsi mai. I 60 anni di Israele, che in Torino hanno voluto onorare alla Fiera del Libro, sono anni ininterroti di pulizia etnica. Sbagliano quanti ritengono che la Nakba sia stato un episodio, un poco sgradevole, ma ormai superato e limitato al solo 1948. Dopo è venuto il regno della democrazia e finalmente la Palestina ha conosciuto la civiltà occidentale russo-ebraica.

B. Censimento dei villaggi palestinesi distrutti: 3. Barieka distrutto dalla ferocia dell’Irgùn.

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I Lettori di “Civium Libertas” sono invitati a collaborare alla redazione di un Memoriale nominativo dei singoli villaggi distrutti durante la pulizia etnica del 1948.

Proseguiamo nella nostra redazione di un censimento di tutti i villaggi che furono cancellati dalla carta geografica ad opera dei coloni russo-ebrei non solo nel 1948, ma anche negli anni a venire. A tutt’oggi l’opera di espulsione dei palestinesi rimasti nel 1948, o meglio dei loro discendenti, è il tema costante della politica governativa che ha dato vita ad un vero e proprio regime di apartheid, peggiore di quello sudafricano. L’ordine di successione delle schede è puramente casuale, ma potremo poi redigire un elenco alfabetico per agevolarne la ricerca. Ho già fissato un format per la redazione di una vera e propria opera enciclopedica, dove ogni scheda per singolo villaggio potrà assumere dentro il singolo post anche la dimensione di un libro cartaceo. Magari con il concorso dei lettori ed attingendo ad ogni fonti possibile una volta esaurite le informazioni contenute nel libro di Pappe da cui la ricerca prende avvio.

Links:
1. All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948.
2. Institut for Palestine Studies. The most reliable sorce of information and analysis on Palestinian affair and the Arab-Israeli conflict.

2. Sabbarin3. 4. Khubbeiza

Barieka

1. L’Irgun distrugge Barieka. – Pappe descrive i diversi momenti e le diverse tecniche nella fase di distruzione dei villaggi. Ne riporto testualmente il brano che segue, dove il nome di Barieka compare insieme a quello di altri villaggi che ebbero eguale sorte:
A Sabbarin i terroristi dell’Irgun, furiosi per aver trovato qualche resistenza armata, come punizione tennero le donne, i vecchi e i bambini chiusi entro recinti di filo spinato - del tutto simili alle gabbie in cui i palestinesi oggi vengono trattenuti per ore ai checkpoint nella Cisgiordania quando non riescono a presentare il permesso giusto. Sette giovani palestinesi, sorpresi con le armi, furono uccisi sul posto dai soldati ebrei, che poi espulsero gli altri abitanti del villaggio verso Umm al Fahm, non ancora in mani ebraiche 49. Anche qui l’Irgun fece la sua parte nel continuare la distruzione della campagna palestinese. Essi completarono l’attacco vendicativo contro i restanti villaggi di Marj Ibn Amir mentre erano ancora presenti le truppe del Mandato britannico: Sabbarin, Sindiyana, Barieka, Khubbeiza e Umm al-Shauf. Alcuni degli abitanti di questi villaggi fuggirono sotto il fuoco pesante dei mortai delle forze attaccanti, mentre altri che sventolavano la bandiera bianca per segnalare la resa erano mandati immediatamente in esilio.
Ciascuna fase o operazione nelle varie aree geografiche produceva nuovi modelli di comportamento che venivano in seguito adottati dal resto delle truppe. Alcuni giorni dopo l’occupazione del villaggio di Kafrayn e l’espulsione dei suoi abitanti, l’esercito dimostrò la propria destrezza nel villaggio ormai vuoto, cancellandolo dalla faccia della terra 50. Questo tipo di manovre si ripeté più volte, anche negli anni Cinquanta, ben oltre la fine della guerra del 1948.
Pappe, op. cit., 137-38
Note:
49 Benny Morris, The Birth of th Palestinian Refugee Problem, pp. 243-244.
50 Archivi Palmach, Givat Haviva, G/146, 19 aprile 1948.
In effetti, nel 1948 la pulizia etnica iniziò per non fermarsi mai. I 60 anni di Israele, che in Torino hanno voluto onorare alla Fiera del Libro, sono anni ininterroti di pulizia etnica. Sbagliano quanti ritengono che la Nakba sia stato un episodio, un poco sgradevole, ma ormai superato e limitato al solo 1948. Dopo è venuto il regno della democrazia e finalmente la Palestina ha conosciuto la civiltà occidentale russo-ebraica.

E. La critica giudaica al sionismo: 1. Gli ebrei e lo stato di Israele.

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È motivo ricorrente nella propaganda israeliana contro ebrei avversi alla politica del governo l’accusa di “odio verso se stessi”. Non mi sono ancora ben chiari le origini ideologiche da parte di ebrei verso altro ebrei rivolgere ai quali la solita accusa di antisemitismo apparirebbe poco credibile. Se è alla psicologia che ci si intende richiamare, pare ovvio che qui si tratti di pseudoscienza. In realtà, la spiegazione più plausibile di questo genere di argomentazione, o non argomentazione, è il vasto retroterra del giudaismo tradizionale, sempre più emarginato da un sionismo nel quale molti ebrei si riconoscono. Il B’naï B’rith – leggo in Rabkin – sarebbe perfino riuscito a far equiparare antisemitismo e antisionismo come se sionismo e giudaismo fossero termini equivalenti. Una simile dottrina è giunta presso di noi ad incredibile notorietà, trovando addirittura nel presidente della Repubblica autorevole avallo. Può darsi sia stato questa la motivazione – ne occorre sempre una – per il successivo conferimento di una laurea honoris causa in Israele. Ma l’ebreo israeliano Ilan Pappe, che certamente non odia né se stesso né altri, ha potuto rispondere al presidente Napolitano che si è antisemiti se non si è antisionisti. Per cogliere tutta la portata di questa affermazione occorre leggere con la guida di Yakov M. Rabkin la lunga serie di teologi giudaici che al sionismo opponevano ragioni solidamente fondate nella tradizione talmudica e rabbinica. A queste ragioni da parte sionista non viene contrapposto altro che l’accusa di “odio verso se stessi”, la cui consistenza scientifica e dottrinale è quanto mai inconsistente. Ma è anche vero che il sionismo si caratterizza sempre più per il suo contenuto nazionalista e razzista e sempre meno per la sua matrice giudaica. L’esaltazione della forza e della potenza militare è inversamente proporzionale a quei fondamenti di legittimità che il governo israeliano e l’ebraismo dentro e fuori di Palestina che in esso si riconosce: nessun diritto all’esistenza che non può mai essere basato sull’espoprio dell’altrui legittimo possesso e nessuna sicurezza che possa basarsi sullo spontaneo riconoscimento del proprio diritto, delle proprie ragioni, della propria umanità. Avraham Burg, sensibile alla problematica descritta da Rabkin, ha ben visto il vicolo cieco in cui si è cacciato l’ebraismo in larghissima parte egemonizzato e condizionato dal sionismo. In un certo senso, Hitler ha ottenuto una vittoria postuma sull’ebraismo, la cui legittimità ha finito per collassare dal suo interno.

1. Uno stato criminale. – Sto facendo continuo ricorso alla nozione di Stato “criminale” coniata da Karl Jaspers e da lui riferita allo Stato nazista. Ritengo che sia più pertinente se riferita allo stato israeliano. Ma non sono il solo a pensarlo. Molto prima di me questo concetto lo si trova nella critica giudaica al sionismo. È tuttavia preliminare ad un’ulteriore analisi una domanda sui legami esistenti fra le comunità ebraiche, che ormai godono nei diversi paesi non già di un’assoluta eguaglianza di diritti, ma di un vero e proprio regime di privilegio non riconosciuto a nessun altra comunità. Ma i privilegi loro concessi non sembrano aumentare la loro affezione verso lo stato e il paese in cui risiedono. Acutamente l’ebreo Rabkin osserva al riguardo:
«Associare gli ebrei allo Stato di Israele è facile, quasi naturale. Alcuni guardano agli ebrei della diaspora come a stranieri oppure a cittadini israeliani in soggiorno prolungato in Francia o in altri luoghi del mondo. Questa interpretazione è particolarmente cara agli antisemiti, per i quali l’esistenza di un complotto ebraico mondiale rimane un’evidenza. L’associazione automatica degli ebrei allo Stato di Israele non è estranea nemmeno ai sionisti, i quali sin dalle origini del loro movimento politico, più di un secolo fa, si presentano come l’avanguardia dell’intero popolo ebraico. Alcuni arrivano persino a dichiarare che ogni minaccia alla sopravvivenza dello Stato di Israele è una minaccia alla sopravvivenza degli ebrei in ogni parte del mondo. Israele sarebbe così al tempo stesso garante e portabandiera del giudaismo. Ma la realtà si rivela più complessa».
Yakov M. Rabkin,
Una minaccia interna.
Storia dell’opposizione ebraica al sionismo,

Verona, Ombre Corte, 2005, p. 9
In effetti, la realtà è più complessa e ci avvarremo largamente dell’aiuto di Rabkin per tentare di dipanarla. Intanto, possiamo fare un riferimento alla cronaca. Proprio per aver posto in dubbio che gli ebrei fossero cittadini italiani, un noto sindaco ha fatto sospendere dall’insegnamente il docente italiano ed in un secondo ha perfino dato la cittadinanza onoraria ad un soldato israeliano, che in quanto soldato di uno stato “criminale” è difficile immaginare quali benemerenze possa avere e quali onori gli si possano concedere. Queste assurdità non sarebbero concepibili se una ristretta Lobby non fosse penetrata nei gangli istituzionali del potere, condizionandone le decisioni e i comportamenti. Mearheimer e Walt hanno ampiamente dimostrato questo fenomeno per gli USA. Da noi non sembra che vi sia sufficiente consapevolezza di massa. Bisognerà aspettare che maturino le contraddizioni e le divaricazioni perché i nostri politici possano comprendere chi è e dove si trova il popolo italiano, sempre più pericolosamente portato su scenari di guerra che gli sono profondamente estranei. Da noi, per tradizione, ci si sveglia nel pieno di una guerra, di un conflitto, senza sapere come ci si è venuti a trovare.

All’esempio del docente italiano sospeso dall’insegnamento va aggiunto un altro esempio, assollutamente reale, anche se non indichiamo i nomi. Potrebbe essere pericoloso farli e del resto a noi interessa il teorema, non la singola persona. Viene cioè intervistato un rappresentante della comunità ebraica in merito ai suoi rapporti con Israele. Poco ci interessano. Ma è da chiedersi invece quale senso potrebbe avere, se mai ne avesse qualcuno, un’eguale domanda posta ad un qualsiasi altro cittadino, magari il nostro salumiere di fiducia. Nessuno di noi si sognerebbe di chiedergli circa i suoi rapporti con la Cina, il Brasile o il Sud Afriva e di attendere una risposta cui dare senso e dover prestare attenzione. L’estraneità è percepita in entrambi gli esempi fatti. Nel primo caso ha un riscontro negativo e sanzionatorio: il docente è punito per il fatto di ritenere che gli ebrei non siano cittadini italiani per intero, a pieno titolo, ad unica fedeltà. Nel secondo caso è sempre riconosciuta l’estraneità, ma non vi è nessuna sanzione, ma anzi una forma di soggezione, dove ben si comprende che in fondo l’italianità è un valore minore rispetto alla potenziale o effettiva israelianeità. Appunto, dicevamo, la realtà si rivela anquanto complessa, ma anche allarmante.